La crisi della cultura in Italia parte a sinistra... Su Affaritaliani.it l'appello di Carla Benedetti
di Antonio Prudenzano
E' un Paese in cui qualcosa non funziona quello in cui parte del suo mondo culturale dibatte da settimane, sulla stampa e su internet, su un provocatorio documentario ("Senza scrittori" del critico Andrea Cortellessa e del regista Luca Archibugi) sulla crisi del mondo dell'editoria libraria italiana, che però solo poche decine di addetti ai lavori hanno avuto occasione di vedere. Non un problema da poco, come si può capire. E' come recensire un libro senza averlo letto...
Sin dall'inizio Affaritaliani.it dà spazio ai tanti "scambi di opinioni" sui temi affrontati da "Senza scrittori", contribuendo all'accumulo di questo fiume di parole senza fine, sperando che al di là del paradosso di fondo (parlare di un documentario "fantasma"), ciò serva a fare un piccolo passo avanti. In attesa delle proiezioni pubbliche in programma a settembre (per tutti i particolari vedi in fondo, ndr), meglio andare oltre il reportage di Cortellessa-Archibugi per affrontare la crisi del nostro mondo culturale e riflettere sul senso stesso del ruolo del dibattito culturale oggi in Italia. E quello che è successo con "Senza scrittori", purtroppo, è l'emblema del dibattito culturale post-Anni Zero.
Qui di seguito Carla Benedetti risponde sì all'intervento di Andrea Cortellessa pubblicato ieri su Affaritaliani.it (tutti gli interventi precedenti sono disponibili in fondo, ndr), ma soprattutto va oltre ed entra nel merito della crisi di un sistema in declino. Quello della Benedetti è un appello, rivolto in particolare alla cultura "di sinistra". E fa riflettere.
L'auspicio è che se il dialogo scaturito da un documentario "fantasma" andrà avanti, d'ora in poi si entri sempre più nel merito delle questione e si evitino inutili attacchi personali. Uscire da una cerchia ristretta e spesso autoreferenziale, per arrivare a un pubblico più vasto. Proprio perché non si sta parlando di piccole beghe tra letterati ma, per citare la Benedetti, di "un Paese distrutto", la cui "rinascita può venire anche dalla cultura".
![]() Carla Benedetti |
QUI DI SEGUITO L'INTERVENTO DI CARLA BENEDETTI IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT
Di Carla Benedetti
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)
Caro Prudenzano,
lei mi invita a rispondere a Andrea Cortellessa su "Affaritaliani.it". Lo faccio volentieri, anche se più volentieri discuterei dell'argomento centrale del mio articolo (non solo di quel punto marginale che ha fatto irritare Cortellessa, solo perché lo ha letto male). In quell'articolo (uscito in due versioni, una più lunga sul "Primo amore" in rete e una più breve sull'Espresso, scorciata dalla redazione per ragioni di spazio) mi premeva mettere in luce come le pagine culturali siano oggi tragicamente chiuse rispetto alla reale vita culturale del Paese. Tragicamente, perché in un paese distrutto come lo è oggi il nostro, la rinascita può venire anche dalla cultura. Invece anche i quotidiani che sono all'opposizione spesso si riempiono di clichè e delle "idée ricevute" dal Novecento, restando chiusi a nuove idee e analisi che pure circolano nel paese. La mia critica era quindi diretta soprattutto ai giornali di sinistra (visto che è da quelli che io mi aspetto qualcosa). Cortellessa si è irritato perché liquido così il suo documentario. Ma ha letto male le mie parole, o forse per eccessiva permalosità o intolleranza per gli argomenti altrui. Infatti io nel mio articolo non parlo del suo documentario. Ho parlato solo dell'articolo di "Repubblica" che ne dava notizia facendo eco ai soliti cliché sulla scomparsa degli scrittori, senza tener conto delle resistenze, delle controspinte. Mi stupivo che un giornale come "Repubblica", che in politica è così battagliero e coraggioso, nelle pagine della cultura mettesse in circolo analisi così superficiali e manichee come quelle espresse nella stessa pagina da Berardinelli in un'intervista: cioè che non ci sono più riviste, che la grande editoria ruba alla piccola gli autori su cui essa ha rischiato - cosa falsa, smentita dai tanti libri importanti pubblicati negli ultimi anni da grandi gruppi editoriali, compreso Gomorra di Saviano.
