Rom/ i nomadi ladri di bambini? Una leggenda metropolitana. Ecco perché

Martedì, 11 novembre 2008 - 10:16:00



Rom ladri di bambini: una leggenda metropolitana. Questo in estrema sintesi il risultato della ricerca "Sottrazione di minori gagé”, commissionata dalla Fondazione Migrantes al dipartimento di Psicologia e Antropologia culturale dell'Università di Verona e realizzata da Sabrina Tosi Cambini, sotto la supervisione dell"antropologo Leonardo Piasere. Partendo dall’archivio dell’Ansa e dalla consultazione dei fascicoli dei tribunali, l’indagine prende in esame un periodo di oltre venti anni, dal 1986 al 2007. I casi presi in considerazione sono 40 in tutto, di cui 11 sparizioni. E il risultato è chiaro: nessun bambino è stato mai veramente rapito. Si tratta sempre di un tentato rapimento o, meglio, del racconto di un tentato rapimento.

Secondo la curatrice della ricerca il problema principale è che, quando le forze dell’ordine verificano che si è trattato soltanto di un equivoco, la stampa dà poco o nessun rilievo alla notizia. E nei pochi casi in cui i media tornano sulla vicenda non è certo per dire che i rom non c’entrano niente, ma perché le indagini delle forze dell’ordine portano alla luce altri eventi: truffe, fatti drammatici, situazioni che suscitano ilarità.

Dall’esame dei diversi casi emerge una serie di elementi ricorrenti: sono quasi sempre le madri ad accusare una donna rom di aver tentato di rapire il proprio bambino, non ci sono testimoni del fatto e gli eventi si verificano spesso in luoghi affollati come mercati o vie commerciali. “L’analisi comparativa dei casi – spiega Sabina Tosi Cambini - ci porta a poter affermare che laddove vi è la presenza di un infante, l’avvicinamento di una persona rom è subito vissuto come un pericolo per il proprio figlio: lo stereotipo “gli zingari rubano i bambini” risulta essere molto più potente di qualsiasi altro”.

Quanto ai sei casi, sui ventinove presi in esame, che hanno portato all’apertura del procedimento e dell’azione penale, dalle carte processuali emerge “l’utilizzo delle categorie del senso comune da parte degli operatori del diritto come base attraverso cui adattare la categorizzazione prevista nei codici alle circostanze del caso”, avverte la ricercatrice, che ricorda anche come i rom siano non solo immigrati, ma soprattutto persone socialmente e giuridicamente deboli. Per esempio nella sentenza di colpevolezza per tentato delitto emessa dal tribunale di Brescia nel 1996 si legge che la pericolosità sociale dell’imputata è “in una con la sua condizione di nomade”. E la stessa cosa accade a Roma nel 2001, dove la donna rom imputata viene condannata anche lei per tentato delitto e non ha nessun peso il fatto che il suo certificato dei carichi pendenti risulti negativo: per il giudice la sua condizione di “nomade” basta a renderla pericolosa e capace di commettere azioni criminose.

Per quanto riguarda, infine, gli 11 episodi di sparizione di bambini analizzati, la ricerca ricostruisce sia i momenti in cui rom e sinti entrano tra i soggetti sospetti sia gli esiti degli accertamenti dell’attività investigativa, che risultano sempre negativi. “La drammaticità delle vicende di queste sparizioni – commenta l’autrice della ricerca – si rende ancora più acuta in quelle narrazioni di cui si conosce l’epilogo: l’opposizione fra ciò che è accaduto realmente a questi bambini e l’immaginario stereotipico del rapimento da parte dei rom emerge con una forza squassante. Questi bambini sono stati vittime di una violenza brutale tutta interna ai contesti dove vivevano: pedofili, conoscenti, parenti”. Ma per l’opinione pubblica i colpevoli sono sempre gli stessi: i rom, ormai considerati ladri di bambini per antonomasia.
 

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