La crisi della cultura in Italia parte a sinistra... Su Affaritaliani.it l'appello di Carla Benedetti

Mercoledì, 21 luglio 2010 - 11:15:00

di Antonio Prudenzano

E' un Paese in cui qualcosa non funziona quello in cui parte del suo mondo culturale dibatte da settimane, sulla stampa e su internet, su un provocatorio documentario ("Senza scrittori" del critico Andrea Cortellessa e del regista Luca Archibugi) sulla crisi del mondo dell'editoria libraria italiana, che però solo poche decine di addetti ai lavori hanno avuto occasione di vedere. Non un problema da poco, come si può capire. E' come recensire un libro senza averlo letto... 

Sin dall'inizio Affaritaliani.it dà spazio ai tanti "scambi di opinioni" sui temi affrontati da "Senza scrittori", contribuendo all'accumulo di questo fiume di parole senza fine, sperando che al di là del paradosso di fondo (parlare di un documentario "fantasma"), ciò serva a fare un piccolo passo avanti. In attesa delle proiezioni pubbliche in programma a settembre (per tutti i particolari vedi in fondo, ndr), meglio andare oltre il reportage di Cortellessa-Archibugi per affrontare la crisi del nostro mondo culturale e riflettere sul senso stesso del ruolo del dibattito culturale oggi in Italia. E quello che è successo con "Senza scrittori", purtroppo, è l'emblema del dibattito culturale post-Anni Zero.

Qui di seguito Carla Benedetti risponde sì all'intervento di Andrea Cortellessa pubblicato ieri su Affaritaliani.it (tutti gli interventi precedenti sono disponibili in fondo, ndr), ma soprattutto va oltre ed entra nel merito della crisi di un sistema in declino. Quello della Benedetti è un appello, rivolto in particolare alla cultura "di sinistra". E fa riflettere.

L'auspicio è che se il dialogo scaturito da un documentario "fantasma" andrà avanti, d'ora in poi si entri sempre più nel merito delle questione e si evitino inutili attacchi personali. Uscire da una cerchia ristretta e spesso autoreferenziale, per arrivare a un pubblico più vasto. Proprio perché non si sta parlando di piccole beghe tra letterati ma, per citare la Benedetti,  di "un Paese distrutto", la cui "rinascita può venire anche dalla cultura".

 

carla benedetti
Carla Benedetti

QUI DI SEGUITO L'INTERVENTO DI CARLA BENEDETTI IN ESCLUSIVA SU AFFARITALIANI.IT

Di Carla Benedetti 
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)

Caro Prudenzano,

lei mi invita a rispondere a Andrea Cortellessa su "Affaritaliani.it". Lo faccio volentieri, anche se più volentieri discuterei dell'argomento centrale del mio articolo (non solo di quel punto marginale che ha fatto irritare Cortellessa, solo perché lo ha letto male).   In quell'articolo (uscito in due versioni, una più lunga sul "Primo amore" in rete e una più breve sull'Espresso, scorciata dalla redazione per ragioni di spazio) mi premeva mettere in luce come le pagine culturali siano oggi tragicamente chiuse rispetto alla reale vita culturale del Paese. Tragicamente, perché in un paese distrutto come lo è oggi il nostro, la rinascita può venire anche dalla cultura. Invece anche i quotidiani che sono all'opposizione spesso si riempiono di clichè e  delle "idée ricevute" dal Novecento, restando chiusi a nuove idee e analisi che pure circolano nel paese. La mia critica era quindi diretta soprattutto ai giornali di sinistra (visto che è da quelli che io mi aspetto qualcosa). Cortellessa si è irritato perché liquido così il suo documentario. Ma ha letto male le mie parole, o forse per eccessiva permalosità o  intolleranza per gli argomenti altrui. Infatti io nel mio articolo non parlo del suo  documentario. Ho parlato solo dell'articolo di "Repubblica" che ne dava notizia facendo eco ai soliti cliché sulla scomparsa degli scrittori, senza tener conto delle resistenze, delle controspinte. Mi stupivo che un giornale come "Repubblica", che in politica è così battagliero e coraggioso, nelle pagine della cultura mettesse in circolo analisi così superficiali e manichee come quelle espresse nella stessa pagina da Berardinelli in un'intervista: cioè che non ci sono più riviste, che la grande editoria ruba alla piccola gli autori su cui essa ha rischiato - cosa falsa, smentita dai tanti libri importanti pubblicati negli ultimi anni da grandi gruppi editoriali, compreso Gomorra di Saviano.

 

Vorrei perciò riportare qui l'inizio del mio articolo fino al punto "incriminato". Perché solo così se ne  comprende il senso. E anche perché è davvero un peccato che un problema come questo, sofferto da tanti scrittori e artisti, anneghi in una piccola scaramuccia personale. Ecco la prima parte dell'articolo:

 