Vorrei perciò riportare qui l'inizio del mio articolo fino al punto "incriminato". Perché solo così se ne comprende il senso. E anche perché è davvero un peccato che un problema come questo, sofferto da tanti scrittori e artisti, anneghi in una piccola scaramuccia personale. Ecco la prima parte dell'articolo:
" In un Paese distrutto, la rinascita viene anche dalla cultura. Nella patria di Gramsci si potrà capire al volo cosa intendo. La cultura è un terreno cruciale che può risvegliare energie, seminare sentimenti etici, riaprire le menti e i sogni. Nella Milano bombardata, alla fine della guerra , l’apertura del teatro di Paolo Grassi fu come l’accensione di una piccola luce nel buio. A maggior ragione nel Paese moralmente distrutto di oggi. Eppure sembra che dalla cultura oggi si aspettino ben poco in Italia persino coloro che su Gramsci si sono formati. È soprattutto a sinistra che si concentra il maggior numero di “operatori culturali” rassegnati, che portano annichilamento, traendo cinicamente il proprio status dal generale ribasso, ostili alle idee nuove, alla radicalità artistica e di pensiero, quasi avvertite come un pericolo. Che usano la loro intelligenza per analizzare le ragioni per cui nient’altro è possibile. Che cancellano dal quadro quello che di inaspettato si alza ancora, non si sa per quale miracolo, da questo nostro Paese sorprendente. So che sto affermando una cosa grave. Ma è difficile negare che nell’ultimo decennio gran parte della sinistra sembra aver fatto di tutto per consegnare la vita culturale a una mediocrità di mera sopravvivenza. Ha persino agito in senso contrario all'idea di egemonia, chiudendo spazi alle voci più “abrasive”, mentre i giornali di destra erano pronti ad accoglierle. Di ritorno dagli Usa, dopo tre mesi passati a insegnare all’Università di Chicago, e a notare con dolore la differenza tra la vita culturale più libera che c’è lì e tutti gli impedimenti (non solo economici) che invece da noi la soffocano, mentre ero ancora sull’aereo ho aperto di nuovo un giornale italiano su carta. Mi è venuto incontro il Paese malato di prima, ma ancora più straziato da predatori, con la democrazia ridotta a paravento, l’università pubblica ancora più smantellata, politici che continuano a fomentare la paura e l’odio razziale, un clima che spreme fuori il peggio da ogni uomo. Ma in prima pagina di “Repubblica” (del 17 giugno) leggo qualcosa che che mi ridà animo. Un’analisi che va in profondità, oltre il già noto, che forgia concetti nuovi ed è mossa da un percepibile amore per il proprio oggetto. È una riflessione di Gustavo Zagrebelsky sulla democrazia e su ciò che la sta divorando dal di dentro nel nostro Paese. Parla di una forma “nostrana” di oligarchia, che agisce nascondendosi, e che egli chiama “oligarchie di giro”. «Intendo con questa espressione - il giro, esattamente ciò che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalla storia, dalle competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi, i quali vengono a occupare posti difficilmente concepibili per loro, ci domandiamo: a che giro appartengono?” E continua dicendo che questa «struttura del potere», che distrugge l’ethos e le basi culturali necessarie alla democrazia, non è mai stata così estesa e capillare come oggi: “catene verticali, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro
uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia e della finanza, dell’università, della cultura». Sì, anche della cultura. Gli invisibili giri, che ognuno però avverte, e che trasformano gli individui liberi in servi di chi in cambio gli darà privilegi o carriera, corrodono anche lì. Questo male però non viene quasi mai messo nel conto. Quando si parla dello stato della letteratura, del teatro, dell’arte, della ricerca, si è pronti a additare le logiche di mercato e di profitto che vi sono penetrate, ma qui ci si ferma. Sullo stesso giornale, in cultura, leggo un articolo intitolato “Dove è finito lo scrittore”. Si parla di un documentario di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, prodotto dalla Rai, dal titolo polemico, ma ugualmente castrante, “Senza scrittori”. La tesi è che nel mercato della letteratura, dominato dagli interessi dei grandi gruppi editoriali, «non ci sono più opere o scrittori o critici o riviste ma solo produzione industriale». Quante volte si è sentito ripetere che in Italia non c'erano più grandi scrittori. Verdetto che faceva il deserto, cancellando anche il buono. Dopo Gomorra credevo che non lo avremmo più sentito. Invece eccolo di nuovo, e proprio nelle pagine culturali di un quotidiano che in politica è tra i più coraggiosi e efficaci. A fianco all'articolo di Erbani, c’è un’intervista a Alfonso Berardinelli. Anche lui parla di «scrittori che si adeguano», di «riviste sparite», della grande editoria che «oggi è la retroguardia», e che «ruba gli autori sui quali i piccoli editori hanno rischiato». Quando era editor della Bollati Boringhieri, Berardinelli rifiutò “Gli esordi” di Antonio Moresco, che pubblicò Gabriella D’Ina della Feltrinelli, e che nel 2006 vinse il premio Lipsia per il miglior libro tradotto in tedesco, concorrendo assieme a Vollmann, Pessoa e Erofeev. Perché allora questo manicheismo semplificante?A fare la differenza non è la grande o la piccola editoria (entrambe soggette alle logiche di mercato), ma la lungimiranza di singoli individui che persino dentro ai grandi gruppi riescono a far passare qualcos’altro. In questi mesi sono usciti quattro libri carichi di uno sguardo nuovo e umanissimo: “Gli incendiati” di Moresco (Mondadori), “Le rondini di Montecassino” di Helena Janeczek (Guanda), la raccolta di poesie “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri (Einaudi), i racconti “Forav^a” di Dario Voltolini (Feltrinelli). I primi tre sono pubblicati da grandi gruppi editoriali. E i libri di Mari, Siti, Scarpa, Pariani, Evangelisti, dello stesso Saviano, e persino di poeti come Benedetti e Ferrari, non sono forse usciti presso Einaudi e Mondadori? Sappiamo che le concentrazioni editoriali, come mostrò Schiffrin in un libro di dieci anni fa ("Editoria senza editori", Bollati Boringhieri) impongono profitti alti e rapidi, rendendo difficile la sopravvivenza in libreria dei libri “di cultura”. Ma perché, per illustrare questa verità si fa sparire dal quadro il conflitto, le controspinte e i comportamenti virtuosi? Che differenza c'è tra queste sintesi pressappochiste e il qualunquismo di chi dice “tanto rubano tutti”?"
Credo che le mie parole non diano adito a dubbi. Criticavo il fatto che un giornale come "Repubblica" che in politica è così battagliero, nelle pagine della cultura metta in circolo analisi tanto superficiali sulla grande editoria che non rischia e la piccola che invece è coraggiosa, smentite clamorosamente da tanti libri notevoli pubblicati da grandi gruppi editoriali. Del titolo del documentario di Cortellessa e Archibugi non mi era sfuggita affatto la natura ironica. E infatti ho scritto "titolo chiaramente polemico, ma ugualmente castrante". Del resto altri lettori, meno abbagliati dalla permalosità, non hanno equivocato le mie parole. Ecco ad esempio un commento di Georgiamada, sul sito omonimo (http://georgiamada.splinder.com/post/23023452#cid-62302923): "la Benedetti critica un articolo su, e non il documentario di Cortellessa". E poi, rivolto allo stesso Cortellessa, nel frattempo entrato direttamente nella discussione: "Carla Benedetti si limita a criticare l'articolo che parla del tuo video e NON il tuo video ... cosa del tutto legittima senza bisogno di doversi vedere (almeno per ora) il tuo video... semmai sei tu a confondere tutto in una gelatina di permalosità .... e fraintendere quello che gli altri scrivono (lo hai fatto anche con l'intervista a Vassalli e gli hai fatto dire, banalizzandolo, quello che pensavi tu e non quello che aveva realmente detto)".
