"Altare della Patria" di Parazzoli: su Affaritaliani.it la parte inedita dedicata a Moro

Il Saggiatore apre alla narrativa italiana (con la consulenza di Giuseppe Genna - LEGGI IL MANIFESTO PROGRAMMATICO), e lo fa con "Altare della Patria" di Ferruccio Parazzoli, che rappresenta uno sviluppo del precedente "Adesso viene la notte". Affaritaliani.it pubblica in 3 puntate la parte inedita del libro, un racconto in sé chiuso, tutto centrato sulla figura "fantasmatica" di Aldo Moro, prigioniero delle Brigate Rosse e tentato da Satana, che sulla fede di Moro ha scommesso con Dio...

Giovedì, 13 ottobre 2011 - 07:20:30

 

Narrativa italiana il Saggiatore: IL MANIFESTO PROGRAMMATICO

A più di cinquant’anni dalla sua fondazione, il Saggiatore ha deciso di pubblicare narrativa italiana in forma organica e continuativa. Lo fa avvalendosi della consulenza di un autore, Giuseppe Genna, che da anni lavora nella grande editoria e sulla Rete.
 

La collana narrativa, di fatto, non lo è: non è una collana. E’ un insieme di libri che si parlano tra loro. L’obbiettivo consiste nel risalto da dare a testi e autori considerati emblematici, significativi e potenti. Quanto a scala di giudizio, viene sostituita l’intensità alla bellezza. La novità non è necessariamente inedita, perché nel rumore di fondo a volte può essere sfuggita all’attenzione tra le moltissime una narrazione, che meritava di essere letta e ascoltata.
Le linee guida della proposta narrativa italiana de il Saggiatore:

Immaginario | Allucinazioni e fantasmi popolano da sempre la letteratura. Odisseo è uno spettro come Bartleby. Dante compie un tour ultramondano. Una balena accecante ossessiona un secolo e un continente. Questa letteratura, che è tutta la letteratura, travolge qualunque genere, qualunque forma e qualunque stile. Per questo il Saggiatore pubblica romanzi italiani che sono tali (romanzi) solo nel senso più radicale, poiché sono anzitutto libri ibridi e non classificabili come noir o memoir o bildungsroman – sono cioè oggetti narrativi a pieno titolo. L’assunto di base è comunque l’idea che queste narrazioni si rivolgono alla repubblica democratica dei lettori. E’ infatti insostenibile la tesi che Penelope, l’Inferno o Moby Dick non siano stati e non saranno popolari.
 

Fiction e nonfiction | La storia dell’Italia è una storia particolare, ma è anche anzitutto una storia e quindi la si può narrare. In coincidenza con la poetica della saggistica attuale del Saggiatore, non sarà occasionale nella narrativa italiana osservare come le allucinazioni e i fantasmi di cui sopra compaiano con nome e cognome, spesso fondamentali per la vicenda italiana (ma non soltanto italiana). Per esempio, il titolo che inaugura questa nuova serie, in uscita a ottobre 2011, è Altare della Patria di Ferruccio Parazzoli: il primo romanzo in cui appare il personaggio letterario di nome Aldo Moro, ritratto nella sua prigionia. Ciò non esclude il fatto che nel carcere brigatista gli si presenti Satana in persona.


Progetto narrativo | Al Saggiatore siamo convinti che l’editoria non possa avere soltanto un ruolo mercantile. Al suo meglio, l’editore gioca un ruolo politico, poiché diffonde saperi e alimenta desideri. E’ fondamentale il progetto, cioè il rapporto con gli autori e il lavoro su tutto ciò che scuote la mente per comporre un testo che sia un’opera. L’autore e il lettore come punti estremi di uno spettro luminoso vasto – è il panorama che un editore dovrebbe guardare affacciandosi da un microscopio o da Hubble.

Prima che collana, la proposta narrativa de il Saggiatore è letteralmente ogni volta, per ogni testo, una proposta rinnovata. Non importa che si tratti di esordi e titoli inediti (L’uomo che riuscì a fottere un’intera nazione di Ferraresi) o di riprese geneticamente modificate (Altare della Patria di Parazzoli) o di libri già editi e però meritori di ulteriore attenzione (Last love parade di Mancassola). Importa che siano narrazioni ovvero letteratura ovvero – per usare l’espressione di Kafka – l’assalto estremo alla frontiera che l’umano porta e porterà sempre a se stesso e al mondo.

