Arte della seta, Tiziano Scarpa si racconta
di Ariela Baco
![]() Tiziano Scarpa |
La sua compagna è un’artista, dipinge. “Ed è essenziale che lo sia. Ed anche che si esprima in un’altra disciplina. Lei è una continua fonte di novità, perché i suoi pensieri ed anche le sue opere sono per me imprevedibili. Ciò mi fa vivere il nostro rapporto come qualcosa di entusiasmante, mai come difficile. Inoltre non ho davanti solo l’opera finita, quando lei ne ha compiuta una, ma tutte le fasi creative; quelle che l’hanno portata ad esistere.” Può così conoscere anche il pensiero che l’ha generata. “Lucia mi ha affascinato al primo incontro. Era la luce che le emanava da dentro. E poi il suo viso, il suo sorriso.” Si volta verso di noi e quando i suoi occhi diventano uno sguardo lungo come un ponte è impossibile distogliere il nostro. “Probabilmente non abbiamo figli perché siamo molto concentrati sulle nostre attività. La mia idea di opera in questo momento, in questa mia vita, è poter fare qualcosa di significativo. Se non si ha qualcosa da attuare si diventa frustrati. E’ chi non ha capito cosa gli piace e cosa non, che sta male.” Qualche volta, però, scrivendo, sono i personaggi a decidere per lui cosa accade. “Io so sempre come si svilupperà una storia, ma qualche personaggio cresce in maniera diversa, diventa più importante del previsto.”
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A lui piace la musica. “Per scrivere l’ultimo romanzo ho ascoltato molti compositori padre e figlio – come i protagonisti del mio libro - i Bach e i Mozart, per esempio.” Poi gli piace viaggiare. “A volte semplicemente camminare ascoltando gli audiolibri. E’ come se il corpo e la mente procedessero per due diverse vie ma si tenessero allertati a vicenda. Due fili del discorso, quello delle gambe e quello del pensiero, da una parte legati e dall’altra indipendenti l’uno dalle altre. Lo sguardo va dove vuole mentre nelle orecchie procede sensato il suono della storia.” Noi gli sediamo accanto. Il tavolino è piccolo, ci muoviamo poco. Restiamo come in attesa che lui non solo parli ma ci faccia un segno che possa essere un invito. “Ho paura di poter perdere l’intelletto. E ho paura delle malattie altrui. Sento di non saper essere d’aiuto quando qualcuno ha un grave handicap. Mi diventa difficile comunicare, perché mi spavento.” Gli altri gli rimproverano di essere assente con il pensiero. “Mi piacciono tanto i bambini: gli adoro. Posso giocare con loro senza passare dalla serietà al gioco.” Poi ci guarda seriamente. “Mi appassionano l’arte, il nudo femminile, l’eroismo.” Tutto e tutto insieme, in un coacervo di sfumature senza pudore eppure timide. “Io non ho paura di chi mi possa rubare la scena e anche le donne mi sono piaciute propositive… però credo di apprezzare sia il pulcino sia la tigre. Divorare od essere divorato… Non sono un seriale.” Non lo è neppure nei libri. Poiché appare spudorato per tutto il perimetro delle iridi, dentro gli occhi infantili; formale nella voce elegante e nella correttezza di ogni gesto; privo di scrupoli quando ci interrompe. Elegante nel modo con cui costruisce comportamenti e frasi. Pur non risparmiandoci il dispiacere del suo andare via.



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