"Atti Impuri", il racconto inedito di Demetrio Paolin

Martedì, 6 settembre 2011 - 09:33:00

L'AUTORE

paolin
Demetrio Paolin

Demetrio Paolin - Scrittore classe 1974, vive a Torino dove svolge l’attività di ufficio stampa. Ha pubblicato i libri Il pasto grigio (Untitled Editori, 2005), Una tragedia negata (Il Maestrale, 2008), Il mio nome è legione (Transeuropa, 2009) e La seconda persona (Transeuropa, 2011).

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atti impuri
IL NUOVO NUMERO DELLA RIVISTA

 

"È UN BENE, CHE LA CASA DIVENTI NUDA"

di Demetrio Paolin

La sera, nella casa di suo padre, Rudolph guarda tutto con distacco. Il programma è stabilito: domani alle 8 arriveranno i ragazzi del trasloco e nel pomeriggio lui sarà sul treno che lo riporta ad Amburgo. Gli tocca solo far passare questa serata e poi a un’ora decente andare a dormire. In sala, se ricorda bene, ci dovrebbero essere un divano e un televisore: tutto quello che gli serve. Quando raggiunge la sala, Rudolph vede con fastidio che il divano è scomparso. Heinrich aveva questa mania di mettere i mobili in posti diversi. Siccome s’annoiava e non sapeva cosa fare, modificava la disposizione dei tavoli, dei divani. Così Rudolph cammina lungo il corridoio per raggiungere lo studio dove suo padre passava le giornate. Se conosce le abitudini del vecchio, il divano è lì. Quando apre la porta, la stanza è nel semibuio. Gli scuri sono accostati solo in parte e la luce tremula di un lampione filtra dalle imposte. Rudolph prende un respiro come se dovesse tuffarsi in acqua e va verso la finestra. La apre e la luce entra, e con essa il profumo della primavera. La camera è identica all’immagine dei suoi ricordi d’infanzia. Rudolph fa alcuni passi. È seduto alla scrivania di suo padre. Accende una lampada e la luce illumina i fogli che sono lì davanti. Suo padre ha messo in ordine, non c’è un foglio fuori posto. Heinrich sapeva che stava morendo e stava organizzando tutto. Stava smobilitando, ecco spiegati gli scatoloni pieni di fogli e le cartelline vicino al grande tavolo di legno. Non ha finito, però: la stanchezza, la debolezza del tumore gli hanno impedito di finire quello che aveva pensato. Heinrich è stato un uomo meticoloso, Rudolph se lo ricorda spesso seduto mentre ordina le carte. Rudolph rivede se stesso seduto sul tappeto di fronte alla scrivania intento a giocare. I tappi di bottiglia diventano macchine da far correre, i pezzi di legno sono immaginarie strade in cui fuggire. Sua sorella ogni tanto viene anche lei con la sua bambola preferita, ma poi torna da Rose in cucina. In quel tempo, era da poco finita la guerra, suo padre lavorava per un grande gruppo industriale che seguiva le bonifiche. Suo padre aveva fatto gli studi di scienze naturali, ma aveva smesso per avviarsi alla carriera militare. E, tornato alla vita civile, aveva trovato questa occupazione. Gli insetti erano la sua passione, le api soprattutto. Certe volte stava ore a osservare libri, campionari, altre volte nei pomeriggi noiosi alzava la testa, in un momento in cui entrambi i figli erano in studio, e faceva loro qualche domanda. «Che differenza c’è tra un uomo e un insetto?» chiedeva. Entrambi facevano no con la testa. Heinrich allora con calma diceva: «Sapete, gli studiosi sostengono che un uomo sa capire e gestire i propri istinti. Gli scienziati hanno fatto un esperimento. Hanno inciso il ventre di alcune api, che continuano a succhiare il nettare del fiore proprio perché non percepiscono la propria sazietà. Ecco, questa è la differenza tra un uomo e un insetto, ecco perché possiamo uccidere un insetto senza problemi, ecco perché non ci fa sentire in colpa prendere una scarpa e schiacciare l’insetto, perché è niente, anzi meno di niente». E