Probabilmente la reazione di Cortellessa è stata stimolata dalla seconda parte del mio articolo (Sul "Primo amore"), dove rivolgo non solo a lui ma a diverse voci "di sinistra" la critica più forte. Eccola: "Perché in Italia ogni voce che ha spessore e forza d'impatto fuori dal comune viene accusata di essere di destra? Alessandro Dal Lago nel suo pamphlet "Eroi di carta", edito da Manifestolibri, sostiene che che la figura mediatica di Saviano, divenuta simbolo, è l'analogo di Berlusconi. Argomenti simili sono stati usati più volte anche contro il "personaggio" mediatico di Pasolini. Un'altra "pietra dello scandalo" è Antonio Moresco. Anni fa lo definirono "criptofascista" distorcendo fortemente un suo scritto all'indomani dell'11 settembre. E anche quella volta l'attacco partì dalle pagine del "manifesto", a opera di Cortellessa". Ma su questo il critico non ha da replicare. Il testo di Moresco fortemente distorto da Cortellessa si intitolava "L'occhio del cyclone", ed era uscito nel volume collettivo "Scrivere sul fronte occidentale", Feltrinelli, 2002. A quel volume, che riportava gli atti di un convegno svoltosi a Milano subito dopo l'11 settembre, hanno partecipato diversi scrittori, e io stessa. Tutti accomunati come guerrafondai e indicati al lettore di "Alias" del "manifesto" come nemici politici. Il titolo dell'articolo di Cortellessa era "Sento puzza di 1915". Il mio articolo, in entrambe le versioni, si concludeva così, con questa domanda dolorosa alla cultura "di sinistra": "Come mai in questo Paese la profondità e il coraggio debbono subire queste difficoltà aggiuntive, queste guerre tese al controllo del territorio e all’eliminazione della “concorrenza”, non molto diverse da quelle che agiscono in altri campi? Una rigenerazione del tessuto lacerato della democrazia non può non passare anche da qui." Ripropongo questa domanda, accorata ma combattiva, anche ai lettori di "Affaritaliani.it".
Grazie.
Carla Benendetti
SCOPRI LE PRECEDENTI PUNTATE DELLA POLEMICA (CON TUTTI GLI INTERVENTI) E I PARTICOLARI SUL DOCUMENTARIO:
di Andrea Cortellessa
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)
19 luglio 2010
Poche cose sono più ineleganti che difendere il proprio lavoro dalle critiche. Posso ben dirlo proprio perché sono un critico. Con Senza scrittori, però, mi trovo per così dire dall’altra parte della barricata e qui su Affari italiani già più volte mi sono visto costretto a correggere inesattezze o sviste, nella ricezione del film da me realizzato insieme a Luca Archibugi per la RAI Cinema di Franco Scaglia. 
Cortellessa e la Benedetti
Se però mi sono lasciato andare a un comportamento che in genere depreco, il che peraltro reitero in questo momento, è per un semplice motivo. Non essendo ancora il film ufficialmente distribuito, ed essendosi svolta sinora una sola anteprima (all’Azzurro Scipioni di Roma il 28 giugno), purtroppo solo pochi hanno avuto occasione di vederlo, e so con assoluta certezza che diverse delle numerose persone che in queste ultime settimane lo hanno commentato, molto semplicemente non lo hanno visto. Alice Di Stefano – che sul Giornale ha protestato per l’assenza, dal capitolo del film dedicato alla serata finale del premio Strega 2009, del libro di sua madre Cesarina Vighy – lo ha, qui, pubblicamente ammesso (dicendo di esserselo però fatto raccontare nel dettaglio) e le do atto di questa sincerità. Con lei, che conosco da quattordici anni, ho provveduto a spiegarmi personalmente, scusandomi per essere entrato in una sua vicenda privata che lei stessa aveva messo in campo ma che evidentemente non sta a me giudicare.
Altre recensioni o menzioni, in positivo (Walter Pedullà sul Messaggero, Marco Belpoliti sulla Stampa, Paolo Fallai e Franco Cordelli sul Corriere della Sera, ultimo in ordine di tempo Gabriele Pedullà col bell’articolo sul Sole 24 ore di ieri) o in negativo (Simone Ghelli sul sito Carmilla), sono state invece di spettatori del film, che ne hanno commentato contenuti e stile in modi assolutamente corretti sui quali posso dissentire (è ovviamente il caso di Ghelli) ma che con ogni evidenza rientrano nel loro diritto di critica. La maggior parte delle cose che ho letto, e guarda caso queste tutte in negativo, sono state però di non-spettatori del film: i quali nonché “farselo raccontare” si sono limitati a commentare… il primo articolo ad esso dedicato, quello di Francesco Erbani uscito sulla Repubblica che, subito prima della serata Strega di quest’anno (e con toni che inevitabilmente risentivano del fermento e delle polemiche di stagione), aveva visto il film prima di tutti, scrivendone positivamente.