" In un Paese distrutto, la rinascita viene anche dalla cultura.   Nella patria di Gramsci si potrà capire al volo cosa intendo. La   cultura è un terreno cruciale che può risvegliare energie, seminare  sentimenti etici, riaprire le menti e i sogni. Nella Milano bombardata, alla fine della  guerra ,  l’apertura del teatro di Paolo Grassi fu come l’accensione di una  piccola luce nel buio. A maggior ragione nel Paese moralmente  distrutto di oggi.  Eppure sembra che dalla cultura oggi  si aspettino ben poco in Italia persino coloro che su Gramsci si sono formati. È soprattutto a sinistra che si  concentra il maggior numero di “operatori culturali” rassegnati, che portano annichilamento, traendo cinicamente il proprio status dal  generale ribasso, ostili alle idee nuove,  alla radicalità artistica e di pensiero,   quasi avvertite come un pericolo. Che usano la loro intelligenza per analizzare le  ragioni per cui nient’altro è possibile.  Che cancellano dal quadro quello che di inaspettato si alza ancora, non si sa per quale miracolo, da   questo nostro Paese sorprendente.  So che sto affermando una cosa   grave. Ma è difficile negare che nell’ultimo decennio gran parte   della sinistra sembra aver fatto di tutto per consegnare la vita   culturale a una mediocrità di mera sopravvivenza. Ha persino agito in senso contrario all'idea di egemonia, chiudendo spazi alle voci più “abrasive”, mentre i giornali di destra erano pronti ad accoglierle.  Di ritorno dagli Usa, dopo tre mesi passati a insegnare   all’Università di Chicago, e a notare con dolore la differenza tra la   vita culturale più libera che c’è lì e tutti gli impedimenti (non   solo economici) che invece da noi la soffocano, mentre ero ancora   sull’aereo ho aperto di nuovo un giornale italiano   su carta. Mi è venuto incontro il Paese malato di prima, ma ancora   più straziato da predatori, con la democrazia ridotta a paravento,   l’università pubblica ancora più smantellata, politici che continuano   a fomentare la paura e l’odio razziale, un clima che spreme fuori il   peggio da ogni uomo. Ma in prima pagina di “Repubblica” (del 17   giugno) leggo qualcosa che che mi ridà animo. Un’analisi che va in   profondità, oltre il già noto, che forgia concetti nuovi ed è mossa   da un percepibile amore per il proprio oggetto.  È una riflessione di  Gustavo Zagrebelsky sulla democrazia e su ciò che la sta divorando  dal di dentro nel nostro Paese. Parla di una forma “nostrana” di   oligarchia, che agisce nascondendosi, e che egli chiama “oligarchie   di giro”. «Intendo con questa espressione - il giro, esattamente ciò   che vogliamo dire quando, di fronte a sconosciuti dalla storia, dalle   competenze e dai meriti incerti, o dai demeriti certi, i quali   vengono a occupare posti difficilmente concepibili per loro, ci   domandiamo: a che giro appartengono?” E continua dicendo che questa «struttura del potere», che  distrugge l’ethos e le basi culturali necessarie alla democrazia, non  è mai stata così estesa e capillare come oggi: “catene   verticali, quasi sempre invisibili e talora segrete, legano tra loro 
uomini della politica, delle burocrazie, della magistratura, delle   professioni, delle gerarchie ecclesiastiche, dell’economia e della   finanza, dell’università, della cultura». Sì, anche della cultura.  
Gli invisibili giri, che ognuno però avverte, e che trasformano gli   individui liberi in servi di chi in cambio gli darà privilegi o   carriera, corrodono anche lì. Questo male però non viene quasi mai   messo nel conto. Quando si parla dello stato della letteratura, del  teatro, dell’arte, della ricerca, si è pronti a additare le   logiche di mercato e di profitto che vi sono penetrate, ma qui ci si ferma. Sullo stesso giornale, in cultura, leggo un articolo  intitolato “Dove è finito lo scrittore”. Si parla di un documentario  di Andrea Cortellessa e Luca Archibugi, prodotto dalla Rai, dal titolo polemico, ma ugualmente castrante, “Senza  scrittori”. La tesi è che nel mercato della letteratura, dominato  dagli interessi dei grandi gruppi editoriali, «non ci sono più opere  o scrittori o critici o riviste ma solo produzione industriale». Quante volte si è sentito ripetere che in Italia non c'erano più grandi scrittori. Verdetto che faceva il deserto, cancellando anche il buono. Dopo Gomorra credevo che non lo avremmo più sentito.  Invece eccolo di nuovo, e proprio nelle pagine culturali di un quotidiano che in politica è tra i più coraggiosi e efficaci.  A  fianco all'articolo di Erbani, c’è un’intervista a Alfonso Berardinelli. Anche lui parla di  «scrittori che si adeguano», di «riviste sparite», della grande  editoria che «oggi è la retroguardia», e che «ruba gli autori sui quali i piccoli editori hanno rischiato». Quando  era editor della Bollati Boringhieri, Berardinelli rifiutò “Gli esordi” di Antonio  Moresco, che  pubblicò Gabriella D’Ina della Feltrinelli, e che  nel 2006 vinse il premio Lipsia per il miglior libro tradotto in  tedesco, concorrendo assieme a Vollmann, Pessoa e Erofeev.  Perché allora questo manicheismo semplificante?A fare la differenza non è la grande o la piccola editoria (entrambe  soggette alle logiche di mercato), ma la lungimiranza di singoli individui che persino dentro ai grandi gruppi   riescono a far passare qualcos’altro. In questi mesi sono usciti quattro libri  carichi di uno sguardo nuovo e umanissimo: “Gli incendiati” di Moresco (Mondadori), “Le rondini di Montecassino” di Helena Janeczek  (Guanda), la raccolta di poesie “Bestia di gioia” di Mariangela Gualtieri (Einaudi), i racconti “Forav^a” di Dario Voltolini  (Feltrinelli). I primi tre sono pubblicati da grandi gruppi  editoriali. E i libri di Mari, Siti, Scarpa,  Pariani, Evangelisti, dello stesso Saviano, e persino di poeti come  Benedetti e  Ferrari, non sono forse usciti presso Einaudi e  Mondadori? Sappiamo che le concentrazioni editoriali, come  mostrò Schiffrin  in un libro di dieci anni fa ("Editoria senza editori", Bollati Boringhieri)  impongono profitti alti e rapidi,   rendendo difficile la sopravvivenza in libreria dei libri “di  cultura”. Ma perché, per illustrare questa verità si fa sparire dal  quadro il conflitto, le  controspinte e i  comportamenti virtuosi?  Che differenza c'è tra queste sintesi  pressappochiste e il qualunquismo di chi dice “tanto rubano tutti”?"

