Scuola/ Le classi separate? Non servono a niente. I pregiudizi? Sono dei genitori. Viaggio nelle scuole multietniche
Insegno in un istituto tecnico alla periferia di Milano, in una zona ad alta densità di immigrazione, e collaboro da circa tre anni al progetto di integrazione degli allievi stranieri neoarrivati. Ho sperimentato sul campo, tra difficoltà e fallimenti, che la soluzione migliore per integrare gli studenti stranieri è inserirli in classe con i coetanei, accompagnando questo processo con un percorso ad hoc che preveda un congruo monte ore di lezioni di prima alfabetizzazione all'italiano, testi semplificati in base al livello linguistico di partenza (esiste una classificazione europea, ignorata dalla maggior parte delle scuole) e corsi per integrare il curriculum del paese d'origine con quello dell'indirizzo frequentato in Italia.
E' un bel lavoro e, vi assicuro ministro Brunetta e senatore Ichino, avere uno straniero in classe è un antidoto contro i prof. fannulloni. In alcune scuole si tengono anche lezioni di matematica e di altre discipline in un linguaggio semplificato aggiungendo gradualmente il lessico specifico della materia.
Istituire classi separate per gli stranieri che non superano un test di lingua italiana non mi pare funzionale alle esigenze della società italiana, soprattutto in città internazionali come Milano e Roma. E' una soluzione antieconomica e in controtendenza con la politica di tagli targata Tremonti: mentre si decide di accorpare istituti sottodimensionati e classi poco numerose, si istituiscono nuove sezioni da ospitare in strutture ad hoc, con relativo aumento dei costi di gestione.
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L'idea " Prima imparino l'italiano e poi entrino nelle nostre classi" rischia di produrre l'effetto contrario: in un anno imparano quello che avrebbero potuto apprendere in tre mesi stando maggiormente a contatto con gli italiani. E l'anno successivo si dovranno comunque orientare nella giungla della nostra scuola italiana, con tutti i rischi di dispersione scolastica che questo comporta, se non azzeccano la strada giusta. A volte arrivano nel mio istituto ragazzi che per alcuni mesi hanno frequentato corsi di italiano presso i CTP (Centri Territoriali Permanenti ai cui corsi possono accedere studenti stranieri dai 15 anni e sono strutture collegate alle scuole medie), ma non per questo presentano meno difficoltà di quelli che vengono inseriti direttamente nelle nostre classi.
Mi chiedo chi andrà a insegnare nelle sezioni per soli stranieri che rischiano di trasformarsi in ghetti. Chi vorrà questi studenti vicino alla propria scuola o nel proprio quartiere? In Veneto mesi fa fu costruito un muro e fu predisposto un accesso separato per non far incontrare gli alunni dei corsi di italiano e gli allievi delle scuole primarie. A Milano alla civica scuola Manzoni, ospitata temporaneamente all'Istituto dei Martinitt, lo storico orfanotrofio meneghino, studenti vicini a Forza Nuova volevano cacciare alcuni minori romeni alloggiati in miniappartamenti nella stessa struttura. Si arriva al paradosso che gli ospiti vogliono cacciare gli ospitanti.



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