Cinema, morte a Venezia
Di Giuseppe Morello
Da quello che si intuisce la 67esima Mostra del Cinema di Venezia non sarà memorabile. Ogni anno che passa l’appuntamento al Lido si fa sempre più piccino e provinciale e, detta in altri termini, conta sempre meno.
A parte la solita sfilza di film provenienti da Ungheria, Polonia, Cile e via discorrendo, non devono confondere i 19 titoli statunitensi in cartellone, anche perché nella gran parte dei casi si tratta di cinema minore e cosiddetto “indipendente”. Il resto è una carrettata di titoli italiani (48 senza contare i corti e le proiezioni secondarie) che anziché dire della forza e della vitalità del nostro cinema, in realtà denuncia una Mostra che nel titolo si proclama “Internazionale” ma nella sostanza è a fortissima matrice italica, un po’ per disperazione, un po’ per necessità, un po’ per sostenere un cinema in debito di ossigeno e sempre più marginale sulla scena mondiale.
È infatti ormai noto che molti registi e molte case produttrici, specie americani, facciano volentieri a meno di Venezia, il cui limite più grande (e ormai irrecuperabile) è la totale assenza del mercato che fa della Mostra una passerella vanitosa ma sconnessa dal business. Preferiscono andare al più vicino e rassicurante festival di Toronto, e così lasciano Venezia a trastullarsi con un cinema, quello italiano, che manca di produttori veri, di gente cioè che faccia il business del cinema con i soldi suoi e non con quelli dello Stato, e che ogni anno produce sempre meno film (dai 123 del 2008 ai 97 del 2009 a una novantina nel 2010), la gran parte dei quali non trova nemmeno canali distributivi, il che vuol dire che vengono prodotti ma nessuno riesce a vederli. Il cinema italiano è in crisi, dicono perché il pubblico latita, ma un buon inizio potrebbe essere portare i film nelle sale, magari poi il pubblico arriva, chissà?
Intanto seguiamo Venezia, nella speranza che anche una edizione come quella di quest’anno possa donarci qualche perla. Anche se straniera va bene lo stesso.



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