 

Credo che le mie parole non diano adito a dubbi. Criticavo il fatto che un giornale come "Repubblica"  che in politica è così battagliero, nelle pagine della cultura metta in circolo analisi tanto superficiali sulla grande editoria che non rischia e la piccola che invece è coraggiosa, smentite clamorosamente da tanti libri notevoli pubblicati da grandi gruppi editoriali. Del titolo del documentario di Cortellessa e Archibugi non mi era sfuggita affatto la natura ironica. E infatti ho scritto "titolo chiaramente polemico, ma ugualmente castrante". Del resto altri lettori, meno abbagliati dalla permalosità, non hanno equivocato le mie parole. Ecco ad esempio  un commento  di Georgiamada, sul sito omonimo (http://georgiamada.splinder.com/post/23023452#cid-62302923): "la Benedetti critica un articolo su, e non il documentario di Cortellessa".  E poi, rivolto allo stesso Cortellessa, nel frattempo entrato direttamente nella discussione: "Carla Benedetti si limita a criticare l'articolo che parla del tuo video e NON il tuo video ... cosa del tutto legittima senza bisogno di doversi vedere (almeno per ora)  il tuo video... semmai sei tu a confondere tutto in una gelatina di permalosità .... e fraintendere quello che gli altri scrivono (lo hai fatto anche con l'intervista a Vassalli e gli hai fatto dire, banalizzandolo, quello che pensavi tu e non quello che aveva realmente detto)".

 

Probabilmente la reazione di Cortellessa è stata stimolata dalla seconda parte del mio articolo (Sul "Primo amore"), dove  rivolgo non solo a lui ma a diverse voci "di sinistra" la critica più forte. Eccola: "Perché in Italia ogni voce che ha spessore e forza d'impatto fuori dal comune viene accusata di essere di destra? Alessandro Dal Lago nel suo pamphlet "Eroi di carta", edito da Manifestolibri, sostiene che che la figura mediatica di Saviano, divenuta simbolo, è l'analogo di Berlusconi. Argomenti simili sono stati usati più volte anche contro il "personaggio" mediatico di Pasolini. Un'altra "pietra dello scandalo" è Antonio Moresco. Anni fa lo definirono "criptofascista" distorcendo fortemente un suo scritto all'indomani dell'11 settembre. E anche quella volta l'attacco partì dalle pagine del "manifesto", a opera di Cortellessa". Ma su questo il critico non ha da replicare.  Il testo di Moresco fortemente distorto da Cortellessa si intitolava "L'occhio del cyclone", ed era uscito nel volume collettivo "Scrivere sul fronte occidentale", Feltrinelli, 2002. A quel volume, che riportava gli atti di un convegno svoltosi a Milano  subito dopo  l'11 settembre, hanno partecipato diversi scrittori, e io stessa. Tutti accomunati come guerrafondai e indicati al lettore di "Alias" del "manifesto" come nemici politici. Il titolo dell'articolo di Cortellessa era "Sento puzza di 1915". Il mio articolo, in entrambe le versioni, si concludeva così, con questa domanda dolorosa alla cultura "di sinistra": "Come mai  in questo Paese la profondità e il coraggio debbono   subire queste difficoltà aggiuntive, queste guerre tese al controllo  del territorio e all’eliminazione della “concorrenza”, non molto diverse da quelle che agiscono in altri campi? Una rigenerazione del tessuto lacerato della democrazia non può non  passare anche da qui." Ripropongo questa domanda, accorata ma combattiva, anche ai lettori di "Affaritaliani.it".

Grazie.

Carla Benendetti

 

 SCOPRI LE PRECEDENTI PUNTATE DELLA POLEMICA (CON TUTTI GLI INTERVENTI) E I PARTICOLARI SUL DOCUMENTARIO:

di Andrea Cortellessa
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)

19 luglio 2010

   

carla benedetti andrea cortellessa
Cortellessa e la Benedetti
Poche cose sono più ineleganti che difendere il proprio lavoro dalle critiche. Posso ben dirlo proprio perché sono un critico. Con Senza scrittori, però, mi trovo per così dire dall’altra parte della barricata e qui su Affari italiani già più volte mi sono visto costretto a correggere inesattezze o sviste, nella ricezione del film da me realizzato insieme a Luca Archibugi per la RAI Cinema di Franco Scaglia.