 

 

LO SPECIALE

 

Libri

 

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Con "Altare della Patria", il romanzo del 75enne Ferruccio Parazzoli (nella foto grande), il Saggiatore ha appena inaugurato la sua prima serie di narrativa italiana (nel box a destra il "manifesto programmatico", ndr), curata da Giuseppe Genna. Nel 2008 Mondadori ha pubblicato "Adesso viene la notte", dello stesso Parazzoli; di quest'ultimo libro "Altare della Patria" rappresenta un ulteriore sviluppo, con l'aggiunta di un ampio inedito: quasi un romanzo a se stante, dedicato ad Aldo Moro. E Affaritaliani.it pubblica, in tre puntate, proprio questa parte inedita.

Altaredellapatria
IL LIBRO - Roma, anno del Signore 1978. Nel cuore della città eterna si consuma una sfida impensabile, che soltanto le scritture sacre o la letteratura tentano di raccontare. In una sfida all’Ok Corral più vertiginoso, Dio e Satana si fronteggiano come è sempre accaduto – scommettendo sugli umani. A interpretare il ruolo che fu di Giobbe, con opportune variazioni e aggiornamenti sconcertanti: Paolo VI e Aldo Moro. Sono sagome gemelle nella lotta contro il Male, anime incarnate in corpi smunti, una sul trono spirituale e l’altra caduta dal trono temporale. Uno è il vicario di Cristo e l’altro è il vicario di Cesare. Aldo Moro, rapito, chiede l’aiuto del Santo Padre, che non riesce a scongiurarne l’esecuzione e finisce con il celebrare i funerali dell’uomo politico che in lui aveva confidato. Come nei miti che diedero impulso alle tragedie classiche, si conosce tutto della storia a cui si va ad assistere, ma si resta perturbati da come viene narrata. Satana prova a incrinare la fede assoluta di due personaggi altrettanto assoluti in location impossibili: la cupola di San Pietro e l’Altare della Patria. In questa danza macabra, che Ferruccio Parazzoli registra con il contegno dello scriba, si scatena un vortice di apparizioni e fantasmi. Incubi della storia, nomi altolocati e leggende urbane sono convocati per via medianica a comporre la vicenda italiana: Romano Prodi a una seduta spiritica, le Brigate Rosse nel loro covo, Giulio Andreotti che profetizza, la Democrazia Cristiana e la storia tutta, che sfugge dalla mano guantata di Paolo VI e da quella ingiallita di Aldo Moro. Riprendendo ed estendendo la narrazione di Adesso viene la notte, Ferruccio Parazzoli compone un atlante del male in cui Città di Dio e Città terrena collassano una nell’altra. Western metafisico, romanzo storico, parabola sapienziale, sceneggiatura per un film irrealizzabile – la forma dell’oggetto narrativo nel nostro tempo è un libro magro e terribile, capace di interrogarci nuovamente sulle ragioni del cielo e i fondamenti della terra. Parazzoli

L'AUTORE - Ferruccio Parazzoli è nato a Roma nel 1935. E’ autore di numerosi saggi e romanzi, tra i quali Nessuno muore e Trilogia di piazzale Loreto, editi da Mondadori.

 

LA PRIMA PARTE:
(per gentile concessione de Il Saggiatore)

Sono in pochi a conoscere quanto accadde a Roma, la notte del 5 maggio 1978, al Prigioniero rinchiuso dietro un armadio in via Montalcini 8, poiché il racconto è incluso nelle pagine mancanti del Memoriale di Aldo Moro, ritrovato due volte, in entrambe mutilo.

Non siamo in possesso né abbiamo in diretta conoscenza di quelle pagine ma solo di alcuni episodi, evidentemente di carattere visionario, annotati in quelle pagine e a noi indirettamente riferiti attraverso molteplici passaggi.

