Salute/ Il rischio di infarto e ictus non dipende più solo dal colesterolo alto
Di Valeria Ghitti
Colesterolo "cattivo" (LDL) nella norma? Non è più sufficiente per escludere il rischio di infarto e ictus: bisogna fare attenzione anche alla proteina C reattiva (PRC), un marcatore, rilevabile nel sangue, che segnala la presenza di un'infiammazione. Lo svelerebbe uno studio recentemente pubblicato sul New England Journal of Medicine. 
I livelli di questa proteina nel sangue si innalzano molto, ma in maniera passeggera, in presenza di infezioni o lesioni, però, quando l'aumento, anche se basso, persiste nel tempo, dipende da una infiammazione cronica (si parla in questo caso di PRC ad alta sensibilità).
Questa infiammazione cronica giocherebbe un ruolo non di secondo piano nella comparsa di un infarto o un ictus. All'origine di questi due seri eventi, infatti, c'è il mancato afflusso di sangue, dovuto all'ostruzione di un'arteria (coronaria nel caso dell'infarto, carotide nel caso dell'ictus) da parte di un trombo. Quest'ultimo deriva dalla rottura di una placca aterosclerotica, cioè un deposito di grassi che si è formato e indurito sulla parete arteriosa. Sembra proprio che sia l'infiammazione a favorire l'instabilità della placca e la sua rottura.
"L'aterosclerosi, nella sua genesi, nella sua progressione e soprattutto nel processo che rende instabile la placca, è determinata oltre che dal colesterolo LDL anche dall'infiammazione - ha dichiarato il professor Giampiero Perna, direttore del dipartimento di Scienze Cardiologiche Mediche e Chirurgiche e Direttore SOD Complessa Cardiologia "GM Lancisi" di Ancona. - In presenza di infiammazione, la placca si 'attiva' ed è questo processo a produrre il rischio di eventi cardiovascolari". Questo spiegherebbe perché quasi la metà di tutti gli eventi cardiovascolari si verifica nei pazienti in apparenza sani, con livelli di colesterolo LDL da bassi a normali.
Che cosa fare, quindi? Gli esperti ritengono sia necessario rivedere le linee guida sulla prevenzione di ictus e infarto, sottoponendo alla prevenzione primaria (quella che rimuove i fattori di rischio prima che la malattia possa comparire) con le statine - i farmaci normalmente usati per la loro capacità di bloccare la produzione di colesterolo LDL - anche quei pazienti che, pur avendo il colesterolo LDL nella norma, mostrano un livello di PCR moderato (tra 0,5 e 10 mg/l di sangue), con due prelievi consecutivi in sette giorni, in assenza di infezioni di altro genere.
Per valutare la possibilità di usare nella prevenzione primaria le statine e, in particolare, la rosuvastatina, è stato svolto un grande studio, chiamato Jupiter, che ha coinvolto circa 18 mila pazienti, tutti con livelli di colesterolo LDL basso o nella norma, ma ugualmente a rischio per la presenza di livelli alti di PRC ad alta sensibilità. "I risultati hanno evidenziato una riduzione del 54% del rischio di infarto e del 50% del rischio di ictus. Un risultato importante, se consideriamo che la malattia cardiovascolare rappresenta, da sola, nel nostro Paese, il 45% delle cause di morte" ha commentato il professor Perna.
Ma una prevenzione primaria così allargata potrebbe aumentare anche i costi sanitari? Sembrerebbe di no. Gli esperti ritengono addirittura di poter risparmiare: le stime dicono che è necessario trattare 25 pazienti per 5 anni per prevenire 1 infarto o 1 ictus, e tale trattamento preventivo costerebbe, sempre secondo gli addetti ai lavori, circa un terzo in meno di un caso di infarto o ictus.



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