Tito Boeri: "Svecchiare la politica, voto ai sedicenni"

Sabato, 21 gennaio 2012 - 08:35:00
scontri studenti torino  12

di Lorenzo Lamperti

"Basta con questo dibattito politico. Sa di vecchio". Tito Boeri, uno dei più celebri economisti italiani, propone di dare il voto anche ai minori di 18 anni: "Sarebbe ora. Il Paese si occupa solo degli anziani, è ora di guardare anche ai giovani e al futuro". Ma per il futuro non ci sono soldi, per questo nel libro "Le riforme a costo zero" (edito da Chiarelettere), scritto insieme a Pietro Garibaldi, fa "proposte a costo negativo". Quali? "Innanzitutto il superamento del dualismo contrattuale. E l'apprendistato obbligatorio in università. Così com'è ora il triennio non serve a niente".

C'è il rischio che un'intera generazione rimanga senza pensione? "Sicuramente in tanti ne avranno una al di sotto del minimo sociale". Sulla riforma degli ordini: "E' necessario, se poi i professionisti vogliono un sindacato che se lo facciano al di fuori". C'è il rischio che l'euro fallisca? "E' un'ipotesi sciagurata, ma concreta. Bisogna fare tutto il possibile per evitarla".

L'INTERVISTA

C'è un leitmotiv che caratterizza lo scenario politico italiano: "Non ci sono soldi per le riforme". E' vero?

"Sì, purtroppo non ce ne sono proprio. Poi c'è un problema tutto italiano che abbiamo fatto gli aggiustamenti necessari per tirare avanti aumentando le tasse. Ma invece bisognava intervenire molto di più sul lato della spesa. Quindi, chiunque oggi decida di presentare delle proposte a sostegno della crescita dovrebbe sforzarsi di elaborare delle vere e proprie "proposte a costo zero". Se non addirittura a costo negativo, ovvero con dei risparmi per le casse dello Stato".

Quali sono gli ambiti in cui intervenire con più urgenza?

"Il punto focale è il terreno del lavoro. Io e Pietro Garibaldi ne diamo grosso risalto nel nostro libro. E questo non solo perché entrambi siamo economisti del lavoro. E' un terreno cruciale. La riforma del lavoro è imprescindibile, e potrebbe dare una grossa mano alla competitività del Paese, che oggi è in grossa difficolta'".

Come dovrebbe essere strutturata la riforma del lavoro?

"Credo che la cosa più importante da fare sia di rivedere immediatamente il dualismo del nostro mercato del lavoro. Il dualismo contrattuale non solo non da' un futuro ai giovani ma neppure alla nostra economia. E' un elemento che di fatto impedisce che ci sia un investimento nella formazione e nella produttività dei giovani. L'Italia ha un grandissimo gap con i paesi più avanzati d'Europa: la produttività del mondo del lavoro negli ultimi dieci anni è diminuita. E non di poco. Un Paese che è in queste condizioni e non fa niente per cambiare le cose è senza futuro e si condanna a una crescente marginalità. Perciò bisogna riprendere a investire. Dove? Innanzitutto nella formazione dei giovani sul posto di lavoro. Cosa che si può fare solo superando l'attuale dualismo del contratto di lavoro. Tutti questi contratti temporanei riducono fortemente la possibilità che ci siano investimenti nella formazione che, invece di essere incoraggiata, viene ostacolata in tutti i modi".

Manca qualcosa nella transizione tra scuola e lavoro?

"Certamente. Nel nostro libro infatti proponiamo l'istituzione di un apprendistato universitario già durante il triennio. Questo per rendere i trienni professionalizzanti a tutti gli effetti e far sì che siano utili a preparare qualifiche intermedie. Una compresenza degli studenti in università e azienda basata sul modello tedesco sarebbe un vantaggio per tutti: darebbe un senso ai trienni, farebbe conoscere una professione agli studenti e permetterebbe a molte imprese di piccole e medie dimensioni di accedere a personale di qualita'. E poi così si sfrutterebbe anche la rete, fin troppo diffusa, delle università presenti sul territorio".

Tra articolo 18 e ammortizzatori sociali. Il modello danese puo' essere la strada giusta?

"Sicuramente è giusto e importante il rafforzamento degli ammortizzatori sociali. Non penso però che si debba andare fino in fondo copiando la flexicurity del modello danese, che è molto lontanto dalla realtà italiana e difficilmente riproducibile".

Tra le altre cose, nel libro proponete di far votare i sedicenni. Perché?

"Per rafforzare il potere decisionale dei giovani, dargli più peso. Si deve cambiare il baricentro del dibattito politico, che oggi è troppo attento agli anziani. La nostra è una politica vecchia, sarebbe ora di dare una sterzata e un'aria nuova".

I giovani rischiano di essere una generazione di "senza pensioni", come crede qualcuno?

"Proprio senza spero di no. Ma è innegabile che il dualismo del mercato del lavoro, combinato con le nuove regole del sistema pensionistico, possa comportare delle gravi conseguenze. Tanti giovani rischiano di avere una pensione al di sotto del minimo sociale".

Parliamo degli ordini professionali. Una loro riforma puo' davvero portare benefici economici?

"Quella degli ordini sarebbe una riforma molto importante. Per la rilevanza che hanno gli ordini si inciderebbe sul 6% del costo del lavoro. Il miglioramento della qualità dei servizi aumenterebbe la competitività delle nostre imprese sul piano internazionale. Non si tratta di sopprimere gli ordini, che hanno una loro funzione. Però devono cambiare natura. Non devono piu' essere sindacati che proteggono i privilegi di chi sta all'interno, ma migliorare la qualità dei servizi a tutela dei consumatori. Se poi i professionisti vogliono farsi un sindacato che se lo facciano, ma al di fuori dell'ordine".

Siamo in un momento di grave crisi e qualcuno pensa che l'unione monetaria possa rompersi. Esiste davvero questa possibilità?

"Certamente è uno scenario sciagurato, ma purtroppo è diventato tragicamente possibile nel corso degli ultimi mesi. A nessuno converrebbe ma in un momento nel quale non c'e' coordinamento politico sulle strategie per uscire dalla crisi il rischio che si vada verso quella direzione esiste. Ci sono ancora tanti margini per scongiurare questo pericolo. Un grande ruolo in questo contesto ce lo ha la Bce".



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