Su quei racconti, in parte inattendibili sia per le fonti spurie sia perché, forse, la mente del Prigioniero era confusa e attonita dalle circostanze del sequestro (per cui l’eventuale causa dell’eliminazione dalle pagine del Memoriale di quanto potesse confermare l’ipotesi, da più parti avanzata, del debilitato stato mentale del Prigioniero), abbiamo ricostruito in quanto segue gli accadimenti, se così possiamo chiamarli, della notte del 5 maggio, facendoli precedere, a guisa di prologo, dalle circostanze del ritrovamento del secondo Memoriale per altro, come si è detto, anch’esso mutilo.

 

 

9 ottobre 1990. Milano, primo piano del palazzo di via Monte Nevoso 8.

Aldo Moro è morto da dodici anni, assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia.

Muratori, imbianchini, idraulici, elettricisti, si danno i turni a ristrutturare l’appartamento al primo piano di Via Monte Nevoso 8. È lo stesso appartamento dove il primo ottobre di dodici anni prima, solo cinque mesi dopo la morte di Aldo Moro, il nucleo speciale antiterrorismo del generale dei carabinieri Nicolò Bozzo, facendo irruzione su decisione del generale Dalla Chiesa nell’appartamento individuato come covo milanese delle Brigate Rosse, trovò un fascio di pagine dattiloscritte identificate come il Memoriale di Aldo Moro, scritto e registrato durante il periodo di prigionia e successivamente dattilografato dalle Brigate Rosse.

Il palazzo di via Monte Nevoso si affaccia sulla via tangente al terrapieno della ferrovia con una facciata di quattro piani, di colore giallo spento, un portone a volta rotonda e finestroni ciechi al piano terra. Il passaggio dei treni, che scavalcano il sovrappasso di via Porpora, si annuncia ogni volta con uno strepito spesso preceduto da un fischio lacerante.

Mentre lavorano alla ristrutturazione dell’appartamento raschiando muri e ribaltando pavimenti, gli operai, del tutto inconsapevoli del passato utilizzo di quelle stanze e del ritrovamento del Memoriale, e forse dello stesso delitto Moro, si scambiano battute tra il fragore dei treni in transito.

«Muri di merda. Passa quei cavi. Bada a non raschiare troppo se no sfondiamo nel cesso.»

«“Negli angoli riposti, negli angoli riposti” come diceva quella di via Ampère.»

«Negli angoli riposti delle…»

(strepito di treno)

«Sentite qua, il muro suona a vuoto.»

«Mattoni forati.»

«Mattoni sfondati.»

«Come la…»

(strepito di treno)

«Quel muro. Con il riflesso del vetro. Anche ieri, ma era più buio e non c’era riflesso. La tappezzeria. Non sembra che ci sia come una faccia?»

«Sporcizia. Gratta via, gratta via.»

«Io ci vedo una faccia.»

«Che cazzo vuole quell’uccello rincoglionito?»

Un uccello, forse un passero disorientato dal passaggio dei treni, è entrato dalla finestra spalancata e svolazza per le stanze aperte sbattendo contro le pareti, senza riuscire a trovare la strada per tornare all’aperto. Gli operai, con la testa per aria, inseguono l’uccello: non si capisce, e non lo sanno nemmeno loro, se per acchiapparlo o per aiutarlo a uscire da quei muri che lo imprigionano.

«È un passero.»

«No, una passera. Me ne intendo, io.»

«Sì, di passere scopaiole.»

Ridono.

Il passero, o quello che è, continua a svolazzare di stanza in stanza sbattendo le ali contro le pareti.

«Al mio paese c’è un gelso dove cantano i tordi. Avete mai visto i tordi? Hanno il piumaggio che ricorda il colore delle olive. Noi li si pigliava con la rete e gli si schiacciava la testa con due dita. Buoni per la polenta.»

«Corpo di Dio, è andato a sbattere contro quel muro. Non ci vede più.»

«La faccia! È tornata fuori la faccia! Là, dove ha sbattuto l’uccello.»

«L’uccello di… Cristo, è vero! È davvero una faccia…»

Gli operai guardano verso il punto del muro dove ha sbattuto l’uccello. Sulla vecchia tappezzeria, non ancora scrostata, è apparsa l’immagine di un volto abbuiato e dai lineamenti incerti.

«Dài, ragazzi, scalciniamo quel muro e facciamola finita.»

