Intellettuali e creativi, raccontateci la vostra tv ideale

Mercoledì, 17 novembre 2010 - 13:00:00

di Dario De Marco

tv

Okay, la tv com’è ora fa schifo. Su questo siamo tutti d’accordo? Chiaro che parliamo della tv in generale, che sacche di resistenza ed eccezioni ce ne sono, ma si tratta appunto di riserve indiane, di casi eccezionali. E parliamo della tv generalista, dato che almeno per ora la maggior parte delle persone quella guarda. La tv com’è ora fa schifo. D’accordo? Okay. Ma come ce la immaginiamo una tv diversa? Cosa desideriamo, cosa proponiamo? Insomma: di che cosa parliamo quando parliamo di tv? Quasi sempre di forma, quasi mai di contenuti. Fateci caso: quando l’argomento è la tv, soprattutto la tv pubblica, il dibattito è feroce, ma ci si limita a discutere sulla forma che deve avere. La Rai dev’essere libera dai partiti, no lottizzata, dev’essere pubblica, no completamente privatizzata. Nessuno fa mai la domanda successiva: poniamo che si è raggiunta la forma adatta, qualsiasi essa sia. Cosa ci mettiamo dentro?

carlo d
Carlo D'Amicis
Abbiamo fatto questa domanda ad alcune firme di Giudizio Universale: intellettuali e scrittori sollecitati a costruire il palinsensto ideale. È partito Carlo D’Amicis, autore di recente del romanzo La battuta perfetta (Minimum Fax), ambientato proprio nelle quinte della politica-spettacolo. La sua analisi è spietata: una tv migliore non può essere immaginata. Ecco un passaggio decisivo.

“Le ragazze coccodè di Indietro Tutta, alla metà degli anni Ottanta, sapevano di essere stupide, volgari, trash. E il loro saperlo faceva sì che anche lo spettatore, potendo e volendo, lo sapesse. Le veline di oggi, contrariamente a quelle di Arbore, non lo sanno e quindi non possono comunicarlo: lo spettatore è solo, abbandonato a se stesso. Nemmeno una reazione ormonale di fronte alla loro nudità ha più senso. Nessuna relazione è più consentita: allo spettatore non è quasi più neanche consentita l’idea dello spettacolo. Semplicemente, la tv di oggi è. Questo intendevo quando parlavo dell’incapacità di lavorarsi contro. Ogni identità ha una piega, una tendenza: assecondarla a oltranza vuol dire cristallizzare se stessi fino al punto di perdere ogni alternativa, ogni possibilità di scelta, ogni libertà. Ecco: la televisione, nel perfezionare e nel compiacersi del suo Dna, sembra avere definitivamente smarrito la propria libertà di poter essere altro. E proprio per questo, realizzando compiutamente se stessa, può dirsi morta” (leggi tutto I teleducati http://www.giudiziouniversale.it/d/articolo/politica/i-teleducati).

michela murgia
Michela Murgia

Michela Murgia, vincitrice del premio Campiello 2010 con il romanzo "Accabadora" (Einaudi), avanza invece tre proposte di format per il palinsesto ideale. Da un lato sono paradossali ai limiti della provocazione, per la serie Telesogno, dall’altro sono programmi assolutamente fattibili, perché no, e coerenti con l’idea di una tv diversa, che parli di attualità senza urlare e insegni qualcosa di nuovo senza catechizzare. Ecco il primo format. “E’ un documentario tematico e si chiama Ci ho paura. In ogni puntata analizza una delle principali paure sociali italiane. Ti spaventa lo sguardo mediorientale del kebabaro? Temi il contagio di una malattia virale? Che il caro vita si mangi i soldi che hai evaso al fisco? Che il gay voglia davvero i tuoi stessi diritti? Che su Facebook si nascondano altri maniaci sessuali oltre te? Stai sereno: il programma analizza, con servizi, docufiction, grafici statistici ed esperti, la reale consistenza di queste ossessioni collettive, chi è che ci crede di più e perché, ma anche il modo in cui media, industria e politica strumentalizzano queste paure per spostare l’opinione pubblica a proprio vantaggio. (leggi tutto Tele dico chiare http://www.giudiziouniversale.it/d/articolo/politica/tele-dico-chiare)

Parliamo della tv generalista, l’unica purtroppo raggiungibile e raggiunta dalla maggioranza delle persone. La moltiplicazione dei canali da un lato è ancora per pochi (sky e digitale a pagamento) dall’altro è tale che proprio causa eccesso di offerta nessuno dei nuovi programmi è in grado di spiccare, di fare il vuoto, come si dice. L’altra sera sul canale 80128 del satellite c’era un capolavoro di docufiction sul teatro balinese: spettatori totali, 3 più un gatto addormentato. Insomma c’è poco da fare, la maggioranza degli italiani guarda ancora Rai e Mediaset, e allora di quelli ci tocca parlare.

La tv com’è ora fa schifo. Siamo d’accordo o no? Certo ci sono delle sacche di resistenza, Report e le inchieste di Riccardo Iacona e poco altro (no, i talk show no, Santoro e Lerner e Floris ci perdonino, ma trasmissioni in cui al 5’ del primo tempo già i politici si danno sulla voce e a casa non si capisce niente, non son degne di questo nome), ma si tratta di riserve indiane, come a dire che gli americani non sono stati cattivi coi pellerossa perché gli fanno gestire i casinò.

Certo ci sono i casi straordinari come Vieni via con me, ma sono appunto fuori dall’ordinario: come può assurgere a modello un programma che per sbancare tutto mette in campo una all-stars in cui c’è il presentatore più simpatico, lo scrittore più popolare, il comico più osannato, il politico più carismatico, il musicista più stimato? Per essere all’altezza dovremmo fare una cosa con John Cena, san Tommaso d’Aquino, il Pelìde Achille e Paperink.
Ma non ce li possiamo permettere, costano troppo e non vengono neanche gratis.

E allora? Intellettuali e creativi fatevi avanti e raccontateci la vostra tv ideale. Scrivete a: redazione@giudiziouniversale.it oppure su Facebook http://www.facebook.com/home.php?#!/pages/Giudizio-Universale/106239963870

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