Dan Fante, torna in libreria il figlio "maledetto" del mitico John

Mercoledì, 16 giugno 2010 - 10:58:00

L'INTERVISTA

Dan Fante si racconta a tutto campo con Affaritaliani.it: "La scrittura semplice e geniale di mio padre John mi ha influenzato..."

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dan fante buttarsi
La copertina

Esce per Marcos y Marcos "Buttarsi", il nuovo romanzo di Dan Fante, figlio del mitico autore italo-americano John. Dan, che è appena stato in Italia in tour, nel romanzo ripropone il suo Bruno Dante, alle prese con un service di limousine per VIP ed esibizionisti assortiti nell'infernale paradiso Hollywoodiano.
Come sempre intrappolato tra due anime, quella brillante creativa che gli regala pagine grandiose e l'idea di un futuro da scrittore e quella disperata, autodistruttiva che lo riporta nella più bassa depravazione.

 Ci sono due anime, due voci e due talenti, in Bruno Dante. Una punta in alto: Bruno sente, vede e scrive cose splendide, desidera il meglio, ed è capace di ottenerlo.  L’altra è più buia della notte: polverizza ogni aspirazione, ogni bellezza, e lo scaraventa nella più bassa depravazione. "Buttarsi" è un romanzo tutto sesso, droga, poesia, perversione, disperazione, speranza. E personaggi tosti, duri e sinceri.

dan fante john fante
Dan Fante
SU AFFARITALIANI.IT IN ESCLUSIVA IL PRIMO CAPITOLO
(per gentile concessione di Marcos y Marcos)

Spiacente di essere latore di cattive notizie, Bruno. Il gruppo dei nuovi progetti si è riunito venerdì scorso. I numeri del secondo trimestre sono calati, per tutti i titoli della Canonball Press. Non ho avuto, purtroppo, voce in capitolo. Il tuo libro e tutte le altre antologie di racconti sono slittate alla prima data utile del prossimo anno. Posso solo consigliarti di considerarlo un impedimento temporaneo. Sono certo che pubblicheremo Finché la grassa signora non canta… prima o poi. Evanston Wright, Senior Editor Una fottuta pioggia cosmica di merda. Fino a un istante prima di aprire l’email della Canonball Press ero sicuro che i cinque anni e le trecento pagine che ci erano voluti per mettere insieme il mio libro fossero stati ben spesi. Appena tre mesi prima, gli stronzi mi avevano mandato la lettera di accettazione e un anticipo simbolico di cinquecento dollari. Finalmente sarei stato un autore di racconti pubblicato. Invece no. Stampai l’email, sottolineai le parole ‘prima o poi’ con un pennarellone nero e la attaccai alla parete della mia stanza, davanti alla scrivania. Prima o poi avrei anche cominciato a scoparmi carcasse di scimpanzé… prima o poi. Improvvisamente mi resi conto di quanto odiavo il mio computer e tutte le macchine del genere, per la facilità con cui sapevano trasmettere le brutte notizie. Sbattendo il pugno sullo scrittoio maledissi il giorno di un anno prima in cui avevo lasciato che il mio amico Eddy Dorobek mi convincesse a comprare il suo portatile, rinunciando alla vecchia Underwood cigolante di mio padre buonanima. Fanculo a Eddy Dorobek! e a tutto il software, i DVD, le email e la messaggistica istantanea che rovinano istantaneamente la vita alla gente. Fanculo anche a Google e MySpace. E fanculo al fottuto Evanston Wright della Canonball Press per non avermi usato nemmeno la cortesia di un cazzo di francobollo e di una firma su un pezzo di carta. Sulla mia segreteria telefonica c’era ancora il messaggio che mi aveva lasciato due anni prima Hubert Selby Junior, il mio mentore, il mio scrittore preferito. Incancellabile. Una crepa nel tempo larga trenta secondi che aveva cambiato tutto, compresa la mia vita. Per guarire dalla rabbia e placare la furia del mio cervello premetti il pulsante messaggi salvati del telefono. Avevo riascoltato quelle parole migliaia di volte; le avevo ascoltate a ripetizione come un tormentone alla radio, dalla scrivania mentre cenavo o leggevo il giornale, in posa davanti allo specchio o entrando e uscendo dalla doccia. Mentre mi sparavo una sega ascoltando un CD di Van Morrison o mentre facevo le flessioni in mezzo alla stanza. Le avevo fatte ascoltare perfino al vecchio che mi dava in affitto la stanza, zio Bill e a mia sorella, Lucia. Le parole di Selby mi avevano salvato dalla pazzia. Premetti play. …Dante? Bruno Dante? Sono Cubby Selby. Mi hai lasciato un manoscritto, qualche settimana fa… e l’altro giorno ho finalmente trovato il tempo di darci un’occhiata. Insomma, per prima cosa lasciamim dire che le tue storie mi piacciono. Come immaginerai, sono in molti a chiedermi di leggere la loro roba. La maggior parte, purtroppo, è merda. Scusa la franchezza. Merda pura. Finché la grassa signora non canta invece è buono. Storie di pancia e di cuore. Mi hai commosso… più di una volta. Puoi andare fiero del tuo manoscritto, Bruno. Mi hai detto che ti stavi scoraggiando. Be’, non farlo! Sei bravo e hai quel che serve. Continua a scrivere, qualunque cosa accada. Non smettere mai. Non ti arrendere mai. Spero che ci ribeccheremo presto da qualche parte. Grazie Cristo. Grazie Dio per il miracolo di Hubert Selby Junior. Avevo inseguito Selby in giro per Los Angeles permesi – al limite dello stalking – ero andato a una decina di suoi reading e presentazioni e finalmente, in una rara serata analcolica, avevo trovato il coraggio di chiedere al grande scrittore di dare un’occhiata alla mia raccolta di racconti. Dopo il reading di quella sera, dietro la libreria Midnight Special, nel parcheggio, mentre lui tornava alla macchina, mi ero avvicinato con il manoscritto e gli avevo chiesto se gli dispiacesse dirmi che ne pensava. Mi aveva riconosciuto, visto che durante l’incontro avevo monopolizzato la sua attenzione facendo decisamente troppe domande. Lo smilzo, vecchio cinico aveva sorriso, mi aveva dato una pacca sulla spalla e poi succhiando quel suo sigarillo Sherman mi aveva detto: “Ma certo, ragazzo. Lasciamelo, poi ci risentiamo. La tua roba è in buone mani”. Premetti ancora una volta il pulsante salva del telefono. Il messaggio di Selby era tutto ciò che mi restava, tutto ciò che si frapponeva tra me e l’abisso della follia.

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