Sul Giornale a più riprese (e tanto peggio se, come sostenuto da ultimo dal quotidiano, alla proiezione romana era presente un loro collaboratore: perché dunque non entrare nel merito dei suoi contenuti?) e su una quantità di siti ho visto discettare non del mio film, ma delle reazioni degli altri media. In modo simile, del resto, quando si discute di un libro o di un qualunque oggetto culturale su un lit-blog, la situazione-tipo è quella in cui il commentatore esordisce dicendo «io non ho letto il libro in questione, ma quel che ne dice Tizio è insopportabile, mentre quello che dice Caio conferma che si tratta di un genio». La situazione – anche al di là di trovarmici in mezzo come parte in causa - è interessante proprio in termini di semiotica della comunicazione.
Il caso che più mi ha impressionato, e che dovrebbe però piuttosto rientrare nella deontologia professionale, è quello dell’articolo di Carla Benedetti Processo alla critica, pubblicato da L’Espresso venerdì scorso e ripreso, in forma modificata e ampliata, dalla stessa autrice sul suo sito Il primo amore. Anche in questo caso – come appunto in quello del Giornale – è andata sprecata l’occasione per discutere di assetti proprietari in editoria nella distribuzione e nella vendita dei libri, in un periodo in cui sempre più chiara appare la sperequazione fra grandi gruppi e piccola editoria indipendente (alla cui protesta ha dato voce con sensibilità Simonetta Fiori sulla Repubblica nei giorni scorsi), che sono appunto i temi del film. Occasione sprecata grazie all’ennesimo articolo di C.B. interamente basato su pregiudizi (oltre che sulla solita sfilza promozionale dedicata ai soliti autori amici). Quando dico «pregiudizi» non uso una metafora, poiché appunto l’articolista non ha visto il film ma si basa unicamente sul citato articolo di Erbani sulla «Repubblica», estrapolandone frasi come per esempio «non ci sono più opere o scrittori o critici o riviste ma solo produzione industriale» che però, nel prosieguo del ragionamento di C.B. (se così vogliamo qualificarlo), vengono a me nella sostanza attribuite sostenendo che «quando [Cortellessa] loda qualcuno degli scrittori odierni, si affretta a precisare che “nessuno di loro è Dostoevskij”» (frase prelevata da un mio commento sul blog Lipperatura, dall’articolista evidentemente compulsato con attenzione) per concludere: «Cos’è questa volontà di lavorare al ribasso, di tagliare via gli alberi più grandi per poi regnare nel sottobosco?».
Se Carla Benedetti avesse visto il film (o se avesse letto anche solo la prima frase della sua presentazione) saprebbe che al Premio Strega dedica solo uno dei suoi cinque capitoli e che il titolo Senza scrittori è volutamente paradossale e ironico (mi rendo conto del fatto che C.B. è ideologicamente avversa, in quanto caratterialmente inidonea, all’ironia; ma un critico, se davvero fosse tale, dovrebbe essere in grado di cogliere almeno la più evidente intentio auctoris). Non mi sogno nemmeno di affermare, né in Senza scrittori né altrove, che «non ci sono più opere o scrittori o critici ma solo produzione industriale»; tanto è vero che la stessa C.B. che mi definisce «critico ed editor della piccola editoria» sa benissimo che da cinque anni dirigo una collana, fuoriformato de Le Lettere, che pubblica appunto autori nuovi o dimenticati che ovviamente per me (e in piccola parte grazie a me, anzi) esistono, eccome.
