TaÏa, scrittore gay e musulmano: "A volte piango, ma non mi sono mai pentito di aver fatto outing"

Venerdì, 11 giugno 2010 - 10:00:00

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di Antonio Prudenzano

Abdellah TaÏa, scrittore marocchino classe '73 (il primo del suo paese ad aver dichiarato la propria omosessualità, scelta che inevitabilmente gli è costata cara), da dieci anni vive a Parigi. Ma, nell'intervista concessa ad Affaritaliani.it in occasione dell'uscita del suo nuovo romanzo, "Uscirò da questo mondo e dal tuo amore" (in libreria per Isbn, editore che nel 2009 ha pubblicato il precedente e discusso "L'esercito della salvezza"), non si definisce "in esilio". Ancora una volta la scrittura di TaÏa, che nel nuovo romanzo racconta la ricerca della propria identità di un giovane marocchino, è autobiografica senza essere spudorata, coraggiosa senza sentire il bisogno di urlare.

Abdellah TaÏa isbn
Abdellah TaÏa

“Uscirò da questo mondo e dal tuo amore” è un romanzo molto intimo. Scrivere questo libro l’ha aiutata a fare i conti col proprio passato?
"La mia scrittura deriva interamente dalla mia intimità. Dalle mie esperienze. Non so scrivere finzione pura: non ci riuscirei mai, credo. Per me è importante che la realtà descritta nei miei libri esista veramente. Per me è importante che l'io sia nudo e che si chiami Abdellah, come me. I libri servono per dire la verità e nient'altro. La verità e la sua nudità. Detto questo, scrivere di se stessi e del proprio vissuto non è facile come si potrebbe immaginare. Conta soprattutto lo stile con il quale si racconta, le parole per trasformare dei pezzi di vita in frammenti letterari. Scrivere per me non coincide con un'operazione terapeutica. Scrivere non mi aiuta a risolvere i miei problemi. Scrivere, anche delle cose più intime, non è mai un atto egocentrico. Si scrive per gli altri. Si scrive perché non se ne può fare a meno. Si scrive con il desiderio inconfessato di cambiare il mondo.

isbn taia
La copertina
Quali scrittori hanno influenzato il suo stile?
"Per portare a termine 'Uscirò da questo mondo e dal tuo amore' sono stati due scrittori ad accompagnarmi, sostenermi, amarmi. Prima Fedor Dostoijevskij, in particolare il suo meraviglioso e cupo 'Memorie del sottosuolo'. Poi, il superbo e malinconico poeta portoghese Fernando Pessoa. In entrambi ho ritrovato una spiritualità che corrispondeva alla mia, una descrizione dei corpi posseduti che mi faceva paura e mi affascinava al tempo stesso. Il mio romanzo descrive quattro momenti di un corpo, il mio, che crolla, muore, e si rialza. Un corpo errabondo. Che vaga senza meta in un mondo arabo in rovina. Una caduta interminabile, la mia, quella del mondo arabo, che dovevo raccontare in modo intenso. Ho trovato la passione necessaria a esprimere tutto ciò, compresa l'omosessualità, in Dostoijevskij e Pessoa".

Lei è il primo scrittore marocchino ad aver dichiarato apertamente la propria omosessualità. Cosa vuol dire dichiararsi ed essere gay nel Marocco di oggi?
"E' vero che sono il primo marocchino ad essersi dichiarato pubblicamente, sia nei libri che attraverso i media marocchini. E' vero, è vero... Ma non me ne prendo i meriti. Quel che manca in Marocco, sia che si consideri gli eterosessuali che gli omosessuali, è la possibilità di esistere per se stessi, di vivere in modo in modo indipendente, padroni del proprio corpo e della propria sessualità. Quando parlo liberamente della mia omosessualità, acquisisco consapevolezza del mio ruolo e allo stesso tempo provo paura. Appartengo a una generazione che è stata allontanata dalla politica dal re Hassan II. Da alcuni anni, grazie a internet, è in corso un processo di scoperta della possibilità di affrancarsi dalla paura, dalla sottomissione, dalla banalità religiosa e politica che sono state imposte. Ho 36 anni. Sono uno scrittore. Vengo da un paese in cui gli intellettuali non si s'impegnano più: dormono. Anche quando parlo della mia omosessualità parlo degli altri. Un omosessuale vive nella società, non al di fuori. Parlo, posso farlo: non devo usufruire di questo lusso per me soltanto... L'omosessualità è tutt'ora considerata un crimine dalla legge marocchina. La società quasi non tollera gli omosessuali, li obbliga ancora a nascondersi e a vivere nella vergogna. Bisogna impegnarsi a nome di coloro che non possono parlare, che non sono soltanto gli omosessuali".

E come giudica la situazione politica attuale in Marocco?
"Il Marocco si evolve. Lentamente. Molto lentamente. Quello che non cambia, invece, è l'ingiustizia sociale. I marocchini sono ancora abbandonati alla loro sorte dal potere. I ricchi continuano a schiacciare gli altri con le loro macchine di lusso e la loro volgarità. L'ideale marocchino è sempre costituito da sterotipi e da un sempre maggiore culto del denaro. I giovani non vengono considerati. Gli islamisti sono sempre lì a cercare di ottenere il potere, e basta... Ci sono ancora molti disagi nel mio paese. Ancora i marocchini non hanno ricevuto gli strumenti per diventare finalmente soggetti. Soggetti pensanti, capaci di riflettere e di criticare. Continuano ad essere incoraggiati alla sottomissione... è triste... C'è un barlume di speranza, ma la strada è ancora lunga...".

Si è mai pentito della sua scelta di fare outing?
"Mai. Mai... Certo, non è semplice denudarsi completamente davanti ai proprio genitori. E' difficile spiegare, convincere. Dire: sono omosessuale, non sono malato, sono come voi, vengo dal vostro stesso passato di povertà e sottomissione... Certo, ho ancora un po' di paura. Certo, a volte piango... ma, anche nei giorni più bui, non dimentico mai la mia straordinaria fortuna: scrivo, vengo pubblicato e tradotto. E' un onore. E, lo ripeto, soprattutto un dovere".

Lei vive a Parigi da quasi 10 anni. Ritornerebbe un giorno a vivere in Marocco?
"Si vedrà. Si vedrà... Per il momento, ci torno regolarmente, almeno sette volte all'anno. Vivo a Parigi. Ma non sono in esilio. Vivo a Parigi ma non ho voltato le spalle al Marocco. Ci sono nato. Appartengo soltanto al mio paese. Sono nel mondo. Al centro del mondo. Con il mio 'io' nudo, musulmano e omosessuale, al centro del mondo".

 

 

 

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