Strappano la tappezzeria, battono, il muro suona a vuoto, sgrattano, non ci sono mattoni, solo calcina. Si sgretola, cade. Nello spazio ricavato nell’intercapedine c’è una cartella piena di carte tenute da un nastro adesivo, una borsa nera colma di biglietti bancari scaduti, un fucile mitragliatore avvolto in vecchi giornali che portano la data del ’78 e una pistola Walther PPK.

Gli operai toccano ogni cosa come scottasse, allineano tutto sul pavimento. Non hanno fatto caso che alla caduta dell’intonaco, aperto lo spazio in cui erano chiusi i fogli, il passero, o qualunque altro uccello fosse, aveva ritrovato il vano della finestra ed era volato via.

Passa un treno rombando.

Non tarderà ad accorrere la Digos e a riconoscere in quei 421 fogli, dei quali 229 fotocopie di manoscritto, il testo supposto completo del Memoriale di Moro, 53 pagine in più di quelle ritrovate nel 1978.

 

Roma, maggio 1978. Via Montalcini 8, prigione del popolo.

L’elegante casa di via Montalcini nel quartiere della Nuova Magliana potrebbe essere una confortevole prigione del popolo, essendo posta intorno a un’ansa del Tevere ancora verdeggiante di avvallamenti erbosi e canneti e parchi di ville disabitate. Non si sa se il numero 8 della strada del nuovo quartiere sia soltanto una coincidenza con il medesimo numero di via Monte Nevoso, dove verrà ritrovato dodici anni più tardi il Memoriale del Prigioniero, una costante mnemonica dei brigatisti, o una costante psicotica. Chi volesse dare al numero 8 un significato simbolico avrebbe un’ampia scelta di significazioni di cui la prima e universale attribuisce al numero 8 l’immagine dell’equilibrio cosmico. Otto il numero della Rosa dei venti, otto i raggi della Ruota celtica e buddhista, quattro più quattro è il numero dei gemelli, l’ottavo giorno succede ai sei giorni della creazione e al sabato, annuncio della futura era eterna che segna la vita dei giusti e la condanna degli empi. Nelle applicazioni pratiche l’8 è un numero pericoloso in quanto esprime l’eccesso.

La prigione del popolo è uno stretto locale senza finestre, chiuso da un vecchio armadio da tinello attraverso il quale i carcerieri comunicano con il Prigioniero mediante una ribaltina tipo passavivande. Il Prigioniero indossa un paio di pantaloni con l’elastico in vita e ha ai piedi un paio di pantofole, indumenti che hanno sostituito il completo scuro con cui stava recandosi in Parlamento al momento del sequestro. Ha passato le giornate seduto su un lato della brandina o percorrendo dieci volte lo stretto e corto locale cha ha come unico mobilio un comodino e un water biologico, recitando a memoria le dieci Ave Maria dei Misteri dolorosi. Non ha bisogno di avere tra le grandi mani gialle la corona del Rosario che sempre porta con sé nel taschino della giacca, ma desidererebbe avere il conforto dei grani di vetro che scorrono tra le dita. I primi giorni di prigionia, trascorsi a rispondere alle domande dei suoi carcerieri, avrebbero potuto essere interessanti. C’erano dei giovani dall’altro lato dell’armadio, mentalmente e politicamente deviati, e quindi tanto più bisognosi di concetti e parole chiarificatori. Gli è sempre piaciuto tenere lezioni ai giovani. Alle domande, piuttosto generiche e politicamente banali, aveva risposto volenterosamente e approfonditamente. Le voci passavano attraverso il passavivande su cui poggiava un registratore.

«Circa gli assetti economico e sociali dell’Europa di domani, e in essa dell’Italia, devo dire onestamente che quello che si ha di mira è il rinvigorimento, su base teocratica, del modo di produzione capitalistico, ovviamente temperato dalle moderne tecniche razionalizzatrici e con l’opportuna coesistenza di piccole e medie imprese e di botteghe artigianali

 

 

 

Prigione del popolo. Tinello oltre l’armadio dietro cui si sente ogni tanto tossire il Prigioniero.