dette queste cose rimetteva il muso dentro le sue carte, che Rudolph ora sa essere stracolme di modi, mezzi e ipotesi per far fuori insetti d’ogni genere. Lo pagavano per questo: mettere insieme la sua sapienza biologica e la sua esperienza organizzativa. Tornato dalla guerra aveva continuato a fare quello che faceva, solo su scala ridotta. Negli anni le sue forme d’odio – Heinrich aveva una speciale capacità di odiare – erano diventate millimetriche. Più l’oggetto era minuscolo, più la bestia da eliminare era piccola, maggiore era la cura nei progetti che elaborava. Rudolph guarda ora questi fogli, gli appunti con segnate le dosi, le note più volte ritoccate. Legge gli scambi di lettere con i collaboratori dell’azienda. La falsa modestia di suo padre quando rifiuta il titolo di dottore, ma la pignoleria nell’elencare le cose che devono essere fatte secondo un ordine che lui aveva stabilito. Le forme d’odio di Heinrich: Rudolph guarda ancora i fogli e nota un anno che ricorda benissimo. 1960, Rudolph ha ventun anni e va con amici in Italia sulla riviera adriatica. Durante una sagra una sera conosce una vecchia donna, Lilia si chiamava, che gli racconta la guerra, le privazioni della gente. C’erano in casa nostra dei tedeschi, dice Lilia, erano educati e gentili. Poi ogni tanto sparivano e in valle succedeva che ammazzavano qualcuno. Lilia lo diceva così, come si racconta qualcosa di remoto, di passato nel tempo e nello spazio, ma per Rudolph era invece una forma di vergogna che non sapeva spiegare. Così, tornato a casa, durante la cena aveva aggredito Heinrich: «Ma io posso vergognarmi di parlare con le persone? Veniamo ricordati come coloro che hanno fatto queste cose orribili.» «E allora?» dice Heinrich. «Le abbiamo fatte, le abbiamo compiute. E tu avresti dovuto dire alla gentile vecchietta, se c’era andata a letto con quei giovani tedeschi, mentre suo marito o fidanzato erano sui monti con gli altri banditi. Oppure chiedile se il fratello maggiore le aveva raccontato di come avevano gasato gli etiopi e i somali per allargare l’impero». E aveva aggiunto: «Io sono stato in Italia a San Sabba e ti assicuro che i nostri amici italiani non erano meno zelanti, sarà stato il puntiglio del neofita ma non avevano niente da invidiare alle nostre migliori SS. Insomma non sono così brava gente come si descrivono.» C’era nelle parole di Heinrich un disprezzo che non si misurava tanto nei concetti, quanto nel tono della voce, nelle pause tra una parola e l’altra. Certe volte mentre mangiavano, Heinrich attaccava Rose. «E questa roba cosa è? Questo brodo è orribile, a Mauthausen si mangiava meglio». Rose taceva e lui rincarava la dose. «Lì sì che ho mangiato bene, e anche il servizio, debbo dire, era decisamente meglio». Heinrich guardava Rose come se fosse carne sul banco del macellaio. Parlava con rabbia alla zia che aveva sostituito loro madre anche la sera a letto. La donna non diceva nulla, nemmeno quando Heinrich s’alzava e andava a gettare la minestra o la carne nella pattumiera. «Questo è il suo posto» concludeva e si ritirava qui nel suo studio, dove Rudolph è ora. Il sonno e la stanchezza sembrano passati. I fogli, le carte di suo padre lo tengono sveglio. Sono scie che Rudolph segue e sono l’indice della meschinità di Heinrich. Guardando gli incartamenti dopo gli anni ’60, Rudolph comprende che deve essere successo qualcosa. La corrispondenza con l’azienda di derattizzazione diminuisce e aumentano le lettere, gli appunti che riguardano Heinrich e il vecchio notaio Stilgz. Suo padre, se capisce bene le missive, aiutava il notaio a gestire delle proprietà immobiliari. Faceva un po’ di tutto: dalla manutenzione, al ritiro degli affitti, alla riscossione della quota per l’agenzia