Sono in crisi, dunque gioco. Per l'azzardo è boom

Giovedì, 12 novembre 2009 - 17:50:00


Emilio Petrone, amministratore delegato della Sisal, la società cha ha in concessione dallo stato la gestione delle scommesse, ha recentemente reso noto che nel primo semestre del 2009 i giocatori italiani sono cresciuti del 50%. L'ottima performance sarebbe dovuta all'introduzione di nuovi prodotti di grande successo, ad esempio il poker on line, autorizzato soltanto da quest' anno, nella formula cash and pay, più veloce e divertente, ma anche più rischiosa. Benché i giochi telematici attirino appena il 12% della popolazione, gli italiani hanno scommesso sul tavolo verde virtuale la cifra di 5,7 milioni di euro. Una cifra considerevole, ma irrisoria se paragonata ai risultati ottenuti da Win for life, la tombolata che garantisce al fortunato vincitore un vitalizio di 4 mila euro per vent'anni. L'ultima trovata "ad estrazione", lanciata a settembre, ha raccolto nel giorno d'esordio 4 milioni di euro. Ma il dato più impressionante è la spesa complessiva degli italiani per il gioco. La Consulta delle fondazioni antiusura stima che si raggiungeranno, alla fine dell'anno, i 53 miliardi di euro. La somma vale una decina di Finanziarie: è quattro volte superiore a quella del 2001 e corrisponde al 5,5 % del Pil. Una montagna di soldi colossale

L'allarme delle Fondazioni antiusura
Certamente quei soldi, attraverso i Monopoli di stato, serviranno anche ad alimentare le casse dell'erario. Ma a quale prezzo? A puntare il dito sugli effetti sociali della sbornia da gioco sono state, per prime, le fondazioni antiusura di matrice cattolica. La scorsa estate, durante l'assemblea nazionale a Roma, denunciarono, nel disinteresse generale, l'aumento significativo dei giocatori tra i gravemente indebitati. Più precisamente, dai loro dati risulta che il gioco d'azzardo è la prima causa di ricorso a debiti o a usura e che le vittime privilegiate sono i più poveri: giocano infatti il 66% dei disoccupati, e il 56% dei giocatori appartiene al ceto medio basso.


Luciano Gualzetti presidente della Fondazione San Bernardino, promossa dai vescovi lombardi, conferma il contraddittorio andazzo: "Ai nostri sportelli vengono sempre più spesso a chiederci aiuto persone che si sono rovinate con le scommesse. E da qualche tempo capita con frequenza di vedere gente già disagiata: pensionati che si sono fatti prendere la mano dal Gratta e Vinci, cassintegrati che si sono buttati sulle slot machine, magari sperando, irrazionalmente, di recuperare quel reddito che hanno perduto a causa della riduzione dell'orario di lavoro. In qualche modo il gioco diventa una via d'uscita, ovviamente illusoria, ai problemi in cui la crisi ha gettato tante famiglie". Alcune aree del paese soffrono in modo acuto di questa tendenza. A Trieste, città assediata da ben 54 casinò, aperti a ridosso del confine, il direttore della Caritas diocesana, Mario Ravalico, si dice molto preoccupato. "Ogni mattina arriva in città una limousine nera, che carica le persone e le porta a giocare in Slovenia - racconta -. A bordo di quell'auto non salgono gli industriali della zona, ma i poveracci. Tra questi molti sono vecchi con pochi soldi in tasca, che poi finiscono a fare la fila davanti ai centri di ascolto".

Drogati della scommessa
I numeri confermano la rilevanza del fenomeno. Alcune stime dicono che lo scorso anno 28 milioni di italiani hanno tentato la fortuna almeno una volta. Certamente non tutti hanno dilapidato le loro ricchezze o i pochi risparmi che il carovita ha lasciato sui conti correnti. Tuttavia, secondo il centro studi del Gruppo Abele di Torino, tra i giocatori che tra il 2007 e il 2008 hanno puntato sulla buona sorte, il 10,8% ha provato l'impulso a scommettere somme di denaro sempre più elevate, e il 5,3% ha nascosto le cifre giocate ai propri familiari: due "indicatori" che segnalerebbero una certa problematicità. C'è inoltre chi sviluppa una vera e propria sindrome compulsiva, clinicamente riconosciuta. I dipendenti da gioco cosiddetti patologici sarebbero più di 700 mila. Sempre secondo il Gruppo Abele, la maggior parte dei Sert non si occupa più soltanto di "tossici", ma anche - tramite équipe di professionisti - di "drogati della scommessa". Una metamorfosi avvenuta negli ultimi cinque anni. "Stiamo perdendo completamente il contatto con la realtà - sostiene il sociologo Maurizio Fiasco, consulente della Consulta nazionale delle Fondazioni antiusura -. Da una parte lo stato utilizza il gioco come una leva di fiscalità indiretta, una tassa sotto mentite spoglie, che impoverisce le persone e sottrae risorse allo sviluppo. D'altro canto, la gente colpita dalla crisi vede nel gioco l'ultima spiaggia su cui puntare il tutto per tutto.

Ma è un sogno collettivo che, invece di spingerci a reagire, ci immobilizza, diffondendo una sorta di inettitudine di massa". Emblematico è proprio il caso del Win for life. "Quel gioco è soprattutto una raffinata operazione di marketing - sostiene Fiasco -: proprio mentre si comincia a perdere il lavoro, si fa credere che si possa ottenere uno stipendio, senza bisogno di lavorare. Tra l'altro, l'entità della cifra fa sembrare la scommessa un obiettivo raggiungibile, dunque come tale realizzabile, alla portata di tutti. Così la gente gioca. E generalmente perde. Perché le probabilità di indovinare il "numerone", quello che ti consente di incassare, sono bassissime. Cioè pari a qualsiasi altra lotteria".

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