Tre uomini e una donna, seduti attorno al tavolo del tinello, ascoltano la registrazione a basso volume. Hanno un’aria annoiata, perfino sconcertata. Qualcuno ogni tanto allunga una mano verso la fruttiera in mezzo al tavolo, da cui prende una mela e l’addenta. La donna fuma una sigaretta.

«Che dice? Dove crede di stare? Con chi crede di parlare? È fuori di testa? Non si capisce una sega di quello che dice.»

«Ci piglia per i fondelli.»

«No, sta a sentire. Risponde a tono, ma è il linguaggio che usa, il maledetto linguaggio del politico marcio. State a sentire.»

«Chi ha non cede quello che ha, non desidera farne parte gli altri. In effetti si corrode il circuito dell’innovazione democratica sia nel Paese per la lunga e invariata gestione del potere pur nel mutare delle alleanze, sia nel partito dove gruppi di potere ora si scontrano ora si sorreggono a vicenda e traggono motivo di singolare durevolezza dalla gestione del potere fine a se stesso…»

«A me pare chiaro.»

«Chiaro una mazza. Che vuol dire? Niente, cose ovvie, che sanno tutti e che il professore fa cadere dalla cattedra.»

«Un linguaggio pazzesco.»

«Avete mai letto Marx?»

«Non ricominciamo con l’ignoranza del popolo. Il popolo ha sempre ragione anche se non ha letto Marx.»

«Il popolo non ha mai letto Gramsci.»

«Minchiate da intellettuali. Azione, soltanto azione.»

«Come i morti che abbiamo lasciato su quella strada?»

«Che vuoi dire? Che ci è scappata la mano?»

«È stato un cul de sac

«Un culo di che? Ho qui elencate tutte le domande. Aspetto le risposte.»

«Non le avremo mai. Quell’uomo dietro l’armadio è un marziano. Non potremo mai comunicare con lui. Che ci facciamo?»

«Ehi, ehi, un momento. Siamo ancora lontani dal dunque.»

«La sua morte sarebbe una sconfitta.»

«La sua libertà una sciagura.»

«Un’idea. Lasciamolo solo. Completamente solo. Che nessuno più gli parli, nemmeno tu, con quel cappuccio ridicolo in testa. Un taccuino e una penna, e silenzio. È addestrato a scrivere, ama la scrittura come ama la confessione. Solo con se stesso, peggio che in confessionale con un prete. Salta il tappo della bottiglia.»

 

LA SECONDA PARTE:
(per gentile concessione de Il Saggiatore)

 

 

Roma. Complesso abbaziale delle Tre Fontane.

Anticamente individuata con il nome di Acque Salvie, la località è una piccola valle situata sul percorso della via Laurentina. Vi si accede per un tranquillo giardino che si apre dopo l’Arco di Carlo Magno. Attraverso un breve vialetto alberato si arriva dinanzi alla più piccola delle tre chiese del complesso abbaziale dedicata all’apostolo Paolo che qui, secondo la leggenda, venne decapitato.

Un religioso in clergy siede ai piedi della facciata in marmi e travertino, su cui le due statue di San Pietro e di San Paolo sovrastano il timpano. Il religioso sembra affannato, si passa ripetutamente un fazzoletto tra lo stretto colletto di celluloide e le pieghe del collo sudato. Si guarda attorno, come in attesa di qualcuno da cui sia stato convocato. Lungo il vialetto, infatti, avanza la figura alta di un frate, nella bianca veste cistercense, incappucciato dalla cocolla. L’uomo in clergy si alza, ma non gli va incontro, ha decisamente il fiato mozzo.

«Ho fatto una corsa per essere qui per tempo. Non ho, come te, il dono dell’ubiquità. Scusa, volevo dire la facoltà di essere in ogni luogo.»

«Lo so. Sei andato a importunare il mio fedele Rappresentante.»

