Il primo capitolo di "Caina" (Fandango) di Davide Morganti

Giovedì, 29 ottobre 2009 - 15:20:00

VIA LUCIS

Prima stazione

Gli amici, quando venivano a sapere che era incinta, facevano follie per avere Vincenza, perché in corpo teneva come unica scienza la morte. Mi chiamavano e dicevano mamma Emilia mettici la buona parola con tua figlia, noi vogliamo un lavoro pulito e fatto bene, roba con la botta forte per ridurre in polvere gli infami e tenere la luce puntata notte e giorno sugli occhi degli infami come una cicca da spegnere sulla pelle. Pure per radio mi facevano arrivare i messaggi, con l’eco e la musica e la dedica, per dire che c’era sentimento e non solo lavoro in quello che cercavano. Quando Vincenza tornava da fuori, ascoltavo senza mai parlare, si storzellava se veniva interrotta, diceva che quando succedeva la storia cambiava. E io stavo zitta, come una bambina che ascolta la fiaba dalla mamma. Aveva soprattutto due luoghi dove uccidere: nei cantieri edili e nei circoli. Non mi ha mai spiegato il perché, ma io credo che era per il fatto che da bambina andava a giocare con le amiche in un cantiere dove stavano costruendo un ipermercato, proprio alle spalle del nostro palazzo. Per lei era meglio dell’Edenlandia, mazzole, spatole, assi di legno e tanta sfravecatura intorno. Si sporcava così tanto che dovevo immergerla nella vasca con l’acqua piena fino all’orlo, e diventava nera nera come l’anima di Satana. Anche da piccolina mi spiegava quello che aveva fatto, esagerando non so quante volte, come quando diceva di aver visto i fantasmi cattivi o un cane che le aveva rincorse a lei e alle amiche sue per morderle, ma si erano poi fermati sentendo la sua voce. Tutto il tempo che stava nella vasca parlava, e quando le asciugavo i capelli alzava la voce per farsi sentire. Le amiche, una volta cresciute, se ne sono andate via da questa infamia di terra. Hanno sposato brava gente, un finanziere e un garagista, e chissà oggi che vita fanno. Al circolo, invece, Vincenza passava il tempo con il suo primo fidanzato, Tommaso, uno che già stava nel giro da ragazzo. Lei lo andava a trovare ogni pomeriggio per litigarci fino a tarda sera. Era gelosa, asfissiante, non lo lasciava mai in pace, rimaneva ore e ore a guardare come giocavano i ragazzi senza muoversi da dove stava. Gli amici di Tommaso si lamentarono con lui, la presenza di Vincenza li seccava, la sua faccia tirata e nervosa non li faceva concentrare. Gli applausi che seguivano a qualche colpo vincente del fidanzato erano irritanti. Ma quando Tommaso provò a dirglielo, lei si scatenò, convinta che volesse approfittarne per vedersi con qualche donna. Una furia, questo diventava la figlia mia, che metteva paura pure agli uomini. Eppure da piccolina ne ha pigliate di mazzate, a scuola la maestra diceva che era intelligente ma svogliata, passava troppo tempo a litigare e trovava sempre scuse per i compiti non fatti. Però che bello quando mi dava lo zaino e la mano, uscendo da scuola. Subito cominciava a farmi la radiocronaca della mattinata in classe e non la finiva fino a quando non le mettevo il piatto a tavola. All’inizio della sua carriera diceva, per giustificare il sangue che certe volte le vedevo sui vestiti, che lavorava in una polleria e io, facendo finta di crederle, l’ho lasciata fare. Ero convinta che, dopo aver ucciso un paio di perso- ne, le sarebbe passato lo sfizio. Non glielo avrei impedito, per non farla diventare una di quelle donne nevrotiche e noiose che si incontrano in autobus e ti raccontano tutti i guai loro e i loro rimpianti. Invece, Vincenza più ammazzava più le piaceva, soprattutto perché la gente che pagava le dava soddisfazione. E, devo dire la verità, era brava assai, nessuno si è mai lamentato, anzi, mandavano i fiori a casa con il bigliettino scritto, sempre parole un poco neomelodiche, ma di cuore. La chiamavano in continuazione alla figlia mia, al punto che mi preoccupavo che potesse beccarsi un esaurimento nervoso e farsi ricoverare con le crisi di panico in qualche ospedale. Tornava a casa contenta come un’adolescente, ridendo, si sedeva senza nemmeno andare a pisciare o lavarsi le mani, e cominciava a raccontarmi per filo e per segno com’era andato l’agguato (“Mammà, siente comm’è successo…”). La sentivo felice. Come se rientrasse da appuntamenti d’amore fatti di baci e promesse. E una mamma vuole che i figli siano contenti, anche quando le cose che fanno non sono proprio belle. Era sempre precisa nel dettaglio, mi chiedeva di continuo se la stavo capendo, poi si lamentava che forse aveva commesso qualche piccolo errore da non ripetere nel prossimo delitto. Io, dopo, le lavavo i capelli sempre sporchi di sangue, poi i vestiti, che lei chiamava ’e panni da fatica, li buttavo in lavatrice e dosavo a novanta gradi. Non dovevo lasciare nessuna traccia. Le prime volte tremavo per timore di non riuscire a smacchiare come si deve e certe volte, lo devo confessare, li ho bruciati nel camino che teniamo nel salone. Con le malattie che ci sono in giro, uno non può mai sapere quello che la gente si porta nel sangue. Con il tempo mi ci sono abituata e, una volta trovati il lavaggio e il detersivo giusto, non ci sono stati più problemi, anche se Vincenza andava nei cassetti e li guardava di continuo i vestiti, ma credo fosse più per compiacimento. Non perché mia figlia, ma tutti mi fermavano per dire che era proprio una bella ragazza. Un po’ cicciottella per la gravidanza, ma teneva inchiodati in faccia due occhi che erano pietre preziose e due zizze che sembravano i cuscini di Divani & Divani. Si lamentava che stava ingrassando, l’omicidio le metteva appetito e non resisteva alla fame. Io, che sapevo già dal giorno prima, le facevo trovare pronta una bella cenetta che divorava con gusto. Per rilassarsi e digerire in santa pace Vincenza si stendeva sul letto, coricandosi di lato per appoggiare la piccola pancia sul materasso e leggeva un romanzo Harmony, che divorava come una ragazzina. Gliene piacque soprattutto uno, narrava di una donna che, delusa da un uomo proprietario di un ristorante, decide di volare in Costa Rica dove fonderà una scuola per orfani. Lì troverà il suo amore, un medico di nome Eusebio Alvarez, che sposerà rinunciando però ad avere figli per stare vicini agli orfani. Se doveva fare la latitante, mi disse, pure lei voleva volare nel Costa Rica e fare la vita della signora. Non so perché, ma ancora adesso, quando ci penso, mi commuovo.

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