Sta morendo di tumore ma la burocrazia lo costringe a comprarsi le medicine

Domenica, 18 dicembre 2011 - 15:34:23
ospedale

Un pensionato di 77 anni, ex muratore, gravemente malato a causa di un tumore ai polmoni allo stadio terminale e non curabile, chiede l'assegno di accompagnamento, si parla di 432 euro, previsto dalla legge per i malati oncologici. Un aiuto per alleviare la sofferenza, ma la domanda viene respinta. L'Usl del Comune gli nega il contributo nonostante le pessime condizioni e nonostante si regga in piedi solo grazie a continue iniezioni di cortisone. L'uomo, invalido al cento per cento, accudito dalla moglie anche lei pensionata, può contare su una pensione da mille euro al mese (sommando anche quella della consorte).

A nulla gli è valso il ricorso in tribunale presentato dal legale della famiglia. Storie di ordinaria burocrazia. La macchina della giustizia procede a passo di lumaca, ma la malattia galoppa e non gli lascia tempo. Prima che un giudice decida se accordargli l'assegno o meno, per l'anziano potrebbe non esserci più niente da fare. L'angoscia della famiglia e la sofferenza del malato, costretto a chiedere prestiti in banca per potersi pagare le medicine, nulla valgono difronte alla freddezza della burocrazia. E così l'uomo deve dare come garanzia la sua pensione attendendo l'esasperante lentezza della legge.

Tutto ha inizio nel novembre del 2010, quando a Sergio, questo il nome del pensionato, viene diagnosticato un carcinoma polmonare non operabile. Il primo di tre cicli di chemioterapia inizia a gennaio, subito dopo le feste, ma non porta a nessun risultato positivo. Nello stesso tempo la figlia avvia le pratiche per avere l'assegno di accompagnamento.

Teoricamente ha tutte le carte in regole. La Corte di Cassazione infatti riconosce il diritto al mini assegno, mentre una legge del 2006 stabilisce in 15 giorni il tempo necessario all'accertamento dell'invalidità. Forte di questi appoggi, la figlia inoltra la pratica a febbraio, dopo che le prime cure avevano dato esito negativo. Ma altro che i 15 giorni previsti dalla legge: ne passano 124 prima di essere chiamati per la visita.

Tra burocrazie varie la famiglia si presenta alla commissione medica dell'Usl. Intanto la situazione è peggiorata: la malattia di Sergio progredisce velocemente. Solo a fine giugno arriva il responso della commissione: gli viene riconosciuta l'invalidità. Al cento per cento. Così la famiglia può tirare un piccolo sospiro di sollievo. La malattia c'è, ma lo Stato dà una mano. Ma la loro è solo un'illusione. Dall'Inps fanno notare che manca il riconoscimento dell'assegno di accompagnamento. Traducendo dal burocratese: niente 432 euro. La famiglia, disperata, sceglie la via del tribunale. E qui arriva un'altra beffa: l'udienza viene fissata per il 14 dicembre. L'avvocato, avuto grazie al patrocinio gratuito, è fiducioso e rassicura il malato.

Ma nessuno fa in conti con l'elefantiaca lentezza della giustizia. Dopo l'udienza di dicembre viene stabilito di rivedersi a febbraio 2012, ma solo per il giuramento della dottoressa incaricata di eseguire una seconda visita. Intanto le condizioni del malato peggiorano di giorno in giorno: le ultime analisi lasciano poche speranze. "Mio padre a febbraio rischia di non arrivarci", si sfoga la figlia. Ma la burocrazia, da questo orecchio, non ci sente.
 



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