Poesia/ "Ma le pare che alla mia età pensi al Nobel?". Alda Merini ad Affari
Di Antonio Prudenzano 
Alda Merini
La straripante casa-regno-ragnatela di Alda Merini che s’affaccia sulla movida dei Navigli è davvero un mondo a parte. La prima volta l’impatto è sconvolgente. L’ambientamento è per forza lentissimo, non ci sono eccezioni. Impossibile abituarsi del tutto, però, all’aroma penetrante che l’avvolge e al caos organizzato che domina le poche strettissime stanze; impossibile pure far finta che sia un appartamento della vecchia Milano come tanti altri in questa zona della città. Se invece, come in questo caso, ci si è già stati, e a distanza di qualche mese si torna arrivando sicuri che stavolta non si potrà restare turbati, ci si accorge subito dell’errore di valutazione. E’ un salto in un’altra dimensione, quindi non può essere indolore.
Lei è l’imperiosa ape regina di un alveare saturo di colori, oggetti, scritte sui muri, libri, opere d’arte, cenere, foto, macchie d’umido sulle pareti, disegni, fiori di carta, sigarette, suoni, libri, polvere, vita… Qui dentro niente è al suo posto, almeno secondo i comuni canoni contemporanei dell’ordine domestico occidentale. Eppure si ha la sensazione che Alda Merini possa abitare solo in questo coloratissimo appartamento. E i 15 anni (non continui) passati da lei in manicomio c’entrano solo in parte con questo che, evidentemente, è anche un pregiudizio. La poetessa, 78 anni lo scorso 21 marzo (non è un caso che sia nata il primo giorno di primavera) ti aspetta seduta sulla sua poltrona mentre spezza il filtro (fa così sempre) prima di fumare la prima di undici sigarette in poco meno di due ore. “Lei è giovane. Ai miei spettacoli in teatro con Giovanni Nuti vengono tanti ragazzi. Molti alla fine si fermano per un autografo, e ce ne sono alcuni che mi fanno i complimenti. Dicono che ho dei begli occhi. E io: Allora perché non facciamo l’amore? Quelli restano ammutoliti. Qualcuno, più coraggioso, risponde: impossibile, lei è un mito. E lei invece è un impotente, lo anniento io!”. La Merini ti accoglie così, con una lunga risata. Un’altra ne arriva subito dopo: “Ma le pare che alla mia età pensi a vincere il Nobel!? Ormai oggi tutti cercano solo la gloria…”.
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La piccola tv è sintonizzata su “Quelli che il calcio” di Simona Ventura. “Sono cieca e sorda. La televisione è solo un ronzio che in certi momenti mi fa compagnia… Ma non riesco a capire come possano esserci programmi come il Grande Fratello dove sembra non esistere più il pudore”. Non è facile starle dietro, questa donna empatica e umile (ti chiede continuamente: “E lei, che ne pensa?”) è un costante flusso di coscienza, e i suoi discorsi sono incontenibili sprazzi. E ride ancora di gusto. “In tv mi vogliono perché oggi trionfa il macabro, e la mia esperienza in manicomio attrae…La malattia mentale esiste. Oggi senza i manicomi è peggio, nessuno vuole prendersi cura di questi malati… Però l’elettroshock era tremendo. Ne ho fatti 46. Ma in manicomio mi sono anche divertita, dicevamo di quelle cretinate!”. Poi si interrompe d’improvviso. Tossisce, ma non smette di fumare. Forse le sta tornando in mente la ballerina di Chiambretti: “Le donne… che danni son capaci di fare. Povero l’uomo che s’innamora, non ha scampo. Ma è pur vero che oggi i maschi non hanno più il coraggio di una volta. Parlano parlano, ma poi… Non se l’aspettavano che la femmina sarebbe diventata manager. Per secoli la donna è stata osteggiata, umiliata, segregata, bruciata viva dalla Chiesa. Oggi sta ottenendo la sua rivalsa, e l’uomo soccombe. Ma in realtà è sempre stata la femmina il vero baricentro della famiglia”.
(Segue - "Scrivere è come mangiare, ma l'ispirazione non arriva tutti i giorni...)



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