ogni bimestre. Nel leggere i nomi vede che molti erano affiliati alle SS, compagni di partito del padre e di Stilgz. Loro due gestivano gli immobili, li affittavano, ci guadagnavano sopra e poi, quando era ora di venderli, godevano di un principio di prelazione. E su tutti questi affari suo padre percepiva laute provvigioni. Rudolph si ricordava quando qualcuno dei compagni di suo padre veniva a casa. Spesso aveva un’aria triste, entrava, si toglieva il berretto, ma non il giaccone. Teneva il cappello tra le mani stretto, Heinrich lo faceva accomodare in questa stanza. Rudolph si metteva nascosto a ascoltare. Solo ora capisce le mezze frasi di suo padre. «Potrebbe sempre arrivare una lettera anonima al giornale in cui si racconta cosa faceva vostro padre con quegli ebreucoli che vivevano nel quartiere giù a nord di Regensberg e che non furono trovati più». Oppure: «Gustav, tu sai l’amicizia che ho per te. Come dicevano i nostri compagni lungo la Linea Gotica? Combatto per il mio camerata di destra e per quello di sinistra. Quindi, io se posso darti una mano te la do volentieri. Come ho fatto con quella ucraina, tu ti eri ubriacato e lei insomma. Te la ricordi, lo vedo. Io mi ricordo tutto, sai.» La gente abbassava la testa e pagava, anche di più. Da dove sarebbero usciti altrimenti, si dice ora Rudolph, mentre sfoglia le carte, i soldi che ha lasciato a sua sorella? Come avrebbe potuto mantenere questa casa? Le forme dell’odio di Heinrich sono forme d’egoismo. Rudolph lascia i fogli e la scrivania e si dirige verso l’angolo dei cimeli nazisti. Lui disprezza quegli oggetti, che suo padre venerava. Alcuni di essi, che Heinrich aveva acquistato o ricevuto in regalo dai propri ex camerati, sono di grande valore. Sempre dai documenti, contenuti nella cartellina “antiquariato”, Rudolph poteva notare come suo padre comprasse e vendesse questi oggetti, li facesse valutare e fosse in contatto con commercianti di mezza Europa. Tra le diverse anticaglie ancora presenti sulla mensola nota una cornice con una foto. Potrebbe essere una foto di suo padre in divisa o una foto dei suoi genitori a una delle manifestazioni del Reich. In questi anni non aveva mai pensato, neppure le volte che era venuto qui, di prenderla in mano e di guardarla. Adesso è solo nella casa muta, allunga le mani verso la cornice. Rudolph stenta a crederci: è una scena familiare. Un padre, una madre e la loro figlia. È una foto scattata prima del 1939. La bimba è molto piccola. La madre la tiene in braccio leggermente alzata, lo fa per favorire il fotografo, e sorride serena. Il padre ha il volto glabro e liscio. Indossa la divisa e con il braccio sinistro le stringe il musetto. La bimba non è paffuta, ma in salute. La foto è in bianco e nero, ma si indovina il colore biondiccio dei capelli, lisci ma radi sul capo. La mano del padre tiene sollevato il viso. Dell’uomo vediamo la schiena larga e il braccio, invece, occupa la parte centrale dell’immagine. Al braccio del padre si indovina un orologio, mentre un vistoso anello con una pietra incastonata è all’anulare. La mano è grassa e pare voglia girare il viso della piccola non tanto a favore del fotografo, quanto del conoscente che si intravede sulla sinistra. È un uomo sulla cinquantina. È di profilo. Sorride e con il braccio sinistro tiene la piccola. Ha i capelli neri, lisci, impomatati e una vistosa riga da una parte. I baffi cadono svogliati sulle labbra; indossa un vestito chiaro, così come l’abito anche l’uomo è senza nessuna pretesa. Anonimo. È una domenica qualunque nel tardo pomeriggio. La bambina ha fatto il suo riposo quotidiano e ha mangiato. Nell’atonia domenicale un conoscente passa per una visita di cortesia alla famiglia. Si siedono, bevono qualcosa, fanno