"La vita è fatta per essere consumata". Albinati e la sua ricetta anti tristezza

Lunedì, 19 ottobre 2009 - 16:30:00

di Ariela  Baco

edoardo albinati
Edoardo Albinati

Lo seguiamo per le grandi stanze della sua casa, dove i mobili non riescono a riempire tutto lo spazio. Ci sono tanti libri, e tappeti e poltrone. Noi gli sediamo accanto, bevendo il caffè che ci ha offerto, eppure ci sentiamo ancora troppo lontano. Lui, Edoardo Albinati, bello come solo un poeta può esserlo, ha appena pubblicato un libro di racconti, "Guerra alla tristezza!" edito da Fandango. "Sono sessanta, e li ho scritti in un lungo arco di tempo." Le storie perciò sono l'una diversa dall'altra, e così i personaggi, le loro età: tutto il loro modo di essere è vario. Ed anche lo stile lo è: si adatta, cambia ad ogni storia, come se fossero molte le mani a pensare, ad appuntare; molte le tracce per restare vivi ed amare.

"Spesso mi scordo ciò che scrivo. E allora mi chiedo, rileggendomi, perché mai l'ho fatto." Ma non c'è ingenuità nelle parole che Albinati usa per descrivere la sua letteratura, solo un particolare pudore; che a volte esiste - e allora lui si schermisce, aspetta il giudizio, cresce i suoi figli. Altre volte è un gioco - e si manifesta con un sorriso appena impostato, allunga la bocca, è sornione ed anche un po' felino - come il gatto della favola di Alice, però, non come l'animale fiero e regale adorato dagli egizi. E' un eterno sorriso da ragazzo - più che quello di un uomo - ma conquista. E sorride anche se è stanco: "La mattina, per tre giorni alla settimana, insegno letteratura e storia nelle carceri." In quelle di Rebibbia, a Roma. Invece: "La passione è l'unica cosa che fa uscire un individuo da sé. Ed io scrivo per consumare e per bruciare. Tra i racconti di "Guerra alla tristezza!" c'è quello di un uomo che, deluso in amore, brucia un'isola intera. Ma per beffa l'albero sotto il quale aveva  amato resta intatto… La vita è fatta per essere consumata. E' come un falò: alla fine ciò che c'è dentro esiste per essere bruciato. Se si vuole mantenere e conservare allora non si riuscirà a fare nulla."

Albinati beve il caffè con la panna. Usa quella spray. "E' così buona: può essere spruzzata direttamente in bocca."

guerra alla tristezza albinati
La copertina
Può essere gustata: è un esperienza di piacere. "Nessuna bella memoria può sostituire l'esperienza. E l'amore è un'esperienza grandissima. Io non faccio distinzione: definisco l'amore passione. Che non è una base, ma una forza; una droga. Ho avuto amori di tre minuti e amori di vent'anni. C'è un effetto; che poi svanisce. Come quando si beve il vino… o soprattutto il primo campari della giornata: c'è un minuto di assoluto benessere. Che però può essere vissuto un solo momento per volta." Le sue parole sono pronunciate con calma; i tratti del suo viso distesi. Lui insegna ad uomini difficili le lettere italiane; è stato volontario dell'Onu in Afghanistan. Ha riempito la sua esistenza di molte cose diverse. "In realtà la vita era molto semplice - laggiù - ed in un certo senso risolta. La stanchezza fisica, il mantenersi vivi, davano alla mente una sorta di spensieratezza. Non c'erano dubbi né tormenti." Ma solo i bisogni primari, essenziali. Nella sua esistenza romana, più quotidiana, invece: "Bisogna dare aria al demone; impiegare le energie. Perché quelle che non vengono utilizzate creano risentimento. Fanno stare male e poi inacidiscono."

Lui non ha molti legami con il mondo intellettuale, pur essendo un artista. "E sto benissimo così. Non ho posizioni nel mercato. Mi sento un outsider. Sono perciò libero, non ho favori da dare o da chiedere." Ma saper chiedere, in altri campi, è fondamentale. "In amore bisogna saperlo fare. E quindi farlo." Abita da solo nella sua grande casa. Ma non è una sua ponderata scelta. "E' capitato." Però non si annoia. "Ho bisogno di essere sollecitato. Sono esigente. Anche nella conversazione. Se non c'è niente di interessante non mi adatto. Invece… mi adatto tanto alle esigenze altrui nell'amore. Tendo ad essere complementare. Mutando. Se accanto a me per esempio c'è una donna virile io tendo ad essere differente… E naturalmente la mia mutevolezza è stata fonte di continui rimproveri." Quest'ultima frase la pronuncia piano; la voce che si abbassa. Non si vergogna, ma soffre quasi, appena. La sua mitezza, però, sembra solo apparente. Perché le espressioni del suo viso - anche sotto le occhiaie leggere, che conservano il tempo concentrato che ha trascorso - sono il segno della sua attenzione. Non solo verso di noi, che siamo, nostro malgrado, solo di passaggio, ma soprattutto verso le storie della vita, che lui ascolta e assorbe e dentro di sé rielabora, ripensa. Poi, le scrive, traducendole in storie, in romanzi o altro: tutto il teatro che si svolge intorno. "Sono attratto dalla bellezza, che mi colpisce, sempre. Tendenzialmente preferisco però essere cercato… ma non ho un comportamento ripetitivo, un cliché… perché non credo nelle strategie o nelle tattiche." 

L'età media degli uomini a cui insegna è trent' anni. Sono in carcere per reati vari; alcuni studiano per loro interesse, altri perché è un modo per uscire dalla cella. "Insegnare in prigione mi protegge dalle relazioni extra lavorative. Insegno: e finisce lì. A volte sono molto soddisfatto delle mie lezioni. Ma devo sempre intervenire contro la dispersione di me. Perché per scrivere - in cui nutro fede - ho bisogno di tempo e di molte energie." Il suo sorriso allora ricompare, all'improvviso, come una piccola lucina colorata: "Berlusconi, Feltri, il Vaticano, le ragazze… mi fanno sogghignare più che indignare." Sono molte le cose a cui pensare. Ed importante è anche il tempo del riposo.

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