Randagismo, si apre il dibattito. Comparotto: "No all'eutanasia dei cani"
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Si infiamma il dibattito sul business dei cani randagi. Il veterinario Angelo Troi, lo scorso venerdì, aveva denunciato in una lettera ad Affaritaliani.it come i soldi pubblici vengano spesi inutilmente per risolvere l'annoso problema dei canili. Per non parlare delle mafie che si nascondono dietro lo sfrittamento degli animali. E ha lanciato una proposta choc: chiedersi se sia meglio continuare a soffrire in una gabbia o accettare l'eutanasia come estremo (come fa già la Gran Bretagna con l'approvazione della Peta). E oggi su Affari gli risponde Massimo Comparotto, presidente dell'Organizzazione internazione per la Protezione degli Animali
E' certamente importante sottolineare la drammatica situazione conseguenza del business legato al fenomeno del randagismo e dei canili lager. Non bisogna tuttavia commettere l'errore di non considerare le possibili strade percorribili per contrastare e arginare il problema a favore di soluzioni drastiche ed eticamente scorrette come quella di sopprimere gli animali piuttosto che lasciarli vivere nei canili o gattili.
Si sente spesso parlare del fatto che le nostre carceri sono sovraffollate, ma come soluzione al problema non viene certo presa in considerazione quella di uccidere i detenuti! Il paragone può sembrare forte, ma è senza dubbio calzante. La presa di coscienza della dignità di ogni animale e del rispetto della vita degli esseri viventi ha portato all'entrata in vigore nel 1991 della legge quadro per la prevenzione del randagismo (n.281/91) che riconosce il diritto alla vita per cani e gatti che fino a quel momento venivano soppressi o ceduti ai laboratori di vivisezione appena dopo tre giorni di detenzione.
L'uccisione è quindi un reato e questa legge deve essere considerata un punto di partenza imprescindibile per migliorare la situazione presente: non avrebbe alcun senso quello di fare passi indietro, se non quello di mettere in discussione il diritto alla vita di altri esseri viventi. Tuttavia, tale diritto deve garantire un'esistenza che soddisfi i bisogni propri della specie, condizione non sempre soddisfatta in canili definiti lager. Purtroppo infatti la legge 281 si è rivelata valida nei principi ma insufficiente nell'attuazione pratica tanto che, approfittando dell'incapacità delle amministrazioni locali nel mettere in atto soluzioni che tengano conto del benessere degli animali, alcuni privati hanno lucrato sulla gestione dei randagi stipulando convenzioni con i comuni e creando canili dove più le gabbie sono stipate più è alto il profitto.
Per contrastare il fenomeno del randagismo come business è importante agire alla base di questo sistema, incentivando ogni comune a creare un proprio canile che, avvalendosi della collaborazione con le associazioni animaliste, abbia come obiettivo quello di favorire le adozioni garantendo nel contempo condizioni di vita idonee agli animali ospitati. La realtà del canile non deve essere necessariamente quella di un lager: la presenza di operatori e volontari preparati affiancati da esperti del settore cinofilo e un efficace programma di adozioni, possono offrire ai cani una vita degna di questo nome. Per il comune inoltre si tratterebbe di sostenere un costo pari, se non inferiore, a quello a cui è necessario far fronte per appoggiarsi ad un canile convenzionato gestito da un privato.
Elemento fondante affinchè questo processo diventi virtuoso è ovviamente l'educazione delle persone ad un corretto rapporto uomo-animale, educazione che passa anche attraverso forme di adozione come quella del cane di quartiere o delle colonie feline. Non si tratta infatti di una deresponsabilizzazione del singolo cittadino, ma di un modo attraverso cui garantire anche ad animali che vivono in libertà di essere tutelati e di prevenire quindi tutte quelle forme di sopruso e maltrattamento a cui vanno spesso incontro i randagi.
Massimo Comparotto
Presidente OIPA Italia Onlus
(Organizzazione Internazionale Protezione Animali)



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