Poesia/ "Ma le pare che alla mia età pensi al Nobel?". Alda Merini ad Affari
Ci fermiamo a guardare alcune foto del suo ultimo spettacolo teatrale, “Il poema della croce”. La Merini ha gli occhi lucidi: “Sul palco mi trasformo, lassù dimentico i pensieri. L’impatto col pubblico è una specie di miracolo. Gli applausi mi emozionano. Ma il pubblico mi fa anche paura, e a volte devo far finta che non ci sia. Poi alla fine tutti si alzano in piedi per ringraziarmi, è bellissimo. Peccato che quando torno a casa c’è il mio vicino che mi chiude la porta in faccia…”. Ma come, i condomini non le vengono a fare compagnia? “In questa casa entrano tutti, tranne loro, non mi sopportano”. Alda Merini guarda malinconicamente nel vuoto. Ma è solo un momento: “Il poeta ha bisogno di solitudine. Questa casa certi giorni è un via via infinito, sembra un manicomio! (il sorriso si riprende il suo viso, ndr). Raboni diceva: Mamma mia quanti scocciatori. Poi, però, quando arrivava il sabato, e lui non aveva più niente da fare, sentendosi solo si chiedeva: Che fine hanno fatto tutti i rompiballe?”.
Non sopporta quando le chiedono se sta lavorando a nuove poesie: “Scrivere non è come mangiare. L’ispirazione non arriva tutti i giorni”. Ma ci tiene a mostrare il suo nuovo libro di liriche inedite dedicate a Papa Wojtyla. E’ un volume d’arte, di grandi dimensioni, pieno di disegni. Sarà un’edizione limitata: “Sono poesie mistiche. E sto già pensando al successivo, su San Francesco”. Poi comincia a raccontare una serie di barzellette sul Vaticano. Si interrompe solo per un appunto sul Papa attuale: “Ratzinger dice tante cavolate, come l’ultima sul preservativo. Ma ne dico tante anch’io, e quindi lo perdono. Certo, è evidente la differenza con Giovanni Paolo II, che veniva da una famiglia povera”. Stavolta, in un certo senso… resta in tema: “Monsignor Ravasi ha scritto la prefazione di un mio libro (“Poema della croce”, Frassinelli, 2004, ndr). E’ un bell’uomo, pensi che l’ho anche desiderato, e gliel’ho pure detto! Naturalmente lui ha declinato…”. La sua tosse aumenta d’intensità. La poetessa è stanca. “Vorrei che i ragazzi di oggi fossero più consapevoli. Sono impazienti. Ma hanno bisogno di credere in qualcosa”.
Negli occhi tremolanti della Merini sono conservate tutte quelle lacrime che da anni divide con i suoi lettori attraverso la mediazione dell’arte poetica: vi convivono il dolore degli abbandoni, il senso d’insensatezza per la fine di un amore, l’umiliazione per i tanti tradimenti subiti; ma pure attimi felici come quelli che hanno preceduto un bacio lungamente atteso, o l’amore per i figli.“Mi spiace non poterla accompagnare fino al cortile, ma due piani di scale per le mie gambe sono un’agonia. Purtroppo in questo palazzo non c’è l’ascensore…Perdoni la superbia: Alda Merini non è una qualsiasi, merita di stare in alto, non può mica finire a vivere al piano terra!”. E l’ultimo sguardo è ancora un sorriso.



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