Sociale e ambiente, priorità italiane. 'Il 40% delle aziende si occupa di Csr'
di Stefania La Malfa
Si incontreranno per una due giorni di confronto e scambio di esperienze nel campo della responsabilità sociale. Appuntamento per le imprese e per le organizzazioni no profit è il salone "Dal Dire al Fare", in programma il 29 e 30 settembre all'università Bocconi a Milano. Docenti, politici, imprenditori e associazioni si confronteranno sui nuovi modelli di impresa sostenibile. Elio Borgonovi, docente di Economia delle aziende e delle amministrazioni pubbliche alla Bocconi, sceglie Affaritaliani per anticipare i temi del suo intervento al convegno su "Quale modello di impresa dopo la crisi? CSR, un nuovo approccio strategico".
Professor Borgonovi quanto ha inciso sulla crisi il modello di impresa attuale? 
Elio Borgonovi
"Prima della crisi si è molto accentuato l'aspetto di competizione globale sul presupposto che l'impresa, perseguendo i propri fini di redditività e di fatturato, contribuisce allo sviluppo economico e al benessere generale. Purtroppo una serie di condizioni, ovvero il fatto che istituzioni finanziarie hanno concesso crediti in misura abnorme rispetto ai propri mezzi e che alcune imprese hanno fatto investimenti indebitandosi fortemente, ha provocato una situazione di rischio e il sistema è poi andato in crisi. Negli Stati Uniti il non pagamento dei mutui e la conseguente richiesta di prestiti ha fatto scattare un meccanismo di mancanza di fiducia tra i diversi operatori e dunque il rischio della singola impresa è diventato rischio sistemico".
Qual è il modello che deve essere realizzato per superare la recessione economica?
"L'impresa svolge un'attività di tipo economico ma deve valutare anche i rischi a cui si espone. Al di là della proprietà dell'azienda e dei modelli di governo e di comando al suo interno la nuova impresa dovrebbe domandarsi come produce e come distribuisce il maggior valore che crea: aumento generalizzato dei salari, migliori condizioni per i fornitori, interventi per la tutela dell'ambiente, estensione dei servizi sanitari o sostegno allo sviluppo dell'istruzione nei nuovi paesi ci si insedia? Questo è quello che caratterizza un'impresa che riesce a sopravvivere nel tempo e si inserisce in un modo più funzionale all'interno del tessuto economico e sociale. Per uscire dalla crisi le imprese dovrebbero recuperare la capacità di valutare i rischi che generano nel sistema e che potrebbero farlo esplodere generando altre bolle speculative".
E' stata questa dunque la vera causa dei crack finanziari?
"La causa della crisi è stata che questo tipo di modello di impresa non è stato seguito in tutto il mondo e ha avuto un effetto domino anche in Italia. Nel nostro paese comunque ha inciso meno perché quelle italiane sono piccole e medie imprese e la loro struttura è sempre stata collegata molto al territorio. Non ci sono stati licenziamenti a suon di centinaia di migliaia al giorno come è accaduto invece negli Stati Uniti"
Come si colloca la responsabilità sociale d'impresa rispetto alla recessione economica?
"La responsabilità sociale d'impresa si colloca in questo quadro: si tratta di aziende che ritengono che il fare impresa significhi anche, nel momento in cui si prendono le decisioni, preoccuparsi delle ricadute sull'intera società. L'impresa sociale non è quella che fa del bene ma quella che nel produrre beni e servizi si domanda quali effetti produce sui dipendenti, sui fornitori, sui clienti, sulla comunità, sull'ambiente. E ancora pagando le tasse, realizzando iniziative culturali compatibili con l'imagine dell'impresa, pensando forme di marketing coerenti con il territorio in cui è inserita. Un esempio per tutti è Luxottica che ha deciso di usare gli aumenti sindacali per iniziative a favore dei dipendenti, buoni spesa e borse di studio concordate con i sindacati. E' necessario andare avanti nello sviluppo della Csr e soprattutto: più che parlarne è meglio farne".
Le aziende italiane sono socialmente responsabili?
"La mia valutazione è che di fatto ci siano imprese che fanno iniziative di Csr più di quanto si dica. Sono circa il 40%: molte aziende si occupano di sociale senza preoccuparsi di andare a vedere se quello che fanno corrisponde ai criteri formali. Ovvero gli indicatori di responsabilità sociale che alcuni anni fa il governo ha messo a punto per valutare le imprese. In Italia si può dire che c'è stato un paradosso: le imprese e le banche non hanno seguito il modello di iper competizione globale di grandi dimensioni e di ricerca di rischio portato alle estreme conseguenze. Non si sono esposte troppo al debito e ci sono stati pochi casi, tra cui quello di Risanamento, che sono saltati perché fortemente indebitati".



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