Una donna non sarà mai Rettore
Di Benedetta Cosmi
Una donna non sarà mai Rettore. Dice Bonanni: "una cosa è mandare in pensione un professore universitario a settanta anni, il cui lavoro può solo che essergli di stimolo, con lo studio, per rimanere attivo e un uomo in gamba, una cosa è per esempio una insegnante di scuola elementare che deve riuscire a stare anche fisicamente dietro alle vivacità dei bambini".
Anche se poi… lo fanno come nonne, quindi forse si potrebbe lasciare la possibilità di scegliere. Aggiungiamo: una donna non sarà mai Rettore considerata la media dei rettori italiani, se accettiamo il distinguo che ancora permane, per le donne, vecchiaia a 62 anni dal 2012, comunque prima rispetto ai colleghi. In effetti dopo che le vere fatiche quando aveva i bimbi piccoli per esempio ormai sono superate, per certi versi essendo risaputo che è più lunga la vita delle donne di quella degli uomini, paradossalmente potrebbe essere il contrario il vantaggio sull’età del pensionamento!
Ma attenzione, va introdotto il distinguo che fa il Segretario Generale Cisl. Quindi è giusto che si operi più per professioni che per sessi, più per mestieri che per altri criteri, aiuterebbe in questo il famoso, solo annunciato, Statuto dei Lavori. Stesso principio con cui, lo stesso Raffale Bonanni, (importante questo passaggio perché i giornali riportano solo gli aspetti strettamente correlate alle loro dichiarazioni sul lavoro e le pensioni) ha detto al presidente Monti: “No Ici sulla prima casa, ma no solo per chi una ne ha”.
Questo è fare giustizia sociale. Altrimenti si intraprenda una innovazione nei costumi, quelli che in Italia hanno portato ad avere la mamma a casa, e il papà che lavorava per comprare la casa. Oggi infatti siamo il primo Paese e l’unico ad avere un così alto tasso di case di proprietà. Si provi a convertire l’andazzo. Quindi la ricetta che sembra emergere dalle richieste delle parti sociali è: far pagare a tutti gli altri l’Ici, ma eccetto a chi ha la prima casa come la sua unica casa, sia alzare l’età di pensionamento a quanti, gli stessi, vivono l’essere messi in cantina come un travaglio emotivo, immaginate si risolverebbe in un sol colpo il panico che a tanti uomini a un certo punto viene quando si ritrovano prossimi alla pensione.
Insomma sarebbe restituire giustizia ai lavori usuranti. Certamente sarebbe una manovra giusta quella di don Milani: “Non fare parti uguali tra diseguali”.
1) Bloccare per sei anni la seconda e terza pensione di quanti hanno questo privilegio (come sacrificio, penso che questo farebbe piangere meno, che dire sacrificio, richiesto a chi ha una sola casa, una sola pensione)
2) Bloccare qualsiasi denaro non solo quelli per Monti come si è reso disponibile a farlo ma a tutti i suoi colleghi Senatori a Vita (tanto avranno già di che vivere non essendo o non potendo essere stato quello il loro lavoro. Dovrebbero essere i primi a pensarlo e a capirne il senso, in un momento in cui serve il “SalvaItalia”)
3) Chiedere un grosso sforzo di Solidarietà a tutti i Ministri dell’Economia che ci sono stati in Italia negli ultimi Trenta anni perché se siamo così anche loro devonoqualcosa. (Non deve solo Monti che magari sta anche provando a farci uscire dal tunnel)
4) Chiedere lo stesso sforzo di Solidarietà a :
- Tutti i premier degli ultimi 10 esecutivi
- Agli imprenditori delle principali aziende italiane come già fanno per il Colosseo, il Duomo, la Fiat non so dove fa comunque Montezemolo si è reso disponibile ai sacrifici, siistituisca un conto bancario “Per l’Italia” i cui soldi siano devoluti come ha detto Monti ieri, alla più bisognosa associazione, le casse dello Stato. Ma immaginate come cambia la prospettiva anziché mettere le mani in tasca agli imprenditori porgere la mano loro e chiedere che contribuiscano per il valore comune verso lo Stato in cui hanno scelto di diventare grandi.
- Chiedere che ognuno con una pensione superiore ai quattro mila euro al mese rinunci al 50% del resto dei soldi di pensione, per sei anni. Per affiancare anziché fiaccare, pensare a contratti e contatti tra tradizione e innovazione.
- Affiancare ad ogni lavoratore che avrebbe dovuto (ma dei mestieri di cui dicevamo per lo più intellettuali e anche un po’ fighi,ovvero quelli per cui si laureano i nostri giovani ma restano tagliati fuori salvo emigrare) un giovane! Non solo perché altrimenti aver tenuto (e in certi casi più che altro in questi casi, aver accettato di tenere, perché questi sono lavoratori ormai all’apice di carriera con una rete di contatti forte che vedono alla pensione come la morte) di più i lavoratori anziani significherebbe aver tenuto fuori i giovani, ma soprattutto perché aver tenuto di più gli anziani significa non avere dato spazio alle risorse nuove, moderne, tecnologicamente avanzate, particolarmente dinamiche e pronte all’innovazione. Invece? Affiancarle, per esempio con una sorta di contratto di Job sharing. Tra le due figure così diverse da sapersi “ripartire” compiti e darsi reciprocamente stimoli.
Concretamente significa che il lavoratore anziano avrà il lavoro e una parte tutta quella per esempio informatizzata la cede (come già accade ma gli altri passano per i precari collaboratori, o persone in fila per farsi notare cui si farà vincere un concorso per ricompensarlo dei sacrifici di essere stato alla corte) ai lavoratori giovani. Equità, crescita, rigore.


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