chiacchiere, parlano del lavoro e della vita di tutti i giorni, poi decidono di immortalare questa immagine domestica. Si può essere felici, sembrano dire, anche nella Germania che corre verso la guerra, che sevizia dissidenti, ebrei, cattolici, omosessuali, che reclama il sangue per il suo spazio vitale. Si può delicatamente ridere e sorbire il tè, facendosi fotografare sereni e felici con la propria figlia in braccio a patto di chiamarsi Hermann Göring o Adolph Hitler. Sono loro, infatti, i protagonisti della foto in questione. Una foto scattata nel 1937, quando Hitler andò a fare visita a Göring per vedere la sua bambina Edda; la foto che Heinrich teneva nel proprio studio tra le cose più preziose. Lo zio Adolph va dalla nipotina Edda. Il padre la mostra: è soddisfatto e orgoglioso. Edda è ariana, è bionda, è bella. È il futuro della Germania che sta per venire, è figura del Reich millenario. Sono felici. Li vede felici. Rudolph non pensa a chi sono e a cosa hanno fatto, ma li guarda semplicemente: vede due uomini, avanti con l’età, che sorridono perché uno dei due ha finalmente figliato. Si può essere felici essendo Hitler o Göring? Si può vivere essendo loro? Rudolph si ferma, la notte è scesa enorme sulla casa. Ha avvolto tutto come un panno e non sente rumori. C’è solo lui, questi due e suo padre. Nessuno pensa a Hitler in momenti sereni, lo si immagina alle prese con le sue decisioni orrende, mai invece seduto a bere una birra, a mangiare qualcosa o, come in questa foto, mentre accarezza un bimbo. Eppure Hitler e Göring sono uomini. Sono fatti di carne, di ossa, di organi interni. Li ricopre la pelle, la medesima pelle che ognuno possiede. L’idea che siano uomini disgusta tutti, ma non suo padre Heinrich. Per lui la fotografia non è un semplice cimelio storico, ma qualcosa di più: è annuncio che dice… … siamo voi. Siamo stati voi prima che voi foste. Noi siamo uomini, come voi. Heinrich Wollmer, Adolph Hilter, Hermann Göring sono voi. Tutto ciò che abbiamo compiuto è umano, il disumano è solo un modo diverso di vedere le cose. La materia è la stessa. Siamo tutti la medesima cosa. Questa cosa è l’orrore sottile della felicità, l’idea che si è felici nonostante si compia il male, nonostante si abbiano pensieri di male. È giusto, è bello, è glorioso figliare, scopare e riprodursi, pensando all’estinzione dell’altro, alla sistematica distruzione del mondo. La foto sul mensola è annuncio che dice che ogni uomo è la stessa carne di Hitler, e non c’è rimedio se non la corda o la felicità del compiere il crimine. Rudolph ha in mano la foto ora. La guarda. Suo padre l’avrà guardata spesso in notti come questa. Rudolph tocca con le dita il legno e il vetro. Immagina: Göring grasso che monta la seconda moglie e la mette incinta. Göring che piange la prima moglie amatissima a cui fece un mausoleo. Hitler con i cani a riempirli di carezze. Hitler con Eva Braun a riempirla di carezze. Infine vede suo padre. Per la prima volta da quando è morto, lo vede. È seduto alla scrivania e si alza, compie pochi passi, prende in mano la foto. Insieme a Göring e Hitler, anche Heinrich sorride al pensiero dei topi intirizziti dal veleno. Sorride nel pensare a Rose che lo aspetta nel letto e al suo possederla dicendole «Sei fredda come Margarethe morta, sei lei morta…» È una forma d’odio, ma per Heinrich è l’unica figura di felicità che il suo animo può provare. Per questo motivo, quando ha finito di lavorare, quando ha smesso di studiare modi per eliminare blatte o ha intimidito l’ultimo dei suoi compagni di reparto, guarda questa foto e poi chiude la luce e va a dormire. Rudolph ha ribrezzo. È un bene, che la casa diventi nuda e vada infine venduta.

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