Rosarno, mille euro per un casolare ai neri. Così si specula sugli immigrati
Cinquecento euro d’affitto per un casolare senza acqua né luce, in cui ammassare 25 africani che pagano 25 euro a testa al mese. Ma si arriva anche a 1300 euro per un'altra masseria in campagna in cui alloggiano in 26: costa quanto un appartamento nella capitale. E' il business degli affitti la novità della stagione delle arance che si è conclusa nella Piana di Gioia Tauro secondo quanto denunciato dal rapporto della Rete Radici Rosarno con un monitoraggio dal titolo: “Nelle campagne degli invisibili”. Dopo gli scontri del gennaio 2010, lo scorso autunno la tolleranza zero delle autorità nei confronti degli assembramenti di migranti per il timore di nuove rivolte, ha portato a un peggioramento delle condizioni di vita dei circa 1000 africani arrivati a Rosarno per l’ultima stagione delle arance. 
Un'immagine delle manifestazioni di Rosarno del gennaio 2010
Casolari abbandonati, ruderi tra gli aranceti, case dell’estrema periferia che nessuno abita più e fruttano affitti astronomici ai proprietari. Gli africani hanno vissuto in 5 – 10 in una casa, in 15- 20 nei ruderi. Con i tetti scoperchiati, alla luce delle candele o di vecchi generatori, l’acqua riscaldata sul fuoco. “Gli scatti sono uguali a quelli precedenti la rivolta” denunciano gli attivisti della Rete che il 4 maggio presenteranno una mostra a Roma, con fotografie realizzate da Daouda, uno dei migranti di Rosarno che è ritornato sui luoghi della rivolta in veste di attivista. Non potendosi più rifugiare nelle vecchie fabbriche abbandonate, che sono state sigillate, rase al suolo, sgomberate, il numero degli africani si è ridotto di meno della metà, rispetto ai 2500 dell’anno precedente. E’ stata limitata così la manodopera in eccesso e si registra una maggiore tendenza a stabilirsi in zona, dove risiedono 250 africani.
Mini ghetti a poche centinaia di metri dal centro abitato di Rosarno. Questa è la realtà abitativa per i braccianti africani. Il 53, 85% dei migranti sub sahariani presenti nella Piana di Gioia Tauro ha pagato un affitto in nero di 48 euro mensili a posto letto, in media. La differenza tra chi vive in paese e chi alloggia nelle campagne è la possibilità, per i primi, di avere luce, acqua e servizi igienici. “Ma le dimensioni ridotte e la concentrazione delle persone rende inabitabili queste case” si legge nel rapporto. Quasi il 45% vive in gruppi di 5 persone. Il 41% in gruppi di 10, il resto in gruppi di 20 persone o più. Una speculazione che frutta rendite spropositate per stabili malmessi e fuori dal mercato. Da queste case i proprietari italiani ricavano in media 328 euro al mese, ma un abbondante 10 per cento di alloggi va dai 700 ai 1100 euro. Tutto in nero per abitazioni che senza gli africani resterebbero vuote. Sulle motivazioni per cui gli africani accettano simili condizioni la risposta dei braccianti stranieri è: “quando paghi nessuno ti chiede i documenti”.
Dei mille africani della Piana di Gioia Tauro, il 32, 42% vive in ruderi senza acqua, né luce, si cucina all’aperto con i fornelli da campo, si va al bagno nei campi. Ci si lava riscaldando l’acqua sul fuoco, si vive insieme alle galline. La metà di questi casolari sono dei mini – ghetto con presenze che vanno dalle 20 alle 60 persone. Soltanto l’11% ha trovato alloggio in case occupate, con la tolleranza dei proprietari, senza pagare l’affitto ma solo le utenze. E soltanto l’1, 65% dei lavoratori africani vive in condizioni che raggiungono i livelli minimi di civiltà, con spazio a sufficienza, in meno di 5 persone e con luce e acqua potabile.



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