Reportage/ L’Aquila: "Nella zona rossa tutto è ancora come quella notte"
“È vero che non conosciamo ciò che abbiamo prima di perderlo, ma è anche vero che non sappiamo ciò che ci è mancato prima che arrivi”. La vernice è brillante, qualcuno deve aver lasciato questo messaggio su un muro con le sue crepe dopo la notte del sei aprile. Il messaggio di un innamorato, forse. Poco lontano, solo qualche decina di metri più avanti, c’era un palazzo all’angolo fra Via Campo di Fossa e Piazzale Paoli. Il palazzo non c’è più. Lì sono morte 27 persone. Entrare nella zona rossa 6 mesi dopo il sisma offre anche delle sorprese, attimi di dolcezza in mezzo alla tragedia. Tutto è ancora come quella notte, fuori dalle strade principali del centro in cui si sta lavorando alla messa in sicurezza degli edifici con un valore artistico e delle numerosissime chiese gravemente lesionate.
Nella zona rossa ogni palazzo ha una crepa e quelli privati sembrano condannati all’abbandono. Nei vicoletti che circondano la piazza e il corso le macerie sono ancora in mezzo alla strada; molte le strade interrotte da cumuli di pietre nelle quali neanche i vigili del fuoco possono transitare. Ci vorranno 5 anni per ripulire la città dalle macerie, ha chiarito qualche giorno fa il consigliere comunale Alfredo Moroni. La notte all’Aquila le temperature sono ormai più basse dei 10 gradi, presto le case aperte rovineranno completamente e il recupero sarà molto più complicato. Vietato domandarsi quanti lustri saranno quindi necessari per la ricostruzione.
Se la vista ormai è abituata a vedere case sventrate e macerie a terra, sono gli altri sensi ad essere più colpiti camminando per le strade del capoluogo abruzzese. Il silenzio è irreale, ogni passo nei vicoletti rimbomba, e un mezzo dei vigili del fuoco che passa anche in una strada vicina produce un vero e proprio boato. Ogni tintinnio spaventa, ogni finestra diventa minacciosa quando si chiude e apre per un po’ di vento. Le poche voci che si sentono sono quelle di chi è impegnato nei puntellamenti: una sinfonia di dialetti diversi, per lo più sembrano campani; più difficile capire gli influssi dialettali dei molti operai che parlano lingue slave o dell’Est Europa.
Lungo il corso della città, tutti i pilastri del colonnato imbracati e puntellati. Odore di legno che evoca più una corsia dell’Ikea che il centro di una città medievale. Nei vicoletti interni, invece, un tanfo incredibile in alcuni punti, nonostante i vigili del fuoco abbiano ripulito frigoriferi e dispense,carcasse di animali morti forse, ma qualcuno pensa senza avere le prove anche di qualche decina di immigrati rimasti sotto le macerie di cui nessuno ha denunciato l’esistenza adesso come prima quando lavoravano a nero. Sembra essere rimasto tutto come sei mesi fa, i sassi sulle scale interne di un palazzetto suggeriscono il terrore provato nella fuga da chi, presumibilmente studenti, ha lasciato quella casa correndo con le mani intorno alla testa per proteggersi, come se fosse successo la notte scorsa e non da sei mesi.
A contare i giorni passati sembrano solo le erbacce cresciute selvaggiamente ovunque: sui cumuli di macerie, ai lati delle strade, nelle intersezioni fra le lastre di marmo della pavimentazione dei portici. Sembrano quasi disturbare una signora, evidentemente una turista inconsapevole, che solo pochi minuti prima è entrata nel chiosco di fronte alla Chiesa di San Bernardino e ha domandato all’unica barista dell’Aquila centro tornata a lavoro a che ora aprisse la chiesa. “Signora, ma la chiesa non apre… lo sa che c’è stato il terremoto?” le ha risposto piccata la commerciante. “Si ma la chiesa è integra” risponde la turista che certamente non sa che la Chiesa che custodisce le reliquie del santo di Siena ha riportato gravissime lesioni interne e ha perso il suo campanile.
Da un tombino, in una delle strada poco distante dall’Università, una delle più trafficate del centro prima del terremoto, sale una pianta di pomodori, sono ancora acerbi, solo qualche venatura rossa. Fuori dalla zona rossa la vita continua, il traffico è ormai ingestibile, le scuole sono quasi tutte aperte in prefabbricati colorati sistemati dove c’era spazio, mezzi enormi arrancano carichi di materiali nelle poche strade non interrotte; le persone che hanno vinto la paura sono rientrate nelle case agibili o semi agibili, 7.638 sono ancora in tenda, 21.325 hanno accettato gli alloggi proposti fuori dalla provincia;qualche centinaia di fortunati, gli assegnatari dei primi alloggi pronti del Piano C.a.s.e., prendono confidenza con la nuova sistemazione. Gli studenti cercano alloggio, le provvisorie strutture che accoglieranno università e conservatorio sono in forte ritardo, molte aziende e attività commerciali faticano a ripartire ingrossando le fila dei cassintegrati. La comunità è divisa, classificata come le proprie case inagibili; la burocrazia ancora più lenta del solito, ogni pratica necessaria è un investimento in termini di tempo. Le inchieste dei magistrati sui crolli vanno avanti senza che nessun nome sia ancora stato iscritto nella lista degli indagati. Qualcuno teme che il peggio, però, debba ancora venire.



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