La provocazione/ L'esordiente che racconta crisi e precariato in un romanzo in versi...

Dal 16 febbraio sarà in libreria l'esordio del 32enne Francesco Targhetta ("Perciò veniamo bene nelle foto", Isbn): non si tratta dell'ennesimo romanzo sul precariato. La novità, infatti, è che l'autore (ricercatore all’Università di Padova, con un dottorato in italianistica alle spalle), ha scritto un romanzo in versi. Con un'attenzione accademica alla metrica e al "suono". Targhetta dimostra che forse si può ancora creare una nuova lingua letteraria, allo stesso tempo classica e contemporanea, capace di entrare dentro a un presente complesso al limite dell'ineffabile... LEGGI I PARTICOLARI E DUE ESTRATTI

Venerdì, 3 febbraio 2012 - 09:50:00
TarghettaIsbnEdizioni
di Antonio Prudenzano

Francesco Targhetta, classe '80, ha alle spalle laurea in lettere e dottorato in italianistica. Al momento è ricercatore all’Università di Padova, ma ha anche fatto l'insegnante. Nel suo piccolo, è un simbolo del precariato intellettuale che coinvolge decine di migliaia di giovani italiani. Targhetta sta per pubblicare il suo primo libro, "Perciò veniamo bene nelle foto" (in uscita il 16 febbraio). Lo pubblica la casa editrice Isbn, la stessa con cui ha esordito, nel 2006, Michela Murgia, autrice di un testo-manifesto del precariato giovanile: "Il mondo deve sapere".

La novità (perché altrimenti si tratterebbe dell'ennismo nuovo romanzo sul precariato...) è che Targhetta, con una scelta tanto folle e rischiosa quanto unica nel suo genere, ha scritto un romanzo in versi (sotto pubblichiamo due estratti in anteprima, ndr).

"A metà tra il romanzo di formazione e il poema del quotidiano, questa è la storia di un dottorando e dei suoi – altrettanto precari – coinquilini, che, tra prosecchi di sottomarca e pezzi rock improvvisati in sala prove, condividono le giornate in un quartiere dal «corpo bisunto» nella Padova popolare, tra ucraini, moldavi e vetero-marxisti disillusi", si legge nella scheda di presentazione di questo romanzo in versi. Ma "Perciò veniamo bene nelle foto" è soprattutto un'operazione letteraria complessa e a suo modo sovversiva. A una lettura frettolosa alcuni passaggi del libro possono ricordare i testi amatiodiati di Vasco Brondi. Ma Targhetta va ben oltre: e fa un lavoro d'altri tempi sulla metrica e sul "suono" dei suoi versi, dimostrando che forse si può ancora creare una nuova lingua letteraria, allo stesso tempo classica e contemporanea, capace di entrare dentro a un presente complesso al limite dell'ineffabile.

 

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SU AFFARITALIANI.IT LEGGI UN ESTRATTO IN ANTEPRIMA
(per gentile concessione di Isbn edizioni)

(...)

Certi giorni di nuvole da asporto
che straziano gravide di smog
il viadotto e il risto-pub africano,
in laterali agre di vecchi affissi
attorno ai garage per camionisti,
ci si specchia unti nelle vetrine
dei centri telefonici internazionali,
e allora fai tre docce al giorno,
con affanno, per toglierti di dosso
i PM10, i CFC, e il terrore dell’abulia,
ma poi accetti di cullarli
come figli di amici sposati male,
e di farti portare via dai treni
dei pendolari scassati, evitando
a fatica di toccare i ginocchi
del passeggero seduto davanti.
Nei weekend in provincia, poi,
ti trovi con i tuoi a valutare l’acquisto
di qualche nuovo elettrodomestico,
gli occhi stanchi e le articolazioni,
perché a dormire in letti così diversi
stenti, i trasferimenti dal trolley ai cassetti
come routine di carico/scarico tipico
di scali aeroportuali, mentre gli amici
li trovi inaciditi, nei bar del sabato,
i denti gialli di fumo sprecato,
a leggere i flyers delle discoteche
per dare un senso ai minuti lunghissimi,
modelle in bikini, dj ed mc’s,
a chiederci muti perché l’happy hour
perché mai si chiami così.


Buttarsi negli intrugli della vita,
bisogna, come insegna l’adulto
medio, e qualsiasi invisa proiezione
dei nostri vent’anni marciti: farsi
amici assenti, ragazze distanti,
affezionarsi alle fiction come
ai bimbi rapiti, diventare stressati
ma non tecnicamente, giocando
su limiti e centesimi di secondo,
sentendosi la sera come ladri
dentro il proprio miniappartamento,
piene le tasche come bombe carta
di lavoro in arretrato e cemento,
sennò si presta il fianco alla marea
dei pensieri, tutti neri, bardati
come bicchieri di liquori viscosi,
e più non ti smuovi da difetti e fisse,
da tormenti idioti che rinculano
da abissi, con la vergogna verso
se stessi a percentuali bulgare,
tic spaventosi, roba che mette
paura sul serio, quel vedersi
moltiplicati, incepparsi
subito ai primi giorni di ferie,
ai primi sabati sguarniti,
come manager migrati al Parco
dei Tigli, sulle chaise-longue,
investite le liquidazioni
in pet therapy coi conigli.


«Ogni tanto ci pensi»
gli dico mentre spiana il caffè
«al metro quadrato al centro dell’incrocio
della Stanga?» (Cinque direttrici
convergenti, quattordici semafori
nei punti più distanti, segnali
orizzontali di stampo cubista, un manuale
necessario per farsi un’idea
su come funzionano le precedenze.)
«Ci pensi a quando un essere umano,
l’ultima volta, ci ha camminato?»
Il prossimo sbarco su quel metro
quadrato sarà un nuovo allunaggio,
e festeggeremo con Kinder Délice
acquistate all’Auchan di viale
Indipendenza, come per la conquista
di zone inesplorate della foresta
pluviale nel Brasile centrale. «Tanto
che» faccio «ci sto lontano.»
L’unica volta che andai fino a là,
anni fa, fu a una svendita nel reparto
sportivo: comprai una maglietta
del Galatasaray la più brutta
già sporca l’acrilico che puzza
a venti euro soltanto, più due
del bus, «ma mica ci torno,
non mi fregano più».
Ne parlo a Dario perché lui, adesso,
lavora lì accanto, al Brico, dietro la strada
degli spacciatori. Solo due giorni,
l’ho messa, la maglietta, cercando
di scacciare il rimorso montante
(ed è rimasto comunque),
per un totale di dieci euro
per ciascuna volta in cui l’ho indossata,
quello che guadagna lui, all’ora,
con il nuovo lavoro:
«la scritta affari
negli ipermercati», mi fa Dario,
finito il caffè, «ricorda:
vuol dire sempre affari loro».

(continua in libreria)



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