Se però mi sono lasciato andare a un comportamento che in genere depreco, il che peraltro reitero in questo momento, è per un semplice motivo. Non essendo ancora il film ufficialmente distribuito, ed essendosi svolta sinora una sola anteprima (all’Azzurro Scipioni di Roma il 28 giugno), purtroppo solo pochi hanno avuto occasione di vederlo, e so con assoluta certezza che diverse delle numerose persone che in queste ultime settimane lo hanno commentato, molto semplicemente non lo hanno visto. Alice Di Stefano – che sul Giornale ha protestato per l’assenza, dal capitolo del film dedicato alla serata finale del premio Strega 2009, del libro di sua madre Cesarina Vighy – lo ha, qui, pubblicamente ammesso (dicendo di esserselo però fatto raccontare nel dettaglio) e le do atto di questa sincerità. Con lei, che conosco da quattordici anni, ho provveduto a spiegarmi personalmente, scusandomi per essere entrato in una sua vicenda privata che lei stessa aveva messo in campo ma che evidentemente non sta a me giudicare.

Altre recensioni o menzioni, in positivo (Walter Pedullà sul Messaggero, Marco Belpoliti sulla Stampa, Paolo Fallai e Franco Cordelli sul Corriere della Sera, ultimo in ordine di tempo Gabriele Pedullà col bell’articolo sul Sole 24 ore di ieri) o in negativo (Simone Ghelli sul sito Carmilla), sono state invece di spettatori del film, che ne hanno commentato contenuti e stile in modi assolutamente corretti sui quali posso dissentire (è ovviamente il caso di Ghelli) ma che con ogni evidenza rientrano nel loro diritto di critica. La maggior parte delle cose che ho letto, e guarda caso queste tutte in negativo, sono state però di non-spettatori del film: i quali nonché “farselo raccontare” si sono limitati a commentare… il primo articolo ad esso dedicato, quello di Francesco Erbani uscito sulla Repubblica che, subito prima della serata Strega di quest’anno (e con toni che inevitabilmente risentivano del fermento e delle polemiche di stagione), aveva visto il film prima di tutti, scrivendone positivamente.

Sul Giornale a più riprese (e tanto peggio se, come sostenuto da ultimo dal quotidiano, alla proiezione romana era presente un loro collaboratore: perché dunque non entrare nel merito dei suoi contenuti?) e su una quantità di siti ho visto discettare non del mio film, ma delle reazioni degli altri media. In modo simile, del resto, quando si discute di un libro o di un qualunque oggetto culturale su un lit-blog, la situazione-tipo è quella in cui il commentatore esordisce dicendo «io non ho letto il libro in questione, ma quel che ne dice Tizio è insopportabile, mentre quello che dice Caio conferma che si tratta di un genio». La situazione – anche al di là di trovarmici in mezzo come parte in causa - è interessante proprio in termini di semiotica della comunicazione.

Il caso che più mi ha impressionato, e che dovrebbe però piuttosto rientrare nella deontologia professionale, è quello dell’articolo di Carla Benedetti Processo alla critica, pubblicato da L’Espresso venerdì scorso e ripreso, in forma modificata e ampliata, dalla stessa autrice sul suo sito Il primo amore. Anche in questo caso – come appunto in quello del Giornale – è andata sprecata l’occasione per discutere di assetti proprietari in editoria nella distribuzione e nella vendita dei libri, in un periodo in cui sempre più chiara appare la sperequazione fra grandi gruppi e piccola editoria indipendente (alla cui protesta ha dato voce con sensibilità Simonetta Fiori sulla Repubblica nei giorni scorsi), che sono appunto i temi del film. Occasione sprecata grazie all’ennesimo articolo di C.B. interamente basato su pregiudizi (oltre che sulla solita sfilza promozionale dedicata ai soliti autori amici). Quando dico «pregiudizi» non uso una metafora, poiché appunto l’articolista non ha visto il film ma si basa unicamente sul citato articolo di Erbani sulla «Repubblica», estrapolandone frasi come per esempio «non ci sono più opere o scrittori o critici o riviste ma solo produzione industriale» che però, nel prosieguo del ragionamento di C.B. (se così vogliamo qualificarlo), vengono a me nella sostanza attribuite sostenendo che «quando [Cortellessa] loda qualcuno degli scrittori odierni, si affretta a precisare che “nessuno di loro è Dostoevskij”» (frase prelevata da un mio commento sul blog Lipperatura, dall’articolista evidentemente compulsato con attenzione) per concludere: «Cos’è questa volontà di lavorare al ribasso, di tagliare via gli alberi più grandi per poi regnare nel sottobosco?».

Se Carla Benedetti avesse visto il film (o se avesse letto anche solo la prima frase della sua presentazione) saprebbe che al Premio Strega dedica solo uno dei suoi cinque capitoli e che il titolo Senza scrittori è volutamente paradossale e ironico (mi rendo conto del fatto che C.B. è ideologicamente avversa, in quanto caratterialmente inidonea, all’ironia; ma un critico, se davvero fosse tale, dovrebbe essere in grado di cogliere almeno la più evidente intentio auctoris). Non mi sogno nemmeno di affermare, né in Senza scrittori né altrove, che «non ci sono più opere o scrittori o critici ma solo produzione industriale»; tanto è vero che la stessa C.B. che mi definisce «critico ed editor della piccola editoria» sa benissimo che da cinque anni dirigo una collana, fuoriformato de Le Lettere, che pubblica appunto autori nuovi o dimenticati che ovviamente per me (e in piccola parte grazie a me, anzi) esistono, eccome.

