Che fine hanno fatto le ceneri di Mike Bongiorno? Il reportage di D’Arcangelo
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L'AUTORE - Giancarlo Liviano d’Arcangelo è nato a Bologna nel 1977, e vive a Roma. Nel 2007 ha pubblicato Andai, dentro la notte illuminata (PeQuod), finalista al premio Viareggio-Repaci come opera prima. Nel 2008 ha partecipato alla raccolta di racconti La storia siamo noi (Neri Pozza) che ha inaugurato il Festival delle Letterature di Roma. È studioso di Mass Media e ha pubblicato saggi, articoli e racconti su Nuovi Argomenti e altri quotidiani nazionali. Di Nuovi Argomenti, è anche redattore.
L'ESTRATTO
(per gentile concessione di Fandango)
(...) La semplice presenza delle troupe crea aspettative: deve, deve per forza accadere qualcosa di spettacolare. Un’apparizione, un inseguimento, un ritrovamento, un colpo di scena, una sparatoria tra guardie e ladri, se possibile con due morti tra i cattivi e uno tra i buoni, perché si crea una scia di sano e cavalcabile cordoglio. La delusione di assistere a qualcosa di ordinario sarebbe troppo grande. Io mi lascio trasportare dall’inerzia, dalla furia travolgente delle speranze condivise attorno a me. In pochi attimi si afferma il sentimento dell’orda: tutti, me compreso, desideriamo famelici che il corpo si materializzi e che Mike risorga, affinché ognuno di noi possa rientrare a casa dopo aver assistito al gran finale, al pirotecnico epilogo di uno show degno di essere raccontato. “L’ho visto!”, mi sussurra nell’orecchio il mio vicino di transenna. “Cosa? Chi?” “Io l’ho visto. E mi ha parlato.” “Non la seguo, mi spiace.” “Mike! Possibile che non capisce? Lui mi ha parlato. Indossava una tunica bianca, era ben pettinato. Dice che vuole scomparire. Vuole godersi l’eternità senza avere addosso l’attenzione di tutti, una volta per tutte. Non vuole più essere guardato da nessuno. Non troveranno mai i colpevoli, poveri illusi. È uscito da solo. Se n’è andato. Vaga nell’etere adesso. E nei ricordi di chi lo amava.” “Beh, se così fosse ha ottenuto l’effetto opposto”, osservo, “guardi che spiegamento di forze.” Gli indico i camioncini delle molte tv accorse. Ci sono i canali satellitari, le reti pubbliche, la falange di cronisti Mediaset. “Loro non possono vederlo. Io sì.” Chi mi parla è un uomo deforme. Panciuto. Così panciuto che nemmeno un montgomery nero focato con bei bottoni color frassino riesce ad attenuare la protuberanza di grasso che gli appesantisce il ventre come se fosse la pappagorgia di un pellicano, esplodendo proprio sotto la sua cassa toracica, in totale di - sarmonia con un paio di spalle gracili e un petto mingherlino, da spaventapasseri. Mentre confabula, durante le pause d’elaborazione delle idee, addenta con i pronunciati incisivi centrali il labbro inferiore. Stringe le mucose fino a renderle anemiche, sgranando gli occhi in contemporanea. Mette un po’ paura a dire il vero. S’è guadagnato la prima fila spintonando e travolgendo gli altri spettatori occasionali, che non gli si rivoltano contro solo perché questo è con assoluta evidenza un tipo del
tutto imprevedibile. Potrebbe reagire lasciandosi esplodere. Ora imperversa al mio fianco. Ciuffi di capelli tinti con tonalità irregolari di nero, ora opache, ora lucide, gli spuntano dai lati del cranio, ricordando la criniera di una testa d’asino in putrefazione. Non oso chiedergli il suo nome, né altre generalità, eppure mi faccio l’idea che si tratti di uno di quei controversi figuri che di frequente brancolano intorno alle parrocchie, offrendosi come ambigue perpetue ai sacerdoti, per svolgere piccoli lavori di manutenzione in sacrestia. Lucidare i candelabri, spazzare gli androni, cose così. In cambio di vitto, alloggio e un po’ di compagnia. Pochi secondi, e sono subito smentito.
“Io sono un medium”, dice, “comunico con l’aldilà. Se solo avessi un oggetto che gli è appartenuto, un indumento, un bracciale, un dente… potrei rintracciare il posto in cui Mike si trova in questo momento. Lo direi a tutti. In diretta tv, a reti unificate. Sarei l’eroe nazionale, il salvatore. L’Italia ha bisogno di un salvatore, no?” “Beh… dipende”, rispondo. Si sbraccia, vorrebbe parlare con qualche autorità, ma è ignorato. Gli altri vicini di appostamento lo osservano esprimendo sentimenti contrastanti. Qualcuno è divertito dal suo comportamento
eccentrico, altri si frugano le tasche in cerca di uno spicciolo da consegnargli come cauzione in caso dovesse sovvenirgli di rivolgersi a loro per una chiacchierata. Altri lo considerano uno svalvolato, un antieroe nullafacente, oppure un pazzo che come altri disoccupati cronici passa il tempo a molestare il prossimo. Mi guardo in giro. Una buona parte dei presenti è qui per lavorare. Lo spiegamento di forze dell’ordine, ad esempio, è ingente: ci sono i RIS di Parma, quelli che dal caso d’infanticidio di Annamaria Franzoni sono più celebri di Poirot. Ci sono gli agenti della SCO di Torino, c’è la Digos di Novara e c’è una pattuglia dei carabinieri di Arona. (continua in libreria)



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