Semplicemente quelli che sono per lei «gli alberi più grandi» non lo sono per me: ma, almeno sino all’introduzione ufficiale del pensiero unico, mi ritengo in diritto di sostenere autori diversi da quelli sostenuti da lei. Non dice poi soprattutto, C.B., che imprese come fuoriformato (la quale si avvia infatti alla chiusura) sono oggi letteralmente strangolate dalla grande distribuzione e dall’organizzazione delle grandi librerie di catena (il cui funzionamento è discusso con ampiezza, in Senza scrittori, con Romano Montroni). Il (non nuovo) malanimo di C.B. nei miei confronti si spinge a indicare una prova del fatto che esistano oggi riviste autorevoli nella ricomparsa in edicola di «alfabeta», che cita per la presenza in essa di un articolo di Umberto Eco senza però dire che della rivista sono proprio io, insieme a Nanni Balestrini e Andrea Inglese, il redattore! E sarei io ad affermare, contemporaneamente, che «non esistono riviste»? La critica ha diritto ad essere tendenziosa, ritengo, ma qui siamo alla consapevole disinformazione del lettore.
Non è ancora tutto. L’aspetto più stupefacente dell’articolo di C.B. si rivela con la lettura comparata delle sue due versioni. Al pubblico dell’Espresso, e ai suoi redattori culturali, scrive che la ricomparsa di «alfabeta» e la pubblicazione su di essa dell’«articolo di Umberto Eco» (il quale, non so se ci sia bisogno di ricordarlo, è collaboratore illustre dello stesso Espresso) dimostra in sé che quella delle «riviste scomparse» è «cosa falsa». Ai lettori del Primo amore, e ai suoi corredattori (che sono in buona parte gli stessi autori ivi lodati quali «alberi più grandi» della foresta letteraria italiana), dice invece che l’impegno letterario e politico di quello che sarebbe il maggior intellettuale italiano, il da lei plurimenzionato Antonio Moresco, «non viene messo nel conto nelle stanche rimasticazioni sull'"impegno", sulla "scomparsa" o su "il ritorno degli intellettuali", ingombre delle "idee ricevute" dal Novecento, cieche di fronte al presente e alle sue novità terribili o straordinarie (si veda il primo numero di Alfabeta 2")».
Dunque questa eroina del libero pensiero e della parresìa, che i piccoli fans del mondo blogger esaltano per il suo «coraggio di non essere mai banale e di dire quello che pensa, e farlo in maniera diretta e non diplomatica», sostiene pubblicamente due diverse verità: sull’Espresso Umberto Eco e alfabeta2 sono la prova autoevidente della vitalità della cultura italiana, sul Primo amore quelle di alfabeta2 sono invece «stanche rimasticazioni» e idées reçues. Questa spettacolare performance della peggiormente italiana doppia verità di comodo e di schieramento, dell’eterna malafede dorotea o piuttosto nicolazziana, questa disinvoltura sbracata a licenza, sono un perfetto esempio dello stile intellettuale (a voler tacere, per carità di patria, su quello di scrittura) di chi si proclama discepola di Pasolini e Foucault e che in verità si rivela nient’altro che l’ultima nipotina di padre Bresciani.
Nel ringraziare Affari italiani per lo spazio generosamente offertomi vorrei col presente intervento uscire da questa discussione, rinviandone ulteriori eventuali battute a quando Senza scrittori – già da settembre con la sua presentazione al festival Pordenonelegge e in altre manifestazioni in varie città d’Italia, e poi in autunno in forme spero a tutti accessibili – verrà commentato, e legittimamente criticato, da chi davvero lo avrà visto.
