Vespista giramondo/ L'ultima intervista a Giorgio Bettinelli: "Ho girato in mondo su uno scooter. E pensare che non sapevo nulla della Vespa"
Quali sono stati i momenti più difficili?
"Paradossalmente, non ho avuto grandi incidenti, pur facendo una quantità di chilometri che è nove volte il giro immaginario dell'equatore. L'appuntamento con la morte l'ho sfiorato solo una volta. Quando, attraversando il Congo, sono stato fermato dai guerriglieri congolesi. Mi hanno giudicato immediatamente come una spia, al soldo di chissà quale governo. Per tre giorni sono stato sequestrato e condannato a morte. L'ultima sera, ho messo sulla bilancia gli affetti della mia vita, sapendo che ogni momento sarebbe stato quello buono. E la sera prima, discutevano se ammazzarmi col kalashnikov o col machete. Ridevano, dicendomi 'scusa, bastardo bianco, se non abbiamo l'aria condizionata o l'aragosta…'. Mi è passata tutta la vita davanti, ho pensato agli affetti della mia vita, e alle stupidaggini che ho combinato. A quello che lasciavo".
Problemi di salute, di malattie, di imprevisti? 
Giorgio Bettinelli
"Sempre nel viaggio in Africa, nella savana disabitata della Tanzania occidentale, mi è venuta la malaria cerebrale. I sintomi li riconoscevo. Ma non potevo sapere che era quella la malaria più tremenda. Quella che in un paio di giorni o ci sei o non ci sei più. Sono entrato in un dispensario, il medico aveva schizzi di sangue sul camice. Mi prende una goccia di sangue, vede che è malaria cerebrale, gli chiedo: quante speranze ho di cavarmela? Dice: cinquanta per cento. 'Se' lei arriva al villaggio vicino, chieda all'ospedale una pasticca che io non ho. Quel 'se' me lo disse senza enfasi, come un dato di fatto. Potevo vivere o morire. Mi strinse la mano, e io me ne andai nella savana, sotto il sole, nel delirio continuo. Visto che sono qui a raccontarla, vuol dire che sono sopravvissuto…".
Ma una casa, un luogo dove vivere, c'è anche per te.
"Da due anni vivo in Cina. Ed è tutto nato da un imprevisto. Avevo deciso di vivere a Bali, dove già vivevo prima. Ho preso l'aereo, e all'arrivo mi hanno spiegato che le nuove leggi indonesiane imponevano a uno straniero di avere il biglietto di ritorno. Io non ce l'avevo, e mi hanno – poco gentilmente – rispedito indietro. Così, a Hong Kong, ho chiamato Ya Pei, mia moglie, e abbiamo deciso di trovare una casa lì vicino. E' Cina, ma è circondata da Vietnam, Laos, Cambogia, Tibet, Nepal, India, posti che per me sono mitici".
Perché proprio la Cina come mèta del nuovo viaggio, del nuovo progetto?
"Ho capito che la Cina è il luogo più complesso, più composito del mondo. Il luogo dove vive un comunismo capitalistico, che è già una bella contraddizione. Dove c'è una civiltà millenaria e dove si costruiscono grattacieli, Kfc, McDonald's e intere città in cinque anni. Dove la gente è di una gentilezza incredibile. Hanno passato anni terribili, milioni di morti. E continuano a vivere".
Pioggia, vento, strade. Quali sono i problemi più grandi?
"Il vento. La pioggia quando arriva te la prendi: un vespista con l'ombrello ancora non l'ho visto".
Perché continui a viaggiare?
"Continuo a fare viaggi per vivere. Poi, visto che sono curioso come una scimmia, e che ho sempre amato scrivere, succede che alla fine di un viaggio un libro c'è. Ma viaggiare è, per me, continuare a vivere".



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