Procure vuote a Mezzogiorno

Martedì, 15 dicembre 2009 - 16:53:00

Tra qualche settimana, anche l'ultimo magistrato lascerà la procura della Repubblica di Enna, perché trasferito in altra sede: il capoluogo siciliano sarà il primo ufficio di procura in Italia completamente privo di sostituti e con il solo procuratore capo, quindi fatalmente destinato a non essere più operativo, come un ospedale con solamente il primario. Non rimarrà un caso isolato, è solo il primo squarcio di un più ampio scenario che sta vedendo il progressivo svuotamento di tutte le procure siciliane e più in generale di quelle del Sud Italia. La percentuale di scopertura media complessiva delle diciannove procure della Sicilia sfiora oggi il tetto del 40 per cento. A essere penalizzati non sono solo gli uffici minori, ma anche quelli di maggiori dimensioni, come Palermo e Catania, che presentano scoperture prossime al 25 per cento.
 
LE SEDI DEI MAGISTRATI DI PRIMA NOMINA- Questi dati sono di per sé molto allarmanti, perché incidono sulla stessa funzionalità di uffici giudiziari che operano in prima linea, in realtà territoriali particolarmente difficili sul fronte dell'azione di contrasto alla criminalità di stampo mafioso e comune. L'assenza dello Stato, o anche il semplice indebolimento, possono rappresentare infatti il più comodo alibi per pericolose scorciatoie verso percorsi alternativi alla giustizia, oltre a costituire il più forte disincentivo agli investimenti sani di capitali nazionali ed esteri nelle regioni del Mezzogiorno.
Sono preoccupazioni espresse anche dall'Associazione nazionale magistrati siciliana, in una assemblea aperta che si è tenuta di recente proprio a Enna, eletta a luogo simbolo della desertificazione delle procure. E che si è conclusa con l’approvazione di un documento.
La questione dei vuoti nelle procure ha ora assunto una dimensione nazionale. Il Consiglio superiore della magistratura l'ha posta all'ordine del giorno, chiedendo al ministro della Giustizia Angelino Alfano di partecipare a una prossima seduta straordinaria.

Le cause delle carenze di organico dei magistrati degli uffici requirenti sono molteplici. La principale risale alla introduzione di una norma, nel luglio 2007 che ha imposto il divieto per i magistrati di prima nomina di destinazione ai posti di procura, al termine del periodo di tirocinio. Il limite è stato dettato dal ravvisato pericolo che magistrati di poca esperienza non siano in grado di offrire sufficienti garanzie di affidabilità nell'assolvere a delicate funzioni quali quelle del pubblico ministero.
È stato però da più parti obiettato che il rischio non sarebbe in realtà pienamente giustificato, non fosse altro perché, in virtù del decreto legislativo 20 febbraio 2006 n. 106, che ha riorganizzato l'ufficio del pubblico ministero, ha subito un notevole processo di "gerarchizzazione". Il procuratore capo infatti, nell'assegnazione dei procedimenti ai magistrati del suo ufficio, può stabilire determinati criteri ai quali il sostituto deve obbligatoriamente attenersi, a pena di revoca della delega, in caso di difformità o di contrasto. In materia di misure cautelari personali e di sequestri, che più possono incidere sulla sfera dei diritti primari del cittadino, il procuratore della repubblica esercita inoltre una forma pregnante di controllo diretto sui magistrati dell'ufficio, mediante il suo preventivo assenso scritto su ogni provvedimento. I contatti con gli organi con la stampa, che in passato hanno spesso alimentato il protagonismo giudiziario di singoli pubblici ministeri, sono ora esclusivamente riservati al capo dell'ufficio.
Il rischio di eventuali cadute di professionalità o di derive giudiziarie da parte di magistrati di prima nomina deve ritenersi scongiurato anche dalla particolare affidabilità del percorso formativo, che si articola in un tirocinio specializzato di diciotto mesi, per i vincitori del concorso in magistratura, prima di essere immessi nelle loro funzioni. Una volta assunti in servizio negli uffici di procura, in passato venivano inseