Un anno di carcere alla madre di Flavia Pennetta
A cinque anni di distanza dall’esplosione alla Mari.Pen (l’azienda della famiglia Pennetta), che provocò la morte sul lavoro del 50enne di Squinzano Giovanni Pagliara, arriva la sentenza di condanna in primo grado da parte del giudice monocratico del tribunale di Brindisi. Condanna ad un anno di carcere, in sede penale, per omicidio colposo, per i responsabili dell’azienda Giuseppe Pennetta e Concetta Intiglietta (madre della tennista azzurra Flavia Pennetta), assoluzione invece per il marito Oronzo Pennetta (papà di Flavia).
Il giudice ha previsto per tre parenti della vittima, difesi dagli avvocati Mino Miccoli e Paolo Spalluto, una provvisionale di 50mila euro rimettendo invece in sede civile l’ammontare del risarcimento danni. Cinquantamila euro da moltiplicare per tre che dovranno essere corrisposti in solido ai tre congiunti costituitisi parti civili in questo procedimento e che sono: la moglie della vittima Patrizia Perrone, la figlia Sabrina Pagliara ed il fratello Pasquale.
“Il tribunale – spiegano i legali Miccoli e Perrone – per quanto attiene alla questione relativa ai risarcimenti delle vittime primarie, ha innovato il suo giudizio rispetto agli ultimi anni seguendo gli ultimi orientamenti della Cassazione che ha incrementato gli indennizzi per i congiunti utilizzando come riferimento le tabelle utilizzati dal tribunale di Milano che sono più cospicue”. Termina così il primo grado di giudizio per la vicenda dell’incidente sul lavoro avvenuto il 16 giugno 2006, mentre il ricorso in appello per Giuseppe Pennetta e Concetta Intiglietta (difesi dagli avvocati Oreste Nastari e Paola Giurgola) sarebbe già in valutazione da parte della stessa difesa, ma occorrerà attendere il deposito delle motivazioni.
Il giudice monocratico ha riconosciuto la fondatezza della pubblica accusa sostenuta dal pubblico ministero Milto De Nozza, riconoscendo l’ipotesi di reato per omicidio colposo in quanto i responsabili della Mari.Pen avrebbero omesso l’informazione e la formazione per il dipendente deceduto per le conseguenze dell’esplosione avvenuta nel corso del passaggio di carburante in un’autocisterna. Nel corso del dibattimento è stato provato anche che – come ipotizzato agli inizi dell’inchiesta – ad innescare l’esplosione potesse essere stato l’uso di un telefonino cellulare a contatto con i fumi sprigionati dal carburante.
Dall’esame dei tabulati è emerso che tra le 8 e le 10 di quel giorno Giovanni Pagliara non ricevette alcuna telefonata. A provocare l’esplosione non fu nemmeno un mozzicone di sigaretta, sebbene la vittima fosse un fumatore. A provocare la deflagrazione la mancanza dei dovuti accorgimenti. L’autocisterna che l’operaio stava caricando di gasolio aveva contenuto poco prima benzina, ma non era stata “lavata”. La temperatura di quel caldo 16 giugno 2006 fece il resto. Alle 9 di mattina furono registrati 29 gradi centigradi.
Erano circa le 9.15 circa quando due boati a distanza ravvicinata squarciarono la routine lavorativa del deposito di carburanti alla zona industriale. Seguì un inferno di fiamme che ingoiò due autobotti e un autotrasportatore, una nube densa di fumo nero come la pece si levò altissima sulla città. Solo grazie all’intervento massiccio e tempestivo dei Vigili del fuoco l’incidente non ebbe conseguenze catastrofiche. Giovanni Pagliara, 50 anni di Squinzano, aveva appena completato le operazioni di carico dell’autobotte con cui avrebbe dovuto rifornire alcune stazioni di servizio – 18.000 litri tra gasolio e benzina – quando quest’ultima esplose riducendolo ad una torcia umana.
L’autotrasportatore, fu ricoverato con ustioni di 2° e 3° grado sul 90% del corpo, e morì dopo 24 ore di agonia. L’esplosione provocò l’incendio di un’altra autobotte da 12.000 litri. Solo per pura fortuna l’autista dell’altro mezzo, Mario Carinola, non riportò conseguenze. Ci furono altri due i ricoveri in ospedale, un ferito lieve ed una ragazza in stato di schock. Entrambi gli automezzi sono furono distrutti dalle fiamme.
Decisivo l’intervento dei pompieri – oltre una trentina gli uomini schierati, con 6 autobotti ed un elicottero in perlustrazione dell’area – , e a dar manforte c’erano anche la squadra speciale del petrolchimico, una squadra della Marina Militare e una dell’Aeronautica, che alla fine impedirono che le fiamme si propagassero ai silos contenenti il carburante – che resistettero alle altissime temperature anche per il particolare rivestimento – evitandone l’esplosione che avrebbe potuto avere conseguenze devastanti.


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