Semplicemente quelli che sono per lei «gli alberi più grandi» non lo sono per me: ma, almeno sino all’introduzione ufficiale del pensiero unico, mi ritengo in diritto di sostenere autori diversi da quelli sostenuti da lei. Non dice poi soprattutto, C.B., che imprese come fuoriformato (la quale si avvia infatti alla chiusura) sono oggi letteralmente strangolate dalla grande distribuzione e dall’organizzazione delle grandi librerie di catena (il cui funzionamento è discusso con ampiezza, in Senza scrittori, con Romano Montroni). Il (non nuovo) malanimo di C.B. nei miei confronti si spinge a indicare una prova del fatto che esistano oggi riviste autorevoli nella ricomparsa in edicola di «alfabeta», che cita per la presenza in essa di un articolo di Umberto Eco senza però dire che della rivista sono proprio io, insieme a Nanni Balestrini e Andrea Inglese, il redattore! E sarei io ad affermare, contemporaneamente, che «non esistono riviste»? La critica ha diritto ad essere tendenziosa, ritengo, ma qui siamo alla consapevole disinformazione del lettore.

Non è ancora tutto. L’aspetto più stupefacente dell’articolo di C.B. si rivela con la lettura comparata delle sue due versioni. Al pubblico dell’Espresso, e ai suoi redattori culturali, scrive che la ricomparsa di «alfabeta» e la pubblicazione su di essa dell’«articolo di Umberto Eco» (il quale, non so se ci sia bisogno di ricordarlo, è collaboratore illustre dello stesso Espresso) dimostra in sé che quella delle «riviste scomparse» è «cosa falsa». Ai lettori del Primo amore, e ai suoi corredattori (che sono in buona parte gli stessi autori ivi lodati quali «alberi più grandi» della foresta letteraria italiana), dice invece che l’impegno letterario e politico di quello che sarebbe il maggior intellettuale italiano, il da lei plurimenzionato Antonio Moresco, «non viene messo nel conto nelle stanche rimasticazioni sull'"impegno", sulla "scomparsa" o su "il ritorno degli intellettuali", ingombre delle "idee ricevute" dal Novecento, cieche di fronte al presente e alle sue novità terribili o straordinarie (si veda il primo numero di Alfabeta 2")».

Dunque questa eroina del libero pensiero e della parresìa, che i piccoli fans del mondo blogger esaltano per il suo «coraggio di non essere mai banale e di dire quello che pensa, e farlo in maniera diretta e non diplomatica», sostiene pubblicamente due diverse verità: sull’Espresso Umberto Eco e alfabeta2 sono la prova autoevidente della vitalità della cultura italiana, sul Primo amore quelle di alfabeta2 sono invece «stanche rimasticazioni» e idées reçues. Questa spettacolare performance della peggiormente italiana doppia verità di comodo e di schieramento, dell’eterna malafede dorotea o piuttosto nicolazziana, questa disinvoltura sbracata a licenza, sono un perfetto esempio dello stile intellettuale (a voler tacere, per carità di patria, su quello di scrittura) di chi si proclama discepola di Pasolini e Foucault e che in verità si rivela nient’altro che l’ultima nipotina di padre Bresciani.

Nel ringraziare Affari italiani per lo spazio generosamente offertomi vorrei col presente intervento uscire da questa discussione, rinviandone ulteriori eventuali battute a quando Senza scrittori – già da settembre con la sua presentazione al festival Pordenonelegge e in altre manifestazioni in varie città d’Italia, e poi in autunno in forme spero a tutti accessibili – verrà commentato, e legittimamente criticato, da chi davvero lo avrà visto.

 

 

16 luglio 2010 -  ALICE DI STEFANO: "CORTELLESSA, SEI VOLGARE"

di Alice Di Stefano (editor della narrativa italiana della Fazi editore)
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)

