Arte della Seta/ La seduzione

Martedì, 30 marzo 2010 - 13:38:00

di  Ariela  Baco

Ci sembra a volte che non sbarre ma morbidi fili di morbide gabbie ci circondino, all’interno delle quali muoversi è come percorrere ambienti profumati e sconosciuti, respirare aromi fioriti o fruttati che rendono il naso e le narici frementi e disgustate da qualsiasi altro odore. La pelle nuda dei piedi, delle spalle e delle mani è sfiorata dai gesti di chi fa nascere la promessa di una carezza: senza però donarcela mai. Allora il cammino diventa sempre uguale, e il desiderio si dimentica di desiderare: perché nulla accade di nuovo. Questo continuo oscillare tra l’avrai, l’avrò, l’avremo, la possibilità di essere, di esistere dentro una relazione amorosa o affettiva è descritto in maniera chiara, analizzato e smascherato nel libro di Gabriele Lenzi L’eterna fuga  - Nascita del desiderio amoroso e strategie di dominio - edito da Transeuropa. C’è un dominio fondato sulla continua oscillazione – vorrei e non vorrei, cantano le voci femminili di Mozart e quelle maschili di Metastasio -  ma soprattutto sul desiderio continuamente sollecitato e mai realizzato fino in fondo. Sulla virtuale possibilità di un incontro, di una relazione, ma anche di un regalo, di un viaggio e – come meta finale - di una lunga, bella e diversa esistenza. Un promettere procrastinato e rinnovato, con indizi che lo fanno sembrare raggiungibile, vicinissimo, da bere e vivere. E poi invece spostato ancora in avanti; rimandato un pochino: quel poco che fa correre ancora E così via come “Achille piè veloce” accanto alla tartaruga: non la raggiungerà. Come le parallele così vicine… ma possono toccarsi solo all’infinito. L’eccitazione del gioco all’inizio è piacevole: stimola la fantasia, l’immaginazione, il sogno. Poi però – se non subentra la patologia – il desiderio muore. Se è finalmente il pensiero a prendere il sopravvento attraverso la logica il dominato si stanca.  Gabriele Lenzi osserva e analizza invece quei comportamenti – innanzi tutto linguistici – non facilmente riconoscibili, che all’interno di queste relazioni fanno esistere un dominatore e un dominato senza che entrambi provino lo stesso piacere. L’autore definisce questo rapporto allumistico e probabilmente le estreme conseguenze sono riconoscibili nello stalking, che la recente giurisprudenza ha reso penali.

Le caratteristiche di questo gioco sono così sfuggenti da rendere la pena di chi le subisce di difficile soluzione: perché è difficile sottrarsi. I casi citati e analizzati nel libro sono casi anonimi, di persone  comuni oppure esempi tratti dalle biografie di artisti: da Amalia Guglielmetti a Guido Gozzano; da Gabriele D’Annunzio a Tamara de Lempicka; da Friedrich Nietzsche a Lou Andreaas Salomé ed altri ancora. La parola che Lenzi usa  per definire colui o colei che invade l’altro con il suo invisibile dominio è allumeur: colui che accende, che illumina l’oscurità, che riempie il vuoto con il fuoco; che fa bruciare , sentire e non capire. Il fuoco è mantenuto vivo attraverso la vaghezza: il tremolio di una fiammella nel buio. Una speranza in un’esistenza in cui probabilmente non c’erano altre migliori possibilità né tantomeno fiamme più grandi e abbaglianti. Il desiderio non soddisfatto, l’illusione di soddisfare un piacere che  non sarà mai è un’esperienza triste, costruita attraverso le parole e non il referente che ad esse dovrebbe seguire: c’è solo la carezza vagheggiata e mai quella data, le labbra mostrate come ricche di striature colorate e umide ma mai concesse alle dischiuse labbra dell’altro. Solo promesse, il cui valore è nel suono che le esprime, tristemente nell’illusione di chi le ascolta e non nella loro realizzazione. Tutto ciò evidenzia nuovamente come la vittima non possieda altro: la lettera scritta; il video del computer o al massimo l’eco del telefono. Il rapporto allumistico, secondo Lenzi, non ha soltanto delle caratteristiche individuali, che poggiano cioè sulle motivazioni patologiche della vittima, dell’allumeur o di entrambi, ma ha una base culturale precisa dalla quale prende l’avvio e la forma specifica.

Colui che accende è comunque sempre simile in molti tempi storici: è indifferentemente uomo o donna; il suo corpo si avvicina  a quello dell’altro perché non teme il contatto, ma anzi lo provoca, lo incoraggia, durante alcune fasi dell’intesa, per poi allontanarsi in un atteggiamento di indifferenza immotivato, quasi infastidito; di lontananza fisica e di rifiuto formale che fa sentire la vittima come inopportuna e sgradevole e soprattutto che non le fa capire le ragioni di un cambiamento repentino. Ragioni che generalmente non esistono in un processo logico di causa ed effetto ma hanno una spiegazione solo all’interno della logica e della relazione allumistica. La loro finalità – destabilizzare, confondere – è quella di continuare il modello provocatorio della relazione stessa. E purtroppo spesso tutto ciò ha successo. Il fascino del seduttore allumeur è grande e si conferma ad ogni suo piccolo e veloce dare – andare via. Lo stile del saggio di Gabriele Lenzi, i riferimenti sia scientifici, sia  letterari sono interessanti e puntuali. Sia soprattutto quelli alla semiotica comportamentale e a quella linguistica, decodificati per smascherare il comportamento dell’allumeur che – come un personaggio teatrale – vive per guardare il suo successo attraverso gli effetti sulla sua vittima. Uno spettacolo il cui senso è solo nella lontananza, nell’opacità. Perché solo da questo egli trae piacere. In un processo in cui lui non è responsabile di nulla. In cui il rapporto può diventare molto dannoso. E soprattutto è sempre semplicemente inutile.

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