Mostra/ A Napoli per riscoprire il muro che difendeva l'Europa di Hitler

Giovedì, 4 ottobre 2007 - 19:01:00

NAPOLI – Chissà, se fosse ancora vivo, come reagirebbe Adolph Hitler scorgendo i bunker del suo Atlantikwall “movimentati” da capannelli di bimbi spensierati e graffiti multicolor. Quasi sicuramente storcerebbe il naso, punendo chi di dovere per l’oltraggio alla gigantesca opera di architettura militare, i cui principi fondamentali sono racchiusi in una direttiva di guerra datata 23 marzo 1942.

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Un “muro” colossale formato da 15mila rifugi disposti strategicamente lungo la costa atlantica, da Capo Nord ai Pirenei, che il Führer fece erigere per tenere sotto controllo i confini, non solo politici, di sua competenza. Sei i Paesi coinvolti – sette, se includiamo l’Inghilterra con le Channel Islands - e ben 334mila operai utilizzati  per la realizzazione della “barriera”, che copriva un’area di 6.500 chilometri quadrati.
Un esempio unico di architettura prefabbricata testimoniato, oggi, da logore e lontane tracce di quello che ne fu l’impiego originario. Segni di un passaggio che l’architetto, designer e drammaturgo partenopeo Amelia Valletta ha catturato, in parte, col suo obbiettivo, dando forma ad “Atlantikwall.fr/bunker’s village”, mostra fotografica con annesso racconto che, dal 5 all’11 ottobre, approderà nella libreria delle donne Evaluna.

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"Il progetto – spiega l’artista - è nato nel marzo scorso quando, invitata dal professor Gennaro Postiglione del Politecnico di Milano - direttore della ricerca The Atlantic Wall Linear Museum, finanziata dalla Comunità Europea e promossa dalla sezione di Museografia del DPA del Politecnico – ho accompagnato alcuni studenti della Facoltà di Architettura sulla costa atlantica francese per un sopralluogo alle batterie di bunker di Soulac sur mer... Ne sono rimasta folgorata e così ho cominciato a fotografare'.
Una prima casuale esplorazione, dunque, cui sono seguiti altri due viaggi mirati, volti a scoprire nuovi rifugi: molti registrati, altri del tutto ignoti o ignorati, che l’hanno portata da Dieppe in Normandia a Saint Malò fino a Saint Jean de Luz, passando per le basi sottomarine di Lorient e Saint Nazaire.

(Segue - Quei bunker che molti preferiscono dimenticare...)

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