alice di stefano editor fazi
La Di Stefano
Dopo l’ennesimo intervento dell'altro giorno, vorrei a mia volta rispondere ad Andrea Cortellessa da cui mi aspettavo sì una replica ma non di quel tenore. Ero in attesa, infatti, anzi temevo, un discorso di quelli ben tessuti e ben articolati con il quale colui che era stato chiamato in causa avrebbe senz’altro sopravanzato il mio argomentare candido, schierato e un po’ banalotto sui buoni libri e l’editoria. Ho letto invece frasi buttate lì un po’ per caso da parte di una persona ormai quasi annoiata dalle chiacchiere nate attorno a un documentario che, a detta sua, nessuno (o quasi) conosce e che io per prima non ho visto ma che, prima di scrivere, mi  ero fatta raccontare nei minimi particolari. La sua risposta sul piano personale, che conteneva un'evidente nota di volgarità, insolita in un critico che scrive bene e che in genere si batte con eleganza per i propri argomenti, al primo momento mi ha fatto sorridere (per la sua prevedibilità), poi mi ha definitivamente confermato che l’autore del documentario, appuntato “solo per una delle cinque sue parti” sulla serata dello Strega 2009, ecc. ecc., non ha letto i libri di Cesarina Vighy. Il mio pezzo sul Giornale era essenzialmente un invito, caloroso, rozzo, passionale, spontaneo quanto si vuole rivolto a chi – questo non si può negare – parla spesso di letterarietà e poi non si accorge di quello che accade in giro, senza per forza spingersi a Topolopoli. Era un consiglio da editor e non da figlia, da persona impegnata nell’editoria e non (solo) da donna in lutto. Buttarla sul gossip, sul personale, appunto, è una cosa che, per carità, piacerebbe tanto anche a me, ma non credo possa interessare il grande pubblico, rendendo ancora più sterile una polemica già abbastanza inutile in partenza. La mia idea, semmai, è quella di un dialogo, magari dai toni un po’ accesi ma costruttivo, che possa coinvolgere e far riflettere sulla letteratura, i meccanismi editoriali e - perché no - una riforma (vera) del premio Strega anche chi non sia strettamente del settore o abbia pubblicato almeno un libro. Per quel che riguarda il documentario, lo guarderò volentieri non appena mi sarà possibile. Ho letto però l’introduzione dei suoi autori riportata su Affaritaliani.it e la mia invettiva da poveri non cambia: i nomi citati nell’elenco degli intervistati sono per il 90% parte di quella cricca cui non troppo vagamente alludevo. Un gruppo ristretto di persone che io per prima ammmiro, seguo e stimo ma che non può, secondo me, rappresentare esaustivamente il mondo delle lettere (parlo per gli scrittori) e dell’editoria nel suo insieme. Nel testo riportato in più si dice che le case editrici piccole ma buone non hanno spazio né attenzione e poi però si passa a intervistare (e quindi a mettere in primo piano, per l'ennesima volta) Franchini et similia. Mi è piaciuta invece la definizione di “società del narcisismo” che porta a produrre valanghe di nuovi titoli all’anno; da quello che mi hanno raccontato, inoltre, il documentario è abbastanza convincente dal punto di vista della critica al sistema, vittima più che mai di un circolo vizioso. La mia ottica è per forza “limitante e limitata” non avendo visto l’oggetto del contendere. In ogni caso, la critica resta in piedi dal momento che – a quanto mi risulta – per quei pochi minuti dedicati alla serata dello Strega 2009 e parlando di libri che troppo spesso non mantengono le aspettative legate alla letterarietà, L’ultima estate non è stata citata. Per scrupolo, mi obietto da sola che forse sarebbe stato anche un po’ fuori luogo farlo nell’ambito di un discorso coerente e a tesi, che intendeva portare avanti un punto di vista legittimo, costituendo il libro quasi un’anomalia, un’eccezione a conferma della regola, a maggior ragione non avendolo vinto, quel Premio. Ma se chi vuole contestare un’istituzione vecchia, indubbiamente da rivedere come quella del riconoscimento più prestigioso d’Italia (come si evince dallo scritto diretto a Petrocchi)[1, vedi box a destra] non si documenta leggendo almeno per curiosità i 5 libri di cui anche solo indirettamente parla e sfrutta per la sua tesi sull’editoria è un critico non critico, di parte, settoriale, e la sua tesi si incrina in partenza. In più, nel caso di Cortellessa, non si tratta di un semplice giornalista, che potrebbe anche permettersi di non conoscere a fondo tutti gli aspetti di un argomento, ma in primo luogo di un critico letterario-autore-professore-italianista che ogni volta che si pronuncia si presume abbia ben presente il quadro complessivo della situazione, buona o cattiva che sia. Questo discorso, ovviamente, non vale tanto e solo per lui, che comunque ha il merito di aver sollevato un problema portandolo all’attenzione delle polemiche, quanto per i vari Asor Rosa, Quondam ecc., italianisti di professione con il voto allo Strega che, almeno in un caso hanno dichiarato di votare non secondo coscienza, potrei dire, ma secondo logiche di scuderia (quale?). Infine, così come nel mio caso, che sono editor ma anche figlia di Cesarina Vighy, anche Cortellessa (e gli altri come lui) dovrebbe assumere su di sé il proprio ruolo e non dimenticarselo mai altrimenti lo scollamento tra le due figure (quella del critico e quella di autore, ad esempio) potrebbe svelare un atteggiamento a dir poco contraddittorio. A tal proposito, polemiche di altro tipo sentite in questi giorni mi stimolano a rilanciare la palla a chi vorrà raccoglierla per parlare degli autodefinitisi e cosiddetti “autori Einaudi”.
 

"SENZA SCRITTORI":
IL DOCUMENTARIO DI CUI TUTTI PARLANO MA CHE (QUASI) NESSUNO HA VISTO...

