Arte della seta/ La matita de Il Manifesto si confessa con Affaritaliani

Martedì, 7 luglio 2009 - 16:03:00

 

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Vauro

di Ariela Baco

La casa di Vauro Senesi è vicina al Teatro dell’Opera, a Roma. Le strade sono piene di gente ma i suoni delle prove dell’Orchestra e dei cantanti restano chiuse dentro le mura vicine. Il suo appartamento è in alto, arioso e silenzioso. Lui ci accoglie come un amico che ci aspetta. E la sua casa è subito piena gi gente. Non solo perché c’è suo figlio Rosso, di quattordici anni, ma perché in uno dei salotti di passaggio, ci sono un gruppo di manichini vestiti con le divise delle vecchie e varie armate russe e i loro oggetti originali – armi o radio –in mano.

 

 

Sono immobili e inanimati, ovviamente, ma la storia della stoffa di cui sono vestiti, i colori delle medaglie, le spille che rappresentano i riconoscimenti o i battaglioni, sono così ricche di impronte ed anni e storie, che subito pensiamo alla totale assenza di solitudine. Sebbene siano manichini e rappresentino un’epoca e uno Stato che non esiste più pensiamo che la ricerca che lo ha portato a ricostruirli somigli alla ricerca che lo ha portato a scrivere libri. “ Devo la mia capacità di disegnare alla mia maestra elementare, a Pistoia. Poiché ero vivace, da piccolo, e mi piaceva ridere, farmi disegnare per lei era un modo per tenermi tranquillo. Inoltre la considerava un po’ la capacità dei cretini, quindi chiunque – anche io – potevo farla.” Vauro le mostrò il dissacrante piacere di ridere sulla Piccola vedetta lombarda. “Come molti toscani della mia generazione ero colto dallo spirito ironico e grottesco delle situazioni. Basta ricordare le bestemmie toscane: ovunque sono un’offesa, in Toscana diventano un intercalare poetico e fantasioso. La satira è diventata la mia risposta alla tragicità della vita.”

Il suo modo di parlare è diretto, la tonalità della sua voce è pacata. Vauro non è abituato solo a disegnare vignette, ma anche a raccontare. Ha pubblicato da poco il romanzo Il mago del vento, edito da Piemme, e ne sta scrivendo un altro – che uscirà a novembre e che si intitolerà La scatola dei calzini perduti. Il protagonista sarà un immigrato, ma gran parte della vicenda questa volta si svolgerà a Roma. Lui infatti lavora in una lavanderia e i calzini hanno la valenza del simbolo. “E sarà il mio personaggio più ironico.” Poi ci racconta ancora, con la sua voce simpatica: “Ho continuato a disegnare al liceo e quindi sono partito, insieme con Mannelli, per Milano, in autostop. Lì i nostri disegni piacquero a Pino Zac. Lui ci pagò l’albergo e cominciammo a lavorare per il Sale. Poi fu fondato  Il Male e la mia attività proseguì a Roma. Ho lavorato per diversi giornali prima di arrivare a Il Manifesto, ma mi cacciavano. Sono poco incline alla mediazione… Poiché sono fermamente convinto che se c’è un limite alla satira, la caratteristica di questa è proprio quella di superarlo. Mi hanno accusato di non avere rispetto della morte…”

Ma lui crede di non meritare tale accusa. “Denunciare i responsabili delle morti dell’Abruzzo sono convinto che sia doveroso, più che baciare le vecchiette sopravvissute.” Nella sua attività di giornalista e di scrittore la vena comica è però poco evidente. “Non mi sono mai chiesto come si collegano queste mie due attività… Però, per poter raccontare, i mezzi sono molteplici. E che anche il disegno è un racconto. E viceversa: l’attenzione per l’immagine  è sempre presente in quello che scrivo, nei miei romanzi. Io tendo a visualizzare quello che sento.” Vauro ci parla con piacere, con calma. Le sue risposte, i ricordi che ci svela, si srotolano attraverso il suo sorriso. Seduto sul divano la sua intelligenza è triste per un tessuto sociale che secondo lui porta ad alcuni i privilegi e non a tutti i diritti, ma la sua vita personale è bella.

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