Capi firmati, Donato Carrisi ad Affaritaliani.it
Di Ariela Baco
La sua scrittura letteraria è diversa da quella delle sceneggiature?
"Io sono uno scrittore: scrivo teatro, sceneggiature, romanzi. Scrivo anche i ringraziamenti: nel mio libro sono lunghi ben due pagine! La storia de Il suggeritore nasce come soggetto cinematografico, poi è diventata racconto, ma le immagini si susseguono come quelle visive.
I personaggi maschili e quelli femminili sono diversi tra loro?
"Tutti i personaggi del mio romanzo sono uniti dalla stessa caratteristica: nessuno è innocente. Ogni elemento della normalità nasconde un'efferatezza, ognuno ha una colpa. Negli uomini come nelle donne. Le figure femminili però sono tutte caratterialmente molto forti. Mila - che di professione ricerca le persone scomparse - si confronta continuamente con il dubbio e con il dolore. Non sa mai se riportare alla vecchia vita coloro che erano spariti sia realmente salvarli oppure no. Così come è consapevole che cercare bambini scomparsi spesso significa cercare bambini morti. Lei è un personaggio che non ha sentimenti empatici e che per provare sensazioni e riconquistare la sensibilità si procura ferite, diventa autolesionista. Poi la forza e il dolore sono descritti dentro le figure delle madri; in special modo in quelle delle vittime. Gli uomini invece sono più deboli, spesso degli assassini. Oppure sono ambigui: duri nella loro professione ma soccombenti nella vita privata."
Come è rappresentato il male nel suo romanzo?
"Io volevo scrivere un romanzo sul male assoluto: che tocca tutti, che non risparmia nessuno. Il male che offende i bambini - le vittime più esposte. E i loro genitori: anche loro designati, poiché incapaci di difendere i figli, inseriti in un mondo che si evolve con un ritmo veloce, che loro non sanno controllare e così pieno di novità tecnologiche che loro non riescono a conoscere e che gli fanno perdere la capacità e l'abilità della didattica. Il male prende dunque forme semplici, e si insinua. Non esiste salvezza, però può esistere la possibilità di tenere il male sotto controllo."
I luoghi geografici, i viaggi, la vacanza, nel suo romanzo - ma anche nella sua vita - sono luoghi di esilio o di approfondimento?
"Tutta la storia si svolge in un luogo imprecisato, all'interno di un perimetro che si percepisce come terra di confine. E non esistono spostamenti o vacanze: non c'è via di fuga o di scampo. Io invece sono perennemente in viaggio. Mi considero apolide e non riesco neppure fisicamente a restare fermo in un posto per molto tempo. Al momento l'unico luogo che mi porto dentro è Martina Franca, in Puglia, dove sono nato, il luogo quindi dell'infanzia. Ma penso che il mio posto ideale sia in compagnia di una persona ideale. Che ancora non c'è."



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