Viaggio nella Favela, dove lo Stato non esiste. Il reportage

Lunedì, 22 giugno 2009 - 13:00:00

Testo e foto di Nicole Cavazzuti

Rio de Janeiro è una città estremamente eterogenea, fatta di spiagge (ben 40km), montagne, grattacieli e favelas. Onnipresenti. Celeberrime. Notoriamente pericolose. E inavvicinabili, almeno per la polizia. E per chi non si fa accompagnare da qualcuno del posto, da una persona conosciuta nel quartiere. Perché qui lo Stato non esiste. Sono i narcotrafficanti a dettare legge. E nessuno si avventurerebbe da solo tra le baracche. A meno che non sia in cerca di guai.

Per andare oltre gli stereotipi e scoprire la vera vita delle favelas, Affaritaliani.it è andato a visitare quella di Pavào Zinho, a due passi dalla famosa spiaggia di Copacabana, quartiere turistico, pieno di locali, negozi e bar. Risultato? Un reportage di foto (rubate, perché è vietato scattare foto in questi quartieri, dove si teme sempre il poliziotto infiltrato) e impressioni.

IN VIAGGIO CON LUIS - La nostra "guida", Luis, è un venditore ambulante che lavora davanti agli hotel a cinque stelle di Copacabana. Prendiamo un taxi, che ci fa scendere qualche metro prima dell'ingresso della favela, sviluppata lungo una strada che risale la collina, su cui si affacciano decine di scalinate che portano a centinaia e centinaia di case.



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Sul marciapiede, ancora in città, alcuni bambini tra i 5 e i 10 anni dormono sdraiati per terra sui dei cartoni. Sono "i figli della strada", abbandonati dai genitori. Bimbi senza punti di riferimento. Senza sogni e senza cultura. Che si drogano già piccolissimi. Di coca. Di colla. O di crack. E che rubano e ammazzano senza alcuno scrupolo.

"Qui però non si trovano solo droga e delinquenza. Anzi. Le favelas di Rio rappresentano una ricca fonte di talenti, di creatività, di arte", racconta Luis ad Affari. "A Rocinha, la favela più estesa di tutto il Brasile, negli anni '80 la sociologa Maria Teresa Leal fondò, per esempio, una cooperativa di cucitrici, la Coopa Roca (www.coopa.roca.org.br) che oggi oltre a vantare più di 150 artigiane, riceve anche importanti commissioni da parte di designer e stilisti locali e stranieri, come l'inglese Paul Smith". E qui, a Pavào Zinho?

A mezzogiorno la vita sembra scorrere - quasi - normale. Tra donne vestite in tailleur che scendono verso la città, mamme che vanno a prendere a scuola i bambini (perché sì, c'è pure la scuola tra le baracche), anziani seduti al bancone dei bar. Qualche balordo agli angoli delle strade. Qualche giovane che scambia bustine (sospette). E un forte profumo di marijuana per la strada. "Qui quasi tutti fumano erba", osserva infatti Luis. Che ci porta poi a bere una birra, per la precisione "una Itaipava, la migliore di Rio", in un bar della strada principale. Un buco, dove tutto è stipato all'inverosimile. Ci sono rasoi, birre, pile, patatine, generi alimentari vari e un bel televisore con lo schermo ultrapiatto appeso al muro. Cavi e fili della luce, ovunque.



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Escono dalla finestra e si perdono su un palo della luce. Non c'è da stupirsi: nelle favelas è normale prelevare abusivamente la luce pubblica collegando dei cavi ai pali della strada. "Anche per questo nessuno vuole andarsene dalle favelas. Qui non si pagano le bollette. Nemmeno internet, che tutti hanno". E conclude: "A dei mie amici il Comune ha donato una casa pubblica. Loro ci sono andati a vivere il tempo necessario per diventarne padroni e poi l'hanno rivenduta, perché gli costava meno vivere qui. La delinquenza esiste, di notte c'è il rischio di finire coinvolti in sparatorie tra bande rivali per l'acquisizione del territorio, ma di giorno in genere ormai non si verificano più situazioni così estreme. E alla fine si sta bene".

Come arrivare:
Da Roma e Milano voli giornalieri Alitalia e Varig (la compagnia di bandiera brasiliana). Buone le occasione con Iberia con scalo a Madrid e con la Tap con scalo a Lisbona.

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