Da "Moby Dick" a Capossela

Giovedì, 22 gennaio 2009 - 16:00:00


Vinicio Capossela
Di Pierluigi Larotonda

Quando si scrive dell’America, risulta fisiologico, per usare un termine scientifico, parlare del “sogno americano” e dell’immaginario che tanto hanno influenzato la musica e la letteratura europea. A partire dagli anni trenta molti intellettuali italiani hanno scoperto, e fatto scoprire, scrittori vitali che incarnavano, chi in modo critico chi con spirito pionieristico, il mito americano. Da Melville, col suo senso crudo ed epico della lotta per il dominio sulla natura, ad Hemingway, passando per Hawthorne e Fitzgerald. Pavese tradusse il Moby Dick di Melville, romanzo biblico, nel 1931. Pubblicato nel 1851, Moby Dick or the Whale rimane uno dei romanzi più profetici della letteratura americana.

Ishmael, uno dei protagonisti del racconto (il narratore nella storia), si imbarca su una baleniera assieme all’amico indiano Queequeg. Entrambi sono desiderosi di nuove avventure, uniti dall’amore e dalla passione per la vita. La caccia alla balene (che non deve confondersi con quella moderna, iniqua e rivolta alla distruzione della natura) diventa il simbolo della lotta contro il destino ma anche dell’energia e della concretezza che lega gli uomini dell’equipaggio. I personaggi, come gli ambienti, sono sinistri, demoniaci, infernali o virtuosi ma mai insipidi. Tra questi c’è il capitano Ahab, uomo che affronta il mare per cacciare la mostruosa balena bianca. Egli ha il volto e la carne come di chi è uscito da un incendio ma ne è rimasto miracolosamente illeso. Ha una sola gamba; l’altra gli è stata troncata proprio dalla balena bianca, contro la quale il capitano Ahab insegue una personale lotta. Il capitano vuole vendicarsi. E’ cieco e testardo e nessuno potrà fermarlo. Né le onde né le voci infernali provenienti dalle tempeste gli faranno cambiare idea.

Il suo obiettivo è uccidere il nemico, il mostro degli oceani. Nonostante le difficoltà tipiche del lavoro sulla nave, Ahab punterà, come un’aquila la sua preda, sulla balena bianca. Le fiamme degli inferi, simbolicamente queste sono le alte onde, lo condurranno fino alla morte, quasi cercata, quasi voluta. L’arpione conficcherà il dorso della balena; il grosso cetaceo si inabisserà, trascinando nel fondo del mare l’intero equipaggio. Soltanto Ishmael si salverà, trovando rifugio nella piccola barca costruita da Queequeg. Nel romanzo, influenzato dalla mentalità protestante dell’America dei pionieri e dei conquistatori, si sente la musica, direi la ballata, che racconta la dura lotta con la feroce balena bianca. Al capitano Ahab non interessa cacciare le balene; la sua è una sfida personale e tragica che lo porterà a sacrificare tutti i suoi uomini, inghiottiti dalle acque dell’oceano. E’ un personaggio inquietante che si confronta con la malvagità ed il Male. Moby Dick è un romanzo biblico, perché in esso c’è la sonorità profetica di personaggi misteriosi. Ma è il lato infernale, la mancanza di speranza data dal sopravvenire della morte, a prevalere sul resto del racconto. Prevale un certo pessimismo del Vecchio Testamento: il senso dell’ineluttabilità della fine. Il mare diventa lo specchio fantastico in cui ogni uomo può osservare i suoi limiti.


Paolo Conte

Una chiave di lettura originale la possiamo trovare in uno dei cantautori più letterari del panorama italiano: Vinicio Capossela. Nella ballata “La Santissima dei naufragati”, inserita nel CD Ovunque Proteggi del 2005, il capitano ricorda l’Ahab di Melville. Il legno della barca a contatto con la solitudine del mare, i gabbiani che si odono come fossero sentinelle di sciagura, il capitano testardo che vuole la sua e l’altrui morte, i fuochi alati a simboleggiare la trascendenza, la profondità e la povertà dell’essere umano, il richiamo al traghettatore -Caronte- a cui occorre dare il soldo per l’ultimo viaggio, tutti questi elementi fanno di tale canzone-preghiera un esempio straordinario di musica accompagnata da un testo poetico. In un’intervista televisiva Vinicio Capossela, parlando del suo spettacolo teatrale sulle figure dei marinai, profeti e balene, ha sottolineato l’aspetto profetico e biblico del romanzo Moby Dick.

Nella letteratura americana, il sogno della ricerca dell’oro (pensiamo al mito cinematografico di Sergio Leone) vive nei romanzi di Jack London. Autore di pagine memorabili, da Zanna Bianca al Richiamo della foresta, London è lo scrittore dello spirito libero, audace. L’amore per la libertà lo troviamo anche nella sua intensa attività giornalistica; London è in Giappone sulla fine dell’ottocento a documentare il martirio dei cristiani impalati sulle croci. Ma è la raccolta “racconti di boxe”, il libro che mi piace ricordare. La lotta leale, la lotta per la vita, la boxe come simbolo della lotta. Del resto, la vita è una lotta. Il filo continuo della boxe mi porta a parlare di Hemingway, sport da egli stesso praticato. Parliamo di quel pugilato dove letteratura, strade sporche, bicchieri unti, donne ed uomini dalle vite difficili si incontrano. Chi non conosce Hemingway? Chi non ha mai letto o sentito parlare di Fiesta?

Giornalista e scrittore, Hemingway ha lasciato un segno forte nella letteratura contemporanea. Le sue scelte, come quella di partecipare alla guerra civile di Spagna tra i repubblicani, hanno influenzato le generazioni a seguire. Meravigliosa è la musica di Paolo Conte nella canzone “Hemingway”. Monsieur Hemingway, così lo ricorda il raffinato cantautore piemontese. E tutta l’opera di Conte è un continuo ed appassionato richiamo degli anni venti, dell’africa primitiva, della poetica americana, di quell’America che si è fatta rapire ed ha amato l’Europa nei primi decenni del novecento.

In ultimo, a proposito di letteratura americana e canzoni, vorrei citare un libro poco conosciuto. Si tratta della raccolta di racconti “Trilobiti” di Breece D’J Pancake. Tom Waits li ha definiti splendidi. Sono racconti ambientati nella regione dei monti Appalachi. Dalle pagine escono animali e personaggi seriosi, a volte polverosi. C’è un tempo che supera la storia e riporta l’uomo all’origine, ai trilobiti, all’abisso dell’anima umana. Manca lo spazio per volare o camminare, a seconda della propria sensibilità, nelle o sulle parole di Carver o di qualche altro grande della società nordamericana. Speriamo di farlo in futuro.

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