16 luglio 2010 - ALICE DI STEFANO: "CORTELLESSA, SEI VOLGARE"
di Alice Di Stefano (editor della narrativa italiana della Fazi editore)
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)
![]() La Di Stefano |
| "SENZA SCRITTORI": ECCO COME LO DESCRIVONO GLI AUTORI... - Il titolo suona volutamente paradossale. In Italia ogni anno vengono pubblicate decine di migliaia di novità librarie, e letteralmente non si contano gli esordi di poeti, narratori e saggisti. Il titolo di scrittore, insomma, non si nega a nessuno: tanto più che chiunque raggiunga una certa fama, a qualsiasi titolo (foss’anche quello di efferato pluriomicida), si sente in dovere di corroborarla, e insieme sfruttarla, pubblicando appunto un libro. Il libro è così divenuto il feticcio per eccellenza della nostra «società del narcisismo». E attorno al libro s’è affermata, con la nascita e il crescente predominio dell’editoria di massa, una vera e propria industria della vanità: che passa per la “macchina” editoriale, improntata a criteri di produzione sempre più automatizzati e standardizzati; la “filiera” per molti versi perversa della distribuzione, sempre più condizionata Interviste con: Marco Belpoliti, Tiziano Scarpa, Antonio Scurati, Giorgio Vasta, Valentino Zeichen, Giuseppe Antonelli, Francesco Piccolo, Raffaele Manica, Gabriele Pedullà, Antonio Franchini, Alberto Magnani della Demoskopea, Francesco Cataluccio, Giulio Mozzi, Piero Gelli, Stefano Mauri, Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni di DeriveApprodi, Romano Montroni, Stefano Salis, Vincenzo Orieti e Carla Tombolini della Libreria Tombolini, Carla Bernini e Luca Nicolini del festival di Mantova, Antonella Bukovaz, Moreno Miorelli e Donatella |
di Antonio Prudenzano
Quello dell'editoria libraria è un mondo che, soprattutto d'estate quando il caldo si fa sentire (e fa spazientire facilmente...), regala sorprese, polemiche e paradossi. Già si sapeva che in parecchi casi gli addetti ai lavori (giornalisti, critici, scrittori, editori ed editor compresi) spesso tendono a (s)parlare dei libri senza averli letti e a volte neppure sfogliati. La novità ora è che anche dei (rari) documentari sui libri si (s)parla senza averli visti. A questo proposito, sta facendo discutere tanto ("tanto" si fa per dire... si sa che è un mondo piccolo e un po' chiuso in cui tutti si conoscono) "Senza scrittori" del critico Andrea Cortellessa e del regista Luca Archibugi. Dopo la torrenziale polemica tra Cortellessa e i Wu Ming andata in scena sul blog Lipperatura, il botta e risposta su Affaritaliani.it tra lo stesso critico e il coordinatore esecutivo della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi (vedi in fondo), quello tra Cortellessa e Tiziano Scarpa (sempre su Affaritaliani.it, vedi sempre in fondo), e i numerosi articoli dedicati da Il Giornale al documentario "fantasma", ora è proprio un intervento di Alice Di Stefano (Fazi editore) pubblicato da Il Giornale (leggilo qui) a spingere Cortellessa a intervenire per l'ennesima volta (di seguito la replica del critico), essendo stato chiamato in causa personalmente. Una "cricca", così viene definita una "certa" critica letteraria dalla Di Stefano, che inoltre difende "L’ultima estate", romanzo edito da Fazi e in cinquina allo Strega nel 2009, scritto da sua madre Cesarina Vighy, scomparsa di recente.
A parte i fortunati che hanno visto "Senza scrittori" (prodotto da Rai Cinema) alla vigilia del Premio Strega in una serata romana in cui è stato proiettato (finora è stata questa l'unica proiezione pubblica), e a parte alcuni dvd spediti agli intervistati, nessun altro ha avuto modo di guardarlo. Come lo stesso Cortellessa ci ha spiegato, le prossime proiezioni aperte a tutti sono in programma a settembre, a Pordenonelegge, a Milano e a Firenze (all'Ultra Festival). In autunno il documentario dovrebbe essere distribuito (da 01), mentre la Rai lo ha opzionato per mandarlo in onda su Rai1, ma anche in questo caso non ci sono certezze sulla data.
Nell'attesa che un documentario ritenuto così importante per i temi che tratta (altrimenti non se ne parlerebbe tanto, no?) sia diffuso, nel box qui a destra proponiamo la scheda di presentazione di "Senza scrittori", oltre all'elenco degli intervistati. Vederlo sarebbe un'altra cosa, ma nel frattempo questa sintesi proposta dagli autori può almeno aiutare il lettore a capire di cosa si sta (s)parlando con tanta foga. Altrimenti, il solo effetto della polemica stimolata dal documentario è un deprimente scontro tra "superego". Che li si condivida o meno, gli spunti offerti da "Senza scrittori" per chi ama i libri (non solo gli addetti ai lavori, quindi) sono più interessanti dell'umanissimo desiderio di farsi notare.