«Importunare? Macché. L’ho portato lassù, sul lanternone di San Pietro per fargli vedere come sia bella Roma, come la città eterna si goda queste giornate di primavera, e come se ne infischi di quel pover’uomo chiuso dietro un armadio da un gruppo di scriteriati. Gli ho detto: fai qualcosa, se no il tuo amico ci lascia la pelle. Ma lui insiste che ha fiducia in te, dice che ha fede nella tua giustizia. Non so perché hai voluto che ci incontrassimo proprio qui, oltre a essere alquanto lontanuccio da San Pietro – e in città c’è un traffico che non ti dico – è un posto mica tanto rassicurante. In questa chiesetta qua dietro ci sono tre fontane. Lo sai bene cosa sono dal momento che sei stato proprio tu, come dicono, a farle venir fuori. Sono i tre punti dove rimbalzò la testa decapitata del tuo apostolo Paolo.»

«Non osare pronunciare quel nome. Hai tormentato abbastanza anche lui.»

«Dici per quella faccenduola del pungolo nella carne? Evvia! Lui, poveraccio, se ne angustiava, ma diciamocela tutta tra noi: chi non ce l’ha?»

«Insomma, cosa sei andato a chiedere al mio Rappresentante? C’è un gioco tra noi, ricordi? E va giocato lealmente: la conferma della sua fede assoluta nonostante il mio silenzio sulla sofferenza di un innocente.»

«Di un assassinio, vuoi dire. Perché quelli son proprio stupidi, hanno ammazzato cinque o sei persone per prenderlo e adesso non sanno che farsene di lui, non capiscono nemmeno quello che dice. Se continua così ci manca poco che lo fanno fuori. Il Papa ci soffre, ma non fa niente perché ha fede in te che non fai niente. Io sarò anche Satana, Belzebù, quello che vi pare, ma so cos’è il dolore perché io stesso l’ho provato e lo provo tuttora per la mia solitudine, per l’odio che hai suscitato contro di me. Insomma, ti confesso che quel poveretto mi fa compassione. E che vorrei dargli una mano.»

«Non puoi. È contro le regole del gioco. La faccenda tra noi deve arrivare fino in fondo.»

«Ma tu, non provi mai compassione? Ti limiti a far venire fuori tre insulse fontanelle dove è rimbalzata la testa di un uomo che ti amava? Roma è piena di fontane, non ce n’era proprio bisogno di altre tre.»

«Io non posso avere compassione. La mia giustizia, capisci? I teologi la chiameranno Teodicea, la Giustizia di Dio.»

«Be’, io invece sì, posso. Che mi costa? Certo, la compassione è un imbroglio in più. Che importa? Gli uomini hanno bisogno di essere imbrogliati. Hanno bisogno di compassione, hanno bisogno di me.»

L’uomo in clergy appallottola il fazzoletto stropicciato, se lo ficca in tasca e si avvia a discendere il sentiero.

«Dove vai?»

«Mi è venuta un’idea. Vincerò la scommessa.»

«Bada alle regole.»

«Verranno puntigliosamente osservate.»

«Perché stai ridendo?»

«Hai ragione. Dovrei piangere.»

 

Roma, via Montalcini. Prigione del popolo. Notte.

Seduto sul bordo della branda, appoggiato scomodamente al piano del comodino, il Prigioniero riempie con una fitta calligrafia i fogli di un bloc notes. A volte procede a scrivere per intere pagine, a volte scrive solo frammenti.

«È difficile dire, in questa situazione, che cosa accadrà. L’avvenire non è più, in parte, nelle nostre mani. Ed è onesto e doveroso indicare le incertezze e le incongruenze della situazione senza abbandonarsi al furore, senza puntare a una rivincita che non sia quella del normale procedere della vita democratica nel suo perenne esame, senza cedere allo sconforto. Non possiamo fare come se nulla fosse avvenuto. Qualche cosa è accaduta e peserà su di noi. Bisogna andare avanti però con coraggio e dignità…»

Non sa perché né per chi stia scrivendo. È un esercizio di equilibrismo mentale. Aveva chiesto ai suoi carcerieri una copia della Repubblica di Platone ma non l’avevano, forse gliel’avrebbero procurata. Ha in mente una frase che vorrebbe chiarire soprattutto a se stesso, e su cui avrebbe un ragionamento da sviluppare: Un uomo è giusto nel medesimo modo in cui è giusto lo Stato.

La Giustizia è lassù, sovrana, utopica, ma non è dato all’uomo vederne i segni” vorrebbe scrivere il Prigioniero, ma non lo fa. La Giustizia proiettata verso un futuro che non viene mai. L’anima del Prigioniero è così sfinita dall’angoscia che non riesce nemmeno più a sentirla.

