Valore legale della laurea/ Il rettore Puglisi (Iulm): "Sì all'abolizione. Diamo spazio al merito, non al ceto"

Mercoledì, 1 febbraio 2012 - 14:51:00

esami studenti

LA SCHEDA Il governo ha per ora deciso di non introdurre l'abolizione del valore legale del titolo di studio, come inizialmente ipotizzati nel pacchetto semplificazioni. Una decisione che comporterebbe l'equiparazione dei titoli di studio e professionali, nonché l'equivalenza fra i titoli accademici e la laurea triennale. La laurea a quel punto diventerebbe solo il requisito di base per partecipare ai concorsi pubblici. Un argomento che si preannuncia decisamente "caldo", al punto che il premier Monti ha annunciato una consultazione pubblica online per conoscere il parere degli italiani.

FORUM/ Abolizione del valore legale della laurea: sei d'accordo?

Di Maria Carla Rota

"In via di principio dico sì all'abolizione del valore legale della laurea. In via politica, invece, penso si debbano mettere in campo azioni convergenti di medio e lungo periodo per arrivare a quel risultato: tirarlo fuori come la colomba dal cilindro non serve a nulla". Questa la posizione di Giovanni Puglisi, Rettore della Libera Università di Lingue e Comunicazione IULM di Milano, nell'ambito del dibattito in corso in questi giorni sul sistema universitario italiano.

Professore, perché questa posizione?
"Premesso che non siamo al lascia o raddoppia, io sono convinto che oggi il valore legale della laurea in una società che parla di liberalizzazioni sia un anacronismo, una formula obsoleta. Innanzitutto perché tutti i sistemi avanzati oggi misurano i meriti e le capacità, non il titolo. E poi perché è il risultatao dell'esperienza formativa di un'Italia che aveva bisogno di far crescere la sua classe operaia e piccolo-borghese. La laurea era qualcosa che valorizzava il ceto, non il merito. Detto questo, mi rendo conto che è un po' come l'articolo 18: se metti in campo in maniera netta e secca il tema dell'abolizione o meno, questo determina una reazione inconsulta in chi ha acquisito il titolo, facendo un investimento. Anche se si tratta di investimenti più a carico della collettività che del singolo: oggi uno studente costa al contribuente molto più di quanto non contribuisca lui in modo diretto alla sua stessa formazione, c'è un costo indiretto enorme. Una decisione simile, inoltre, modificherebbe in modo radicale il sistema dello sviluppo occupazionale del Paese: da un lato lo aprirebbe alla competizione internazionale, dall'altro lo stravolgerebbe dal punto di vista economico. Perché a quel punto le università si svuoterebbero e andrebbe in crisi l'economia di interi territori".

E sull'ipotesi di un'Agenzia di  valutazione del sistema universitario?
"L'accreditamento delle università è parente stretto dell'abolizione legale del titolo di studio. Al di là di questo, lo trovo  un processo inevitabile e assolutamente positivo. In nessuna altre parte del mondo si fanno investimenti e non se ne vedono i risultati, anche per capire se continuare a investire o meno. Però anche questa della valutazione dei singoli atenei è una bomba ad orologeria: se hai del personale incardinato stabilmente in un  ateneo che ottiene una valutazione negativa, che cosa fai? Lo metti 'a disposizione', come si fa nell'esercito? Che cosa ne facciamo di tutta la macchina produttiva che gira intorno all'università non accreditata, soprattutto se statale? Questo è il vero problema, che cambia la natura giuridica del sistema universitario. A questo punto non dovrebbero più esistere università statali e non statali, ma solo università con un processo di valutazione a valle del quale però si possano adottare misure coerenti e conseguenti. A cominciare dal mandare a casa il personale che non funziona. Queste cose non le dice nessuno perché siamo un Paese in cui la circonlocuzione e la perifrasi politica hanno aiutato questo Paese a mentirsi da solo. Cominciamo a dirci le cose: il personale che non produce lo licenziamo? E' come per l'articolo 18. Tutti chiedono rigore, valutazione, merito: ma al primo licenziamento che succederà?"

Si parla anche di liberalizzare le rette universitarie.
"Anche questo un modo diverso per dire accreditamento valutativo. Le università tenteranno di far quadrare i conti aumentando l'imposizione diretta sulle famiglie. In questo momento le università pubbliche costano in modo indiretto, attraverso l'Irpef. A quel punto, però, la gente non sceglierà più l'ateneo sotto casa, ma giudicherà in base a un complesso di aspetti: accreditamento, risultati di placement, performance, servizi erogati, servizi del diritto allo studio, accoglienza. E - ripeto - le universaità che entrano nella zona rossa chi le mantiene? E' un aspetto che merita attenzione, non è semplice come la liberalizzazione dei taxi".

Gli esami di stato per esercitare le professioni vanno aboliti?
"E' nella logica di tutti gli aspetti precedenti. Questi esami sono la porta d'ingresso delle lobbies esecrande degli ordini professionali, che sono una peculiarità tutta italiana".



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