Tanto tuonò che non piovve
Oggi sarebbe dovuto cadere Berlusconi. Si sarebbe dovuta compiere la rovina del Cavaliere, tanto evocata da Scalfari, Mauro e tutto il partito di Repubblica. Oggi si sarebbe dovuto avere il riscontro oggettivo del fatto che il premier è un mafioso. Oggi si sarebbe dovuto avere l'incontrovertibile riprova del fatto che a governare l'Italia c'è un uomo che è sceso a patti con la mafia, e quindi "unfit", inadatto a comandare.
E invece, non c'è stato nulla di tutto questo. Anzi. Oggi è cominciata - alla grande - la campagna elettorale di Berlusconi. In un modo inconsueto, certo, e neppure voluto. Le parole di Spatuzza, pregne di accento siculo, hanno portato alla causa di chi voleva Silvio coinvolto negli attentati di mafia, solo e unicamente relata verba, insussistenti al fine di qualunque riscontro oggettivo. Per dirla con Calderoli, con poca finezza ma con molto realismo, "la montagna ha partorito un peto". Il ministro Rotondi va oltre: "Faremo muro di popolo". Fini: "Sono solo parole" (incredibile, Spatuzza è riuscito nel miracolo di far riavvicinare a Berlusconi pure il presidente della Camera).
Alla fine i giornali stranieri, accorsi per scrivere una ghiotta notizia, si trovano a dover commentare così: "Un interrogatorio di basso profilo" (France2), "Non è emerso nulla" (Dow Jones), "Nessun riscontro nuovo" (Bloomberg). Insomma, un autogol da far invidia a Niccolai. Ora ci si dovrebbe interrogare su quante fibrillazioni produce questo inutile interrogatorio in un Paese già infiammato e irritato, dove la politica va dietro alle fole. E dove governare diventa sempre più difficile, grazie a quelli che si pentono o che fanno marcia indietro.



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