Mostra/ Sacchi, fiamme e teatro: Milano riscopre l'arte di Alberto Burri. Alla Triennale fino all'8 febbraio
Alberto Burri comincia a dipingere durante la prigionia nel campo di Hereford, in Texas. Ufficiale medico era stato fatto prigioniero dagli alleati in Tunisia nel 1943. Rientrato in Italia, tre anni dopo, abbandona la medicina per la pittura, che sarà sempre rivolta all’indagine sulle qualità espressive della materia.
All’artista, mancato nel 1995, è dedicata la grande retrospettiva “Alberto Burri”, alla Triennale di Milano. La rassegna, curata da Maurizio Calvesi e Chiara Sarteanesi, si snoda su due piani lungo un iter cronologico che ne indaga l’intera ricerca artistica.
Alle prime opere appartengono le serie delle muffe, dei catrami e dei gobbi. La sua serie più famosa, nella prima metà degli anni ’50 è quella dei sacchi, che al loro apparire fecero notevole scandalo. Sulla tela uniformemente tinta di rosso o di nero incolla sacchi di iuta, dall’aspetto povero, pieni di rammendi e cuciture. Più tardi sostituisce i sacchi con indumenti come stoffe e camicie. La sua ricerca è ancora tesa alla sublimazione dei rifiuti: degli oggetti usati e logorati evidenzia tutta la carica poetica. 
Sacco , (1952) sacco, olio, banconote su tela
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Dal 1957 in poi, con le combustioni, compie una svolta significativa introducendo il fuoco tra i suoi strumenti.
Con la fiamma brucia legni o plastiche con i quali poi realizza i quadri: l’usura che li segna non è più quella della ‘vita’, ma di un’energia che ha un valore quasi metaforico primordiale, il fuoco, che accelera la corrosione della materia. Poi i ferri, una scommessa lanciata contro le convenzioni dell’arte che riconoscono a questo materiale le prerogative esclusive della scultura. I tagli e la slabbrature della lamiera ci confermano che siamo ancora dentro una spazialità dominata dal disegno e dalla linea.
La serie dei cretti inizia dagli anni Settanta in poi: in queste opere, realizzate con una combinazione di caolino, vinavil e pigmento, la superficie della tela si screpola in fenditure a scaglie. Quasi in contemporanea nascono i Cellotex, materiale industriale formato da particelle di segatura e colla, dal colore naturale che ricorda la tela di iuta. Su queste superfici impenetrabili Burri si avvia a una nuova forma artistica. Non a caso sono gli anni i cui diventa architetto e scultore, inventando macchine scenografiche destinate a funzionare come veri e propri spazi teatrali. 
L'inaugurazione della mostra in Triennale
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Eseguì le scene nel 1969 di “Avventura di un povero cristiano” di Silone, nel 1970 di “November steps” di Craig-Takemitsu, e nel 1975 di “Tristano e Isotta” di Wagner.
Simonetta M. Rodinò
Alberto Burri
Triennale di Milano
Viale Alemagna 6
Durata: 11 novembre – 8 febbraio 2009
Orario 10.30-20.30, chiuso il lunedì
Ingresso: 8/6/5 euro
Informazioni: 02724341
info@triennale.it
Catalogo Skira



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