Mostra/ A Napoli per riscoprire il muro che difendeva l'Europa di Hitler
NAPOLI – Chissà, se fosse ancora vivo, come reagirebbe Adolph Hitler scorgendo i bunker del suo Atlantikwall “movimentati” da capannelli di bimbi spensierati e graffiti multicolor. Quasi sicuramente storcerebbe il naso, punendo chi di dovere per l’oltraggio alla gigantesca opera di architettura militare, i cui principi fondamentali sono racchiusi in una direttiva di guerra datata 23 marzo 1942.
Un “muro” colossale formato da 15mila rifugi disposti strategicamente lungo la costa atlantica, da Capo Nord ai Pirenei, che il Führer fece erigere per tenere sotto controllo i confini, non solo politici, di sua competenza. Sei i Paesi coinvolti – sette, se includiamo l’Inghilterra con le Channel Islands - e ben 334mila operai utilizzati per la realizzazione della “barriera”, che copriva un’area di 6.500 chilometri quadrati.
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Un esempio unico di architettura prefabbricata testimoniato, oggi, da logore e lontane tracce di quello che ne fu l’impiego originario. Segni di un passaggio che l’architetto, designer e drammaturgo partenopeo Amelia Valletta ha catturato, in parte, col suo obbiettivo, dando forma ad “Atlantikwall.fr/bunker’s village”, mostra fotografica con annesso racconto che, dal 5 all’11 ottobre, approderà nella libreria delle donne Evaluna.
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Una prima casuale esplorazione, dunque, cui sono seguiti altri due viaggi mirati, volti a scoprire nuovi rifugi: molti registrati, altri del tutto ignoti o ignorati, che l’hanno portata da Dieppe in Normandia a Saint Malò fino a Saint Jean de Luz, passando per le basi sottomarine di Lorient e Saint Nazaire.
(Segue - Quei bunker che molti preferiscono dimenticare...)



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