Una notte per morire

Sabato, 6 marzo 2010 - 09:33:00

Nel 2009, secondo statistiche ufficiali, si sono verificati 110.476 incidenti stradali, con 2521 morti e 80085 feriti. E’ vero, rispetto ai precedenti dodici mesi c’è stato un calo, negli anzidetti dati, rispettivamente del 9,4%, del 15% e del 9%, si tratta sempre di cifre che sgomentano.
L’ISTAT pone in evidenza che, in aggiunta al sacrificio di vite umane, l’incidentalità sulle arterie del nostro Paese si porta appresso anche una montagna di danni economici, stimati in una trentina di miliardi all’anno, percentuale non trascurabile del prodotto interno lordo.
Dunque, una vera e propria ecatombe su più fronti.
E però, è chiaro che, alla luce di quanto dianzi illustrato, nell’insieme delle sciagure stradali, attenzione e riflessione più marcate vanno rivolte a quelle che riguardano i nostri giovani e giovanissimi, i quali, di notte e ancora maggiormente nelle prime ore del mattino, si muovono in macchina per recarsi in luoghi di svago (discoteche, pub ecc. ecc.) e, successivamente, per fare rientro a casa.

Corse nella notte avanzata, inevitabile stanchezza, riflessi meno pronti, abitualmente anche qualche bicchiere di bevande alcoliche e, in certi non pochi casi, micidiali effetti di droga.Il punto, il reale punto, sta proprio qui.

V’è intanto da dire che nessun ragazzo riesce a spiegare come mai i divertimenti – cui ci si abbandona, ad esempio, dalle ore 24 alle ore 4 – non possano essere coltivati fra le 20 e le 24. Anche svolgendo con sistematicità indagini in tal senso, niente risposte o chiarimenti congrui.
E poi, i locali, altro grosso bastione di diatribe e resistenze: perché chiudere quando è già nuovo pieno giorno e non a mezzanotte?

Molto tristemente, alla fine della fiera, tocca constatare come il nocciolo del problema sia costituito unicamente, o almeno prevalentemente, dalla difesa a denti stretti delle posizioni attualmente raggiunte e in vigore: in sintesi, tenere viva e accesa la macchina dei consumi 24 ore su 24. La qual cosa, appare profondamente assurda.

Non servono le disquisizioni, i contrasti, i distinguo, i se e i ma, occorre prendere di petto la faccenda, ad ogni livello ed in tutte le sedi, con rigore e senza tentennamenti: altri paesi civili, vedi l’Inghilterra, hanno detto basta, conseguendo indicativi risultati. Perché dovremmo sentirci sminuiti imitando o copiando comportamenti, positivi e utili, altrui?

Rocco Boccadamo,
Lecce

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