Terremoto/ "Cento gradini con mia suocera in spalla per salvarci". Il reportage
Più o meno alla stessa ora, è tarda mattina, un volontario della Protezione Civile cerca di fare un bilancio del lavoro compiuto. Le tende montate sono circa una quarantina; la notte prima, la prima notte, erano 10-15. Tutte hanno una capienza di 6-8 posti. Contano di riempire tutto il campo entro sera. Le ambulanze ancora vanno e vengono, devono sgombrare tre tende già occupate per fare spazio a nuovi feriti in arrivo, e "sarà un problema", ammette il volontario. Intorno c'è chi si accapiglia per la precedenza, ma non c'è nessun criterio, se non che bambini, anziani e feriti vanno prima. È l'ora di pranzo, e ci sono tre punti di distribuzione dei cibi, ma una fila è immobile ed è la più lunga. "Hanno finito la pasta", spiega un uomo che sorride amaro. In una tenda bianca, invece, distribuiscono panini. È uno spazio unico fatto di letti contigui già occupati, della plastica del telone e della gente in fila per mangiare. Sedute composte su un'unica rete, ci sono Nina, 60 anni, lettone, e un'altra donna, che viene dalla Moldavia. La prima ha passato una notte di gelo e paura; l'altra ha dormito, invece: nei giorni precedenti non lo aveva fatto perché la signora presso cui faceva la badante aveva bisogno di cure costanti. La signora è morta. Nina vorrebbe andare a Fiumicino e tornare al suo paese: "Meglio andare via. Che resto a fare qui?".
Il campo sembra un corpo pulsante ma mesto, il vetro degli obiettivi delle telecamere stona con la situazione, ma c'è ancora una mamma che riesce ad allestire una specie di pranzo per i suoi due bambini e ad abbozzare per loro un sorriso. Anche le persone che non vogliono parlare ti dicono già tutto con lo sguardo. Una signora anziana è seduta immobile sul sedile del passeggero in una macchina al margine del campo. Il suo sguardo nemmeno si ferma su qualcosa. È oltre questo recinto.

Le foto della tragedia di Benedetta Fallucchi
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