Abbandona la matita sulla pagina aperta del taccuino, dove le parole si inseguono senza più senso né per lui né per nessuno. Si passa le grandi mani gialle sul volto. Ha le unghie cerchiate di nero. Si trova solo di fronte al male e ne prova un piacevole orrore che lo invita a inventare il suo “essere altrove”, a lasciare che il corpo perda il proprio peso e precipiti senza fine così come avviene nei sogni.

È soltanto allora che Satana può comparirgli davanti.

«Che fai? Scrivi? Evvia! Davvero ti lasci ipnotizzare da un po’ di fogli bianchi? Credi davvero che vogliano da te un trattato sulla giustizia di Stato?»

Il Prigioniero si toglie le mani dagli occhi e lentamente mette a fuoco, alla luce del cannello di neon fissato al soffitto, la figura che gli sta di fronte.

«Benvenuto, chiunque tu sia. Del resto, come non riconoscerti? Chi altro avrebbe potuto apparirmi in questa prigione se non il Diavolo?»

«Già, chi altri? Scusa, ma non mi è sembrato opportuno travestirmi per comparire davanti a un cattolico romano che non ha alcuna difficoltà a credere alla mia esistenza. Naturalmente anche questo, così come mi vedi, è un travestimento, ma mi è sembrato opportuno non divagare e assumere l’aspetto che, con qualche variante, mi hanno da sempre attribuito i vostri imbrattachiese. Una precisazione, tuttavia. Sappi che io non appaio, come tu hai detto, io mi infilo. Le apparizioni le lascio ad altri che tu sai. A me basta un minimo pertugio per infilarmi dentro, anche solo un pertugio nella vostra testa. Dicono che sia io a suscitare le tentazioni. Sciocchezze. Le tentazioni le avete già dentro, come le uova nel ventre di un pesce femmina. Io le fecondo, io gli do corpo.»

Satana prende tra le mani il taccuino su cui il Prigioniero va scrivendo i frammenti del proprio Memoriale e lo sfoglia rapidamente.

«“Vi fu soltanto tra noi una responsabile valutazione delle cose…” legge ad alta voce. “Ne venne una serie di cose contraddittorie, l’apprezzamento per i comunisti… Facendo una giusta autocritica, devo dire che questo aspetto mi è apparso con minor violenza di quanto esse, psicologicamente e politicamente…” No, lascia perdere, non puoi prenderli sul serio quei giovanotti dietro l’armadio. Lo so che ammazzano e hanno ammazzato, ma questo non li fa più intelligenti. Sono coglioni, io li conosco bene. Ho partecipato, figurati se potevo mancare, a quelle loro riunioni segrete da operetta. Una l’hanno tenuta in camera da letto. Ma sì, quando sono arrivati i congiurati, il capobanda se ne stava ancora a letto con la sua ganza, sbracati sotto le lenzuola. Gli altri, tre o quattro, attorno a sproloquiare sulla strategia della tensione, i servizi segreti, i finanziamenti alla dc, e altre cazzate senza costrutto. Chiacchiere da volantinaggio che gli bruciano il culo finché non gli riesce di cagare lo stronzo. Si dà il caso che sia tu lo stronzo che hanno cagato, più grosso di quanto non intendessero cagare, e adesso non sanno che farci. Puzza e basta. Che vuoi? Va così. Dio lo sa, e a un certo punto tira la catena del water.»

«Non essere osceno.»

«Scusami. Mi sono immedesimato troppo nella parte che mi avete dato. È che non sopporto gli imbecilli. Si credono al di sopra della morale borghese. Sono io l’ispiratore della morale borghese. Ma ora non c’è tempo da perdere. Ho un’idea che li lascerà tutti quanti a braghe basse, compreso Dio. Vedrai. Salimi in groppa ché ti porto fuori.»

«Sono pesante, anche se negli ultimi giorni ho perso qualche chilo.»

«Non ti preoccupare, professore. Io porto il peso del mondo.»

«E come faremo a uscire fuori da dietro questo armadio? Non c’è neanche un finestrino: ho vissuto così, senza vedere il barlume del giorno sotto questo tubo al neon.»