ECCO COME LO DESCRIVONO GLI AUTORI... - Il titolo suona volutamente paradossale. In Italia ogni anno vengono pubblicate decine di migliaia di novità librarie, e letteralmente non si contano gli esordi di poeti, narratori e saggisti. Il titolo di scrittore, insomma, non si nega a nessuno: tanto più che chiunque raggiunga una certa fama, a qualsiasi titolo (foss’anche quello di efferato pluriomicida), si sente in dovere di corroborarla, e insieme sfruttarla, pubblicando appunto un libro. Il libro è così divenuto il feticcio per eccellenza della nostra «società del narcisismo». E attorno al libro s’è affermata, con la nascita e il crescente predominio dell’editoria di massa, una vera e propria industria della vanità: che passa per la “macchina” editoriale, improntata a criteri di produzione sempre più automatizzati e standardizzati; la “filiera” per molti versi perversa della distribuzione, sempre più condizionata
dalle concentrazioni proprietarie; il “tritatutto” della promozione, che gigantografa le figure-feticcio degli autori à la page coi meccanismi numerolàtrici delle classifiche di vendita e la spettacolarizzazione dei festival e dei premi letterari – come la vera e propria “fiera della vanità” ogni inizio di luglio messa in scena dallo Strega; infine la “tonnara” della vendita al dettaglio, che spinge i malcapitati lettori al consumo più immediato e irriflesso in
luoghi sempre più alienanti e massificanti. A fronte di questo sistema apparentemente senza falle né residui, Senza scrittori mette in scena un guastafeste ingombrante, un grillo parlante curioso e molesto – il critico Andrea Cortellessa – che
quelle falle e quei residui ostinatamente cerca e in parte trova, sottolineando le diverse interpretazioni che della famosa “filiera” – contro un pensiero che tutto presenta, invece, come “seconda natura” – possono essere date da soggetti diversamente responsabili. E che infine, quasi per caso, perviene in un luogo che pare fuori dallo spazio e dal tempo, la fantomatica Stazione di Topolò sita al confine con la Slovenia: dove espressione artistica e letteraria, relazioni personali e col territorio, senso della storia e dell’identità sembrano trovare un equilibrio – precario quanto affascinante.

Interviste con: Marco Belpoliti, Tiziano Scarpa, Antonio Scurati, Giorgio Vasta, Valentino Zeichen, Giuseppe Antonelli, Francesco Piccolo, Raffaele Manica, Gabriele Pedullà, Antonio Franchini, Alberto Magnani della Demoskopea, Francesco Cataluccio, Giulio Mozzi, Piero Gelli, Stefano Mauri, Sergio Bianchi e Ilaria Bussoni di DeriveApprodi, Romano Montroni, Stefano Salis, Vincenzo Orieti e Carla Tombolini della Libreria Tombolini, Carla Bernini e Luca Nicolini del festival di Mantova, Antonella Bukovaz, Moreno Miorelli e Donatella
Ruttar della Stazione di Topolò..

 9 luglio 2010 - Continua a far discutere "Senza Scrittori" il "documentario-fantasma" sull'editoria libraria che (quasi) nessuno ha visto ma di cui in tanti parlano... Un dei due autori, il critico Andrea Cortellessa, sceglie Affaritaliani.it per replicare alle accuse di Alice Di Stefano lanciate in un intervento ieri su Il Giornale. La figlia della scrittrice Cesarina Vighy (scomparsa recentemente) "difende" la madre e definisce certa critica letteraria una "cricca". Cortellessa ribatte: "Preferisco non commentare la scelta di sua figlia di adoperare questa discussione per promuovere l’opera di sua madre, pubblicata dalla casa editrice per cui lavora. Le vie dell’elaborazione del lutto sono infinite". E sulle accuse specifiche aggiunge... Leggi i due interventi, il commento di Affaritaliani.it e scopri di cosa parla "Senza scrittori", in attesa delle proiezioni pubbliche in programma a settembre... In più, riproponiamo lo speciale di Affaritaliani.it con le interviste a Tullio De Mauro, Stefano Mauri, Gian Arturo Ferrari, Stefano Petrocchi e Tiziano Scarpa

di Antonio Prudenzano

Quello dell'editoria libraria è un mondo che, soprattutto d'estate quando il caldo si fa sentire (e fa spazientire facilmente...), regala sorprese, polemiche e paradossi. Già si sapeva che in parecchi casi gli addetti ai lavori (giornalisti, critici, scrittori, editori ed editor compresi) spesso tendono a (s)parlare dei libri senza averli letti e a volte neppure sfogliati. La novità ora è che anche dei (rari) documentari sui libri si (s)parla senza averli visti. A questo proposito, sta facendo discutere tanto ("tanto" si fa per dire... si sa che è un mondo piccolo e un po' chiuso in cui tutti si conoscono) "Senza scrittori" del critico Andrea Cortellessa e del regista Luca Archibugi. Dopo la torrenziale polemica tra Cortellessa e i Wu Ming andata in scena sul blog Lipperatura, il botta e risposta su Affaritaliani.it tra lo stesso critico e il coordinatore esecutivo della Fondazione Bellonci Stefano Petrocchi (vedi in fondo), quello tra Cortellessa e Tiziano Scarpa (sempre su Affaritaliani.it, vedi sempre in fondo), e i numerosi articoli dedicati da Il Giornale al documentario "fantasma", ora è proprio un intervento di Alice Di Stefano (Fazi editore) pubblicato da Il Giornale (leggilo qui) a spingere Cortellessa a intervenire per l'ennesima volta (di seguito  la replica del critico), essendo stato chiamato in causa personalmente. Una "cricca", così viene definita una "certa" critica letteraria dalla Di Stefano, che inoltre difende "L’ultima estate", romanzo edito da Fazi e in cinquina allo Strega nel 2009, scritto da sua madre Cesarina Vighy, scomparsa di recente.

A parte i  fortunati che hanno visto "Senza scrittori"  (prodotto da Rai Cinema) alla vigilia del Premio Strega in una serata romana in cui è stato proiettato (finora è stata questa l'unica proiezione pubblica), e a parte alcuni dvd spediti agli intervistati, nessun altro ha avuto modo di guardarlo. Come lo stesso Cortellessa ci ha spiegato, le prossime proiezioni aperte a tutti sono in programma a settembre, a Pordenonelegge, a  Milano e a Firenze (all'Ultra Festival). In autunno il documentario dovrebbe essere distribuito (da 01), mentre la Rai lo ha opzionato per mandarlo in onda su Rai1, ma anche in questo caso non ci sono certezze sulla data.