ANDREA CORTELLESSA SCEGLIE AFFARITALIANI.IT PER REPLICARE ALL'INTERVENTO DI ALICE DI STEFANO PUBBLICATO SU IL GIORNALE (LEGGILO QUI) L'8 LUGLIO SCORSO
di Andrea Cortellessa
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)
9 luglio 2010
È difficile replicare al «Giornale», che per la terza volta attacca Senza scrittori senza ancora averlo visto. Motivo in più, questo, per farlo circolare quanto più possibile e al più presto. Per la terza volta mi tocca ricordare che Senza scrittori non è affatto un film sul Premio Strega e non è un’opera esaustiva o analitica, non fa critica letteraria in merito agli autori che cita, non è giornalismo d’inchiesta e non è fiction. Vuole solo illustrare – come dice la presentazione qui allegata, che da sola è bastata a guadagnarci il primo attacco del «Giornale» – in situazioni concrete e attraverso il confronto delle opinioni di alcuni noti operatori del settore, alcuni problemi inerenti la “filiera del libro” e che sono sotto gli occhi di chiunque si sia trovato a frequentarla, in qualsiasi veste. Rinvio al riguardo, per esempio, all’articolo dell’ottima narratrice Silvia Ballestra appena uscito sul primo numero del mensile «Alfabeta2». Sul cui sito un lettore ha riportato, a commento, parole semplici e chiare di un editore indubbiamente di cultura, Gaetano Colonnese, scomparso nel 2004: «La società della globalizzazione appiattisce tutto, anche i libri. Esistono, per fortuna ancora oggi, dagli Appennini alle Ande, editori grandi e piccini di notevole progettualità culturale e senso estetico. Al contrario dei colossi, preoccupati soprattutto a confezionare scoop e bestseller, immessi sul mercato con estrema prepotenza, che sottraggono spazio ad altri libri che i lettori vorrebbero e farebbero bene a leggere. Tutto questo mette in pericolo non solo la cultura, ma anche la democrazia».
E così come ci sono esempi virtuosi di editoria (e di distribuzione, e di vendita in libreria) – che di volta in volta Senza scrittori affianca ad altri più massificati e massificanti – lo stesso si può dire degli autori, in merito ai quali – come già Stefano Petrocchi, coordinatore della Fondazione Bellonci – in questa stessa sede fa comodo ad Alice Di Stefano fingere di equivocare sul titolo del nostro film: il quale, lungi dal sostenere che non vi siano più in circolazione autori di qualità, vuole solo indicare come l’industria culturale, strutturata come una catena di montaggio, tenda ormai alla condizione paradossale di fare a meno appunto degli scrittori. Cioè del loro specifico punto di vista, del loro stile, del loro originale modo di stare al mondo.
Proprio perché non analitico e non critico-letterario, Senza scrittori si guarda bene, nell’episodio “incriminato” dello Strega, dal commentare o valutare l’opera degli autori che non sono stati intervistati (e nemmeno quella degli autori che lo sono stati, Tiziano Scarpa e Antonio Scurati) fra i quali quella di Cesarina Vighy. Preferisco non commentare la scelta di sua figlia di adoperare questa discussione per promuovere l’opera di sua madre, pubblicata dalla casa editrice per cui lavora. Le vie dell’elaborazione del lutto sono infinite. Mi sollecita invece la seconda parte del suo intervento, che se la prende con un documentario (senza, ripeto, averlo visto) il quale si limita a descrivere quanto ella stessa sostiene, cioè «un sistema vizioso e avvitato su se stesso per quel che riguarda soprattutto la durata media di un libro, la sua promozione e distribuzione, l’egemonia dei grandi gruppi e delle librerie di catena, l’affannosa ricerca del best seller». Ci sono eccezioni nobilissime, grida Alice Di Stefano! E al suo grido mi unisco anch’io. Infatti nel film quelle eccezioni vengono mostrate. Anche se a quel grido ne unisce un altro: e cioè che sta a noi vigilare affinché quelle isole – che non definirei felici – non finiscano sommerse dalla corrente della massificazione e del pensiero unico.
Spero che Alice, insieme magari a qualche redattore del «Giornale», possa presto vedere Senza scrittori. E che lo voglia commentare senza essere vincolata da un’«ottica limitata e limitante».



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