Arte della seta/ Benedicta Boccoli è un raggio di sole a teatro
Di Ariela Baco
Sunshine è Raggio di sole, eppure vive chiusa tra le pareti di una scatola di vetro, mostrando ai clienti che pagano per vederla muoversi e ballare le belle parti del suo corpo; in una città – identificata qui come Genova, porto di arrivi e soprattutto di partenze, di persone e di merci, che sembra simboleggiare tutto ciò che non resta e non fiorisce - dove i rumori del temporale escludono il cielo e il calore. Sunshine, dopo il suo spettacolino serale, svoltosi soprattutto per il piacere masturbatorio di uno studente pieno di illusioni carnali che va da lei ogni fine settimana, fugge dal piccolo camion in corsa del suo violento marito e approda nuovamente dentro pareti chiuse. Questa volta è un appartamento, lo spazio in cui si svolge quasi tutta l’opera , dove abita un uomo che lei conosce per caso, bussando al suo vetro e infrangendo metaforicamente le barriere trasparenti, ma concrete, di tutti gli incontri che tanto caratterizzano la scena in cui lei stessa ogni sera si esibisce, prigioniera e protetta allo stesso tempo. Lui è un paramedico – ma così esperto di medicina da apparire più un dottore frustrato che un infermiere - e Sunshine vorrebbe che la salvasse. Lo spettacolo accoglie subito il nostro sguardo sulla rosea carne dell’attrice Benedicta Boccoli che, bionda e sorridente, interpreta il personaggio creato da William Mastrosimone, il contemporaneo autore statunitense che offre il suo testo drammaturgico all’adattamento e alla regia di Giorgio Albertazzi.
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La scena è tutta riempita dalla sua voce piacevole, lenta e ritmata – anche se assurdamente microfonata – e dal movimento delle sue belle gambe che, pur mimando erotiche esposizioni, in realtà evocano solo una leggera danza. Perché leggera è Sunshine, innamorata della vita e delle possibilità che questa ancora potrebbe offrirle. Piena di una gentilezza che sembra sfiorare l’ingenuità ma che, arricchita da citazioni, prende il tono di una serena, lieve e giovane saggezza, introducendo nella mente di noi che guardiamo la curiosità verso lei come donna, prostituta in fondo, e personaggio che appare in principio così delineato e i cui contorni invece si sfumano poi in un crescendo di possibilità, di crescita intrigante e interessante, così come il suo corpo va continuamente arricchendosi di vestiti tutti trasparenti: le scarpe di plastica – che poi perde – e l’impermeabile. Lui, il paramedico dall’improbabile nome di Armando, la fa entrare: prima nelle sue camere, dove stanco aspetta la telefonata della sua ex moglie, per tentare un ennesimo nuovo inizio, poi nella sua notte, nella sua vita.
Sebastiano Somma è l’attore che interpreta Armando, che lo fa muovere in un corpo caratterizzato da una certa pinguedine, dandogli quel grado di pesantezza morale che il fisico così connotato immediatamente evoca: la pesantezza delle lacerazioni e delle inevitabili morti a cui ogni giorno egli assiste e alle quali ogni giorno cerca di porre rimedio. Curerà anche il ginocchio ferito di Sunshine, le toccherà con garbo la pelle e attraverso questa carezza inizierà con lei una conversazione, fatta di confidenze fisiche e comportamentali, di svelamenti, di lunghi capelli che non avvolgono ma riempiono lo sguardo dello spettatore e soprattutto di espressioni in cui, sia lui sia lei, senza forza ma con morbida convinzione, sussurrano la loro volontà di amare. Armando critica il rapporto di Sunshine con il suo marito prepotente, ma lei ribadisce che riceve cinque giorni di amore, durante i suoi cinque giorni mestruali in cui è assillata dai dolori e durante i quali lui la coccola, la accudisce, la imbocca. La rappresentazione prosegue così nel continuo scambio di battute, in un dialogo indeciso tra l’ironia e la serietà, in cui la commedia non si afferma e neppure la tragedia e in cui proprio questa indecisione rende amare e imprecise le risate e le riflessioni sul senso generale degli incontri, delle possibilità. Un’indecisione in cui il senso dell’amore sfuma in un lieto fino che pur essendoci appare poco consequenziale e quindi non definitivo.
Armando andrà a riprendere Sunshine, dopo che lei sarà tornata al suo lavoro, a vendere i suoi piccoli privati e apparentemente osceni balletti e il suo affetto verbale verso uomini sconosciuti. La riprenderà lì, dentro la cabina in cui l’avevamo guardata la prima volta, come fosse la perfetta, armonica ballerina di un carillon. In quel luogo dove il suo amore non sembra meno sincero che dentro le pareti della casa, dove i suo sorrisi convenzionali e il suo corpo mercificato non sono meno veri di quelli offerti per sentimento: così come il balletto di un carillon è dolce e bello come quello di una danzatrice di carne. Sunshine è stata rappresentata anche a Spoleto, nel 1992, con la regia di Marco Mattolini, e in quell’occasione i personaggi conservavano il loro nome originale – Armando era Nelson, Sunshine Chris Ann, e l’ambientazione americana. Giorgio Albertazzi ha portato invece quest’opera in Italia. In un Paese forse di mezzo, in cui i personaggi – un medico che non lo è fino in fondo e una prostituta che non fa l’amore da più di un anno! – sono ancora a chiedersi cosa scegliere per sé, a volte anche per gli altri. E noi con loro. Pur apprezzando con lo sguardo il mondano generoso parterre in cui tanto mondo dello spettacolo – Giorgio Panariello, Giancarlo Magalli, Ninetto Davoli, Michele Mirabella e altri – hanno guardato e come noi ringraziato Sabrina Ferilli, che lo ha prodotto. Perché il teatro è ancora coraggioso.
Sunshine, di William Mastrosimone, regia di Giorgio Albertazzi, con Sebastiano Somma, Benedicta Boccoli e Francesco Montanari al Teatro Vittoria di Roma dal 17 febbraio al 1 marzo 2009 e poi in tournè.



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