Casta dell'arte c'è... Ecco il "Documento dei Lavoratori dell'Arte"

Venerdì, 29 luglio 2011 - 10:09:00

L'ARTICOLO CHE HA SCATENATO LA POLEMICA: Il mondo dell'arte è una grande Casta

sgarbi galimberti
Il collezionista Guido Galimberti commenta con Affaritaliani.it la Casta dell'arte

Il blogger Luca Rossi entra a gamba tesa nel dibattito: TUTTI I NOMI E LE DINAMICHE DEI "GIOCHI"

"Bell'articolo anche se in un certo senso "scopre l'acqua calda". Il mondo dell'arte funziona così, non c'è niente da fare. Si tratta di capire quali sono le regole del gioco". La filosofa Carola Barbero, esperta di estetica e linguaggi dell'arte, interviene nel dibattito sulla Casta dell'arte

E lo stesso Vittorio Sgarbi partecipa al dibattito: "Dopo la Biennale mi dedicherò al Padiglione di Torino e porterò mille nuovi artisti a Salemi..."

FORUM/ Artisti, appassionati, semplici fruitori, avete esperienze da raccontare? Il mondo dell'arte è una Casta? Partecipate al dibattito di Affari...

Su Affaritaliani.it si è aperto il dibattito e da giorni collezionisti, artisti e semplici appassionati dicono la loro. E' un dibattito che tocca molti nervi scoperti tanto che oggi arriva in redazione il Documento dei Lavoratori dell'Arte: un manifesto, un j'accuse un invito serio a una presa di posizione politica. Insomma, se necessario, una rivoluzione. "Crediamo che il sistema all'interno del quale lavoriamo e produciamo cultura sia da ripensare in modo radicale". E ancora: "Invitiamo tutti i lavoratori dell’arte ad aprire uno spazio di discussione, di azione politica e di espressione artistica, che diventi luogo dove reclamare i diritti ed elaborare un diverso immaginario di produzione culturale". 

IL DOCUMENTO IN VERSIONE INTEGRALE

L'assenza di un'etica professionale, la totale incapacità di stabilire criteri di valutazione obiettivi per il riconoscimento degli operatori culturali, l'organizzata mancanza di ricambio generazionale, l'imperante esaltazione del singolo a discapito di forme lavorative che innescano processi collaborativi ed infine la sistematica disattenzione verso pratiche che non perseguono obiettivi economici e di mercato, non solo hanno determinato in Italia un sistema incapace di aprirsi al men che minimo cambiamento, ma hanno anche generato processi irreversibili di de-professionalizzazione, creando i presupposti per una pericolosa separazione tra sfera pubblica e produzione culturale. Di più. La costante attuazione di queste modalità spesso invalida ogni tipo di opposizione, soffocando la fiducia nel cambiamento e rendendo vano ogni sforzo per perseguirlo.

In risposta all'attuale situazione sopra descritta, i lavoratori del settore hanno messo in discussione i processi istituzionali di produzione culturale, sollevando le problematiche del rapporto tra arte e sfera pubblica. L'incapacità delle istituzioni di creare un sistema in grado di favorire le nuove generazioni ha dato vita alla nascita di gruppi autonomi e auto-organizzati, al fine di fornire alternative reali ed evidenziare i limiti e le mancanze delle istituzioni stesse.

Crediamo che il sistema all'interno del quale lavoriamo e produciamo cultura sia da ripensare in modo radicale.
Tutti constatiamo che la nostra vita di lavoratori è estremamente precarizzata. Investiamo di tasca nostra per acquisire un alto livello di formazione, maturando una grande aspettativa che è frutto delle nostre conoscenze, del nostro spirito critico e delle nostre presunte libertà individuali. Sempre di tasca nostra investiamo per mettere in pratica il meglio che sappiamo fare, così da ritagliarci un ruolo di prestigio nel sistema dell'arte. Aspettiamo che questo sistema ci riconosca un'economia, che ci permetta di produrre in modo indipendente e nel rispetto della libertà d'espressione, anche al di fuori di un'ottica di accumulo e profitto. Questo diritto non ci viene corrisposto ma non ci viene neanche negato di principio. Qui comincia lo sfruttamento: investiamo per salvaguardare il nostro ruolo e in cambio veniamo pagati per una miriade di sotto prodotti di ciò che sappiamo fare. Sotto prodotti che vanno a comporre il vero mercato dell'industria culturale.
Non siamo dei veri e propri esclusi, perché il fatto stesso di essere esclusi è il vero business!
Viviamo nell'attesa di oltrepassare una soglia, di entrare nella stanza dei diritti condivisi, della legittimità di un'espressione indipendente, senza capire che quest'anticamera è il sistema stesso: non c'è niente oltre quella soglia. Ci hanno tolto i diritti senza che ce ne accorgessimo. Inconsapevolmente stiamo interpretando le condizioni del nostro sfruttamento. Subiamo la precarietà nell'attesa di qualcosa di più legittimo ma siamo noi stessi ad alimentare questa grande disattesa.

Perché accettiamo che questi aspetti siano secondari? Perché i lavoratori dell'arte fanno fatica ad identificarsi con le proteste degli altri lavoratori precarizzati?

Riconosciamo la produzione artistica e culturale come produzione comune, ovvero come frutto dell'incontro tra la singolarità e la dimensione sociale, cooperante e collettiva. Riteniamo che questa produzione comune debba essere affermata contro la sua appropriazione privatistica. Gli strumenti di questa ri-appropriazione devono essere nuove forme di reddito e un nuovo welfare. Un welfare che non è assistenzialista, ma che riconosce pienamente il carattere sociale, reticolare, comune dell'atto di creazione.

Dobbiamo riappropriarci dei nostri beni comuni, e dobbiamo saper esprimere questa istanza usando il potere dei linguaggi che possediamo.

Invitiamo tutti i lavoratori dell’arte ad aprire uno spazio di discussione, di azione politica e di espressione artistica, che diventi luogo dove reclamare i diritti ed elaborare un diverso immaginario di produzione culturale.

Firmatari (in ordine alfabetico):
Marcella Anglani
Marco Baravalle
Francesco Bertelè
Emanuele Braga
Daria Carmi
Angelo Castucci
Francesca Chiacchio
Vincenzo Chiarandà
Valerio Del Baglivo
Maddalena Fragnito
Cecilia Guida
Francesca Guerisoli
Matteo Lucchetti
Aria Spinelli
Anna Stuart Tovin

 

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