«Te l’ho detto, io mi infilo in ogni pertugio. E questo stanzino è talmente pieno di pertugi che non so come hai fatto a non prenderti un raffreddore.»

 

Roma, piazza Venezia. Altare della Patria. Notte.

Il complesso realizzato in marmo botticino che sorge sull’altura settentrionale del Campidoglio, ufficialmente denominato Vittoriano, più comunemente conosciuto come Altare della Patria da quando accoglie la salma del milite ignoto, ha uno sfondo architettonico di centotrentacinque metri di lunghezza e settanta di altezza. Dedicato a Vittorio Emanuele II, celebra la grandezza e la maestà di Roma, capitale d’Italia, rappresentando l’unità del Paese (Patriae Unitati) e la libertà del suo popolo (Civium Libertati). La statua equestre di Vittorio Emanuele sorge al centro del monumento, sovrapponendosi alla scenografia del colonnato neoclassico. Su ciascun pronao, ai lati dell’edificio, si posano le due quadrighe bronzee sormontate da Vittorie alate. Di notte, il colonnato e il basamento su cui la statua equestre campeggia sopra l’immagine della dea Roma su sfondo dorato, sono vivamente illuminati, mentre il coronamento dei pronai con le due quadrighe di Vittoria restano oscurati.

Lassù, sotto le zampe rampanti dei cavalli, due figure in ombra guardano il panorama della Città Eterna, che si stende illuminata ai loro piedi. Sono Satana e il Prigioniero. Più in basso, sul margine del pronao, raggomitolata sull’angolo estremo dell’ultimo gradino, siede una piccola e deforme figura immersa nel buio. Lontana, oltre le strade, i tetti, le terrazze, si scorge la cupola illuminata di San Pietro.

«Vedi?» dice Satana indicando la cupola al Prigioniero. «Oggi, prima di venire da te, ero lassù con il tuo amico Papa. Gliel’ho detto: sbrigati perché il tempo stringe, datti da fare, smettila di abbandonarti alla fiducia in Dio, non muoverà un dito, lui sta a guardare come sempre, ci mette tutti alla prova, è il gioco micidiale che fece tanto tempo fa anche con me. Lui aspetta Dio e tu cosa aspetti? Che quei quattro imbecilli ti ammazzino e che quei tuoi amici che ti raccomando, seduti in Parlamento, ti tributino solenni funerali di Stato? Ma io, Satana, ho trovato la via d’uscita che manda tutto il gioco a monte, da cui tu uscirai vittorioso, puro, ineguagliabile. Santo, se posso osare pronunciare questa parola, ma non martire. I martiri servono solo a chi si mette in salvo per aumentare il proprio potere. Chiedilo a quello seduto laggiù, raggomitolato nell’ombra, ti mostrerà cosa avverrà in Italia dopo che tu ti sarai fatto ammazzare.»

«Mi sembra di riconoscerlo. Ma non distinguo bene, e poi è enormemente invecchiato se lui è quello che dico.»

«Certo, sono passati quasi quarant’anni da oggi e lui è uno dei pochi a essere sopravvissuto. Sa tutto, ha visto tutto. È lui che prenderà in mano le sorti dello Stato il giorno stesso in cui tu ti farai ammazzare.»

«Ora ne sono certo. È il mio amico, è Giulio. È terribile la vecchiaia di un uomo di Stato, ma io non la proverò. Giulio, amico mio…» Il Prigioniero fa l’atto di scendere i gradini per avvicinarsi all’ombra raggomitolata.

«Fermo, non avvicinarti a lui, non lo toccare! È solo un ectoplasma.»

«Giulio, dimmi, che sarà dell’Italia, di questo nostro Paese per il quale abbiamo sacrificato ogni cosa e che ora mi offre come vittima per l’onore del suo avvenire? Ricordi quando dissi che il futuro era ancora tutto nelle nostre mani? Tu quel futuro lo hai veduto, narrami quel futuro, dimmi che il mio sacrificio non sarà stato inutile. Ora, qui, sotto il carro della Vittoria, io non so più chi di noi due sia vivo o morto.»

 

 

 

 

 

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