Carlo D'Amicis: "La letteratura apolide di noi pugliesi lontani dalla nostra terra"
LO SPECIALE: GLI SCRITTORI PUGLIESI DISCUTONO SU AFFARITALIANI.IT: ECCO LE PUNTATE PRECEDENTI... L'INTERVENTO 1/ L'INTERVENTO 2/ L'INTERVENTO 4/ L'EDITORE/ L'ULTIMA NOVITA'/
di Carlo D’Amicis (scrittore)
Cosimo Argentina: "E' vero, stiamo vivendo un Rinascimento"
Omar Di Monopoli: “Non solo taranta, ma anche diossina…”
Flavia Piccinni: "C'è chi scrive di Puglia solo per cavalcare l'onda..."
L'editore Manni: "Il problema del Sud resta il degrado culturale". L'INTERVISTA DI AFFARITALIANI.IT
A "Quindici passi" (dal 'Mostro') di Giuliano Foschini. Il disastro dell'Ilva di Taranto in un reportage meticoloso
Fa piacere ritrovarsi parte di un flusso di scrittori che muove da un territorio e da una sensibilità comune: segno che le radici esistono. E Dio sa se gli individui (non solo quelli che scrivono) hanno bisogno di radici.
![]() L'Ilva di Taranto |
La questione della new wave pugliese, se la considero dal punta di vista del romanziere, potrebbe anche esaurirsi qua. Perché, secondo me, ha ragione (semplicemente e profondamente) Cosimo Argentina quando rivendica l’unicità dell’esperienza letteraria, o esibisce la condizione della solitudine come dato etico, ancora prima che esistenziale, dello scrittore.
In altre parole, non amo i gruppi, le correnti. Non amo che gli scrittori si riconoscano in manifesti più o meno programmatici: anche quando non c’è malizia (come fa notare giustamente Omar Di Monopoli, i media sono sempre più disposti a occuparsi di un movimento che delle singole opere), in certe operazioni mi pare di riconoscere una determinazione a prendere posizione, a definirsi, o addirittura a storicizzarsi, che poco ha a che fare con la precaria e magmatica ricerca identitaria che, per me, è alla base dello scrivere.
Ci sono insomma talmente tanti fili da tirare nella complessa trama del proprio io, che pensare di predisporre un catalogo, di connettere i tessuti, a me sembra comunque (anche quando ci si basa su parametri oggettivi, come la comune provenienza dalla stessa regione) un esercizio approssimativo, sterile e anacronistico (trattandosi oltretutto di fare questo esercizio in tempo reale).
Certo, è non solo legittimo ma anche doveroso per chiunque domandarsi in quale angolo di mondo ci si trovi, chi c’è intorno a sé e in quale direzione si proceda. Ma l’impressione è che oggi (non solo in letteratura) si privilegi la sociologia alla critica. La sintesi all’analisi. Lo sguardo tende costantemente alle analogie, alle convergenze, all’orizzontalità. Ci sono troppe cose, e troppo poco tempo: meglio fare un passo indietro e provare a farne uno schema (di cui noi, ovviamente, rimaniamo il centro).
Non so. Mi pare che alla fine di questa riflessione ci attenda una resa dei conti con la questione morale, con il senso di responsabilità individuale, e perfino con la nostra percezione della democrazia. E seppure l’occasione non si presta ad andare oltre, vale la pena lanciare uno sguardo a questo orizzonte etico, perché sia chiaro che ribadire la singolarità dello scrittore non ha niente a che fare con il rivendicare la sua diserzione dalle cose del mondo o un disinteresse per le forme che questo mondo assume ogni giorno.
Tanto che, per tornare (e concludere) alla questione scrittori pugliesi, è impossibile non notare, in questa congiuntura di voci, almeno due fenomeni ricorrenti. Il primo è quello della lontananza: quasi tutti gli autori citati in questo articolo (io per primo) vivono la propria terra attraverso una distanza che, se da una parte toglie qualcosa alla conoscenza degli occhi, dall’altra può offrire allo sguardo dell’anima uno sguardo più acuto e dolente (c’entra la nostalgia? Forse, ma anche molto di più: il bisogno di emancipazione, la perdita dei legami, la ferita dell’esilio). E’ insomma, in molti casi, una letteratura apolide, anche quando esalta le proprie radici.
Carlo D'Amicis parla de "La guerra dei cafoni" (Minimum Fax)
Il secondo fenomeno riguarda invece la modernizzazione: nel resto del Paese, la trasformazione culturale e paesaggistica è avvenuta mediante una progressiva sostituzione degli scenari. Attraversando la Puglia, invece, è evidente la sovrapposizione, l’intreccio, la convivenza tra vecchio e nuovo, tra natura primitiva e un intervento umano così violento da essere già, in partenza, definibile degrado. In questa simultaneità - di cui Taranto, con l’infernale impianto siderurgico che alligna sull’idillio del Mar Piccolo, è il più inquietante emblema – c’è una rappresentazione del conflitto: conflitto sociale, ma anche interiore. Impossibile non vedere, negli scorci in cui l’occhio racchiude nello stesso fotogramma una muro a secco e una discarica, una potente metafora di quella coesistenza tra bene e del male, tra il sublime e l’abbietto, tra la grazia e il peccato, a cui da sempre si radica il lavoro dello scrittore.
Ecco, in questi elementi c’è qualcosa che definisce me – e assieme a me, certo, diversi altri autori – uno scrittore pugliese. Ma il nostro compito non è fare di questi elementi un cortile, nel quale trascorrere assieme qualche pomeriggio al sole di una relativa celebrità, bensì trasformarli in un mare tempestoso nel quale far navigare, ciascuno sulla sua rotta, le rispettive barchette.
Poi, certo, con Cosimo, Vito, Omar, Flavia e tutti gli altri sarà piacevole incontrarsi al porto e bere insieme un bicchiere di primitivo: ma sempre uguali e diversi, senza altra carta d’identità al di fuori della propria, come è giusto che sia.
L'AUTORE - Carlo D'Amicis (1964), pugliese, vive e lavora a Roma. Ha pubblicato i romanzi Piccolo Venerdì (Transeuropa, 1996), Il ferroviere e il golden gol (Transeuropa, 1998, selezione Premio Strega), Ho visto un re (Limina, 1999, Premio Coni per la letteratura sportiva), Amor Tavor (Pequod, 2003). Per minimum fax ha pubblicato Escluso il cane (2006) e La guerra dei cafoni.



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