Nell'attesa che un documentario ritenuto così importante per i temi che tratta (altrimenti non se ne parlerebbe tanto, no?) sia diffuso, nel box qui a destra proponiamo la scheda di presentazione di "Senza scrittori", oltre all'elenco degli intervistati. Vederlo sarebbe un'altra cosa, ma nel frattempo questa sintesi proposta dagli autori può almeno aiutare il lettore a capire di cosa si sta (s)parlando con tanta foga. Altrimenti, il solo effetto della polemica stimolata dal documentario è un deprimente scontro tra "superego". Che li si condivida o meno, gli spunti offerti da "Senza scrittori" per chi ama i libri (non solo gli addetti ai lavori, quindi) sono più interessanti dell'umanissimo desiderio di farsi notare.

ANDREA CORTELLESSA SCEGLIE AFFARITALIANI.IT PER REPLICARE ALL'INTERVENTO DI ALICE DI STEFANO PUBBLICATO SU IL GIORNALE (LEGGILO QUI) L'8 LUGLIO SCORSO

di Andrea Cortellessa
(intervento in esclusiva per Affaritaliani.it)

9 luglio 2010

È difficile replicare al «Giornale», che per la terza volta attacca Senza scrittori senza ancora averlo visto. Motivo in più, questo, per farlo circolare quanto più possibile e al più presto. Per la terza volta mi tocca ricordare che Senza scrittori non è affatto un film sul Premio Strega e non è un’opera esaustiva o analitica, non fa critica letteraria in merito agli autori che cita, non è giornalismo d’inchiesta e non è fiction. Vuole solo illustrare – come dice la presentazione qui allegata, che da sola è bastata a guadagnarci il primo attacco del «Giornale» – in situazioni concrete e attraverso il confronto delle opinioni di alcuni noti operatori del settore, alcuni problemi inerenti la “filiera del libro” e che sono sotto gli occhi di chiunque si sia trovato a frequentarla, in qualsiasi veste. Rinvio al riguardo, per esempio, all’articolo dell’ottima narratrice Silvia Ballestra appena uscito sul primo numero del mensile «Alfabeta2». Sul cui sito un lettore ha riportato, a commento, parole semplici e chiare di un editore indubbiamente di cultura, Gaetano Colonnese, scomparso nel 2004: «La società della globalizzazione appiattisce tutto, anche i libri. Esistono, per fortuna ancora oggi, dagli Appennini alle Ande, editori grandi e piccini di notevole progettualità culturale e senso estetico. Al contrario dei colossi, preoccupati soprattutto a confezionare scoop e bestseller, immessi sul mercato con estrema prepotenza, che sottraggono spazio ad altri libri che i lettori vorrebbero e farebbero bene a leggere. Tutto questo mette in pericolo non solo la cultura, ma anche la democrazia».
E così come ci sono esempi virtuosi di editoria (e di distribuzione, e di vendita in libreria) – che di volta in volta Senza scrittori affianca ad altri più massificati e massificanti – lo stesso si può dire degli autori, in merito ai quali – come già Stefano Petrocchi, coordinatore della Fondazione Bellonci – in questa stessa sede fa comodo ad Alice Di Stefano fingere di equivocare sul titolo del nostro film: il quale, lungi dal sostenere che non vi siano più in circolazione autori di qualità, vuole solo indicare come l’industria culturale, strutturata come una catena di montaggio, tenda ormai alla condizione paradossale di fare a meno appunto degli scrittori. Cioè del loro specifico punto di vista, del loro stile, del loro originale modo di stare al mondo.
Proprio perché non analitico e non critico-letterario, Senza scrittori si guarda bene, nell’episodio “incriminato” dello Strega, dal commentare o valutare l’opera degli autori che non sono stati intervistati (e nemmeno quella degli autori che lo sono stati, Tiziano Scarpa e Antonio Scurati) fra i quali quella di Cesarina Vighy. Preferisco non commentare la scelta di sua figlia di adoperare questa discussione per promuovere l’opera di sua madre, pubblicata dalla casa editrice per cui lavora. Le vie dell’elaborazione del lutto sono infinite. Mi sollecita invece la seconda parte del suo intervento, che se la prende con un documentario (senza, ripeto, averlo visto) il quale si limita a descrivere quanto ella stessa sostiene, cioè «un sistema vizioso e avvitato su se stesso per quel che riguarda soprattutto la durata media di un libro, la sua promozione e distribuzione, l’egemonia dei grandi gruppi e delle librerie di catena, l’affannosa ricerca del best seller». Ci sono eccezioni nobilissime, grida Alice Di Stefano! E al suo grido mi unisco anch’io. Infatti nel film quelle eccezioni vengono mostrate. Anche se a quel grido ne unisce un altro: e cioè che sta a noi vigilare affinché quelle isole – che non definirei felici – non finiscano sommerse dalla corrente della massificazione e del pensiero unico.
Spero che Alice, insieme magari a qualche redattore del «Giornale», possa presto vedere Senza scrittori. E che lo voglia commentare senza essere vincolata da un’«ottica limitata e limitante».

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