Rfi non paga le imprese. E ora chiedono oltre 2milioni di euro
Di Fabio Carosi
ROMA – Il cassiere di Rfi, la società delle infrastrutture delle Ferrovie dello Stato, è avvisato: il prossimo 28 aprile dovrà tenere in cassa 2 milioni e 254 mila euro più una scorta di altri 50-60 mila euro, rigorosamente in contanti. Pena, una serie di pignoramenti immediati che colpiranno prima l’automobile dell’amministratore delegato, l’ingegner Michele Mario Elia, poi binari, traversine, sistemi di segnalamento e sottostazioni elettriche sino a coprire il debito storico nei confronti di una società del sud Italia che ha effettuato lavori mai pagati. 
Un passaggio a livello in città in un paese della Puglia
La storia è di quelle tipicamente italiane. Rfi elabora un bando per una serie di lavori sulle ferrovie pugliesi: via i passaggi a livello poco sicuri per la circolazione ferroviaria e “imbarazzanti” al passaggio dei veloci ETR, e spazio ai sottopassaggi. Se non altro chi va verso Lecce a bordo degli Eurostar non avrà l’impressione di viaggiare nel Terzo Mondo. E questo accadeva circa 5 anni fa. Così è, e i lavori procedono. Quando arriva il conto di oltre 2 milioni di euro, Rfi fa orecchie da mercante e preferisce rinviare anche a costo di affrontare un lungo percorso giudiziario che porterà ad aprire la porta ai pignoramenti.
La società di costruzioni (alla quale Affaritaliani.it ha garantito l’anonimato) è una delle medie aziende del Sud Italia che vive di lavoro vero: vince le gare, esegue i lavori ma poi non incassa un euro. Perché Rfi, pur essendo una costola della Holding e quindi un pezzo dello Stato si comporta come un privato sull’orlo del collasso economico finanziario: se ha i soldi paga, altrimenti le imprese devono aspettare e trasformarsi in piccole società di finanza tutto a vantaggio del pubblico.
L’iter per recuperare il credito parte da Bari. Qui il Tribunale prende il giusto tempo (quattro anni per istruire il ricorso e rispondere alle “incompetenze territoriali” sollevate da Rfi) e lo scorso 8 febbraio prende una decisione: il giudice Maria Luisa Traversa ordina a Rfi il pagamento di 2 milioni e 254 mila euro per i lavori; 28 mila euro per interessi legali; 36 mila euro per interessi di mora ai quali andranno aggiunte le spese di procedura per 40 mila euro. I legali dell’azienda a quel punto si rivolgono al Tribunale Civile di Roma per “prenotare” l’ufficiale Giudiziario. Data prevista, appunto, la mattina del prossimo 28 aprile. Appuntamento nella sede storica di piazza della Croce Rossa a Roma.
La legge è chiara: in assenza di contanti, si procede al pignoramento. Vista l’entità della cifra, è chiaro che per Rfi sarà una brutta giornata. Via le classiche automobili, a partire dal quella dell’AD Michele Mario Elia, pugliese di origine che somma anche le cariche di direttore delle Relazioni Istituzionali e di direttore della Strategia e Pianificazione. Mano a mani che i beni “mobili” verranno congelati, sarà la volta degli immobili. Palazzi? L’intreccio societario e patrimoniale del Gruppo Fs suggerisce di puntare direttamente a traversine e binari. Ma la scelta toccherà alla dottoressa Vera Fiorani, la responsabile dell’Amministrazione Finanziaria della società delle infrastrutture ferroviarie. Sarà lei che dovrà evitare che un Frecciarossa passi su un binario di proprietà di un creditore.
La lista di chi deve avere soldi da Rfi al Tribunale di Roma, pare sia lunga diverse pagine. Tutti col precetto in mano e in attesa di prenotare l’ufficiale giudiziario. Ecco un esempio di come lo Stato paga le imprese.



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