Arte della seta/ Amore al tempo del boom economico in "La visita" di Duccio Camerini
Di Ariela Baco
![]() Duccio Camerini |
La forza erotica non si innesca e la passione resta tutta elusa all’interno dei loro gesti di uso quotidiano, che descrivono un abbraccio in modo semplice e fraterno. Attraverso quegli stessi gesti, che pure spesso sono chiari e espliciti e avvolgono totalmente il corpo dell’altro, i due protagonisti non sono risvegliati né dalla sorpresa né dalla tenerezza e il ritmo del loro linguaggio sottolinea soltanto il leggero sentimento dell’istinto gregario di solidarietà. Stendono lievemente le labbra nel sorriso di chi vede, nell’altro, un triste abitante della medesima triste condizione. Adolfo vive a Roma e Pina in provincia, in un paese noioso dove, dice lei, anche quando c’è la bella stagione “è sempre inverno”. Un inverno del cuore, in cui tutto appare addormentato. E forse anche ormai gelato per sempre. Pina però è una donna forte, dal grande seno morbido – in paese la chiamano infatti “ la bella pocciona” alludendo direttamente a questa sua qualità fisica – e ha quasi quarant’anni. Lei lavora, si mantiene e vive sola. La sua è una condizione probabilmente rara per una donna italiana degli anni sessanta ma somiglia invece molto alla condizione di tante donne di questi anni. Attraverso il suo annuncio incontra Adolfo, che va a trovarla al suo paese, nella sua casa. E sulla scena anche questa è rappresentata solo da un enorme letto, massiccio e ben rifatto. A volte questo letto è popolato dal suo amante camionista di passaggio – più giovane di lei, barbuto e sposato, con un allegro accento veneto, ma che diventa subito triste appena lui costruisce il senso delle frasi. Un enorme letto massiccio che però perlopiù resta vuoto e sterile; dal quale Pina urla perlopiù la sua voglia di sincerità, con nella testa lo schema razionale di chi ha deciso per la buona costruzione di un duraturo rapporto ma anche la nostalgia od il rimpianto per la perdizione dei sensi, per la scanzonata e giocosa incoscienza. Incapace di vivere o semplicemente di conoscere il duraturo piacere della sensualità.
E’ caparbiamente alla ricerca di una qualsiasi durata, che non trova, chiusa dentro una scena teatrale che non ha evoluzione poiché rappresenta il mondo, dove questa possibile evoluzione non c’è. Lo stesso Adolfo, che riparte per Roma, dopo la sua visita, e dichiara di non sapere quando tornerà, che poi le scriverà in ritardo, che vive anche lui una delusione, sebbene meno complicata poiché più semplicemente lei non gli piace, non gli offre buon cibo ed è più sanamente attratto dalla figlia della sua cameriera; lo stesso Adolfo certamente rozzo, poiché sebbene lavori in una libreria non ha preso i modelli espressivi dei libri che vende e parla con un accento romano che suona parossisticamente così simile a quello di alcuni ragazzi di oggi, anche lui è patetico. C’è un ponte ideale, ma non colorato, tra la sua tristezza, quella di Pina e la nostra: quando anche loro vorrebbero giocare e non lo fanno. Quando pur essendo di carne sembrano di stoffa. Quando non si emozionano e non sanno perché. Quando si fanno visita, appunto, ma da un luogo all’altro non portano niente: se non cioccolatini, quelli con dentro i biglietti, in cui anche l’amore diventa solo un’inutile, piccola scritta.
“La visita” è la messa in scena dalla sceneggiatura dell’omonimo film di Antonio Pietrangeli alla cui scrittura collaborarono anche Ruggero Maccari e Ettore Scola. Con Duccio Camerini, Antonella Attili, Edoardo Rossi e Paola Pessot. Regia dello stesso Duccio Camerini. Al teatro Sala Umberto di Roma fino all’8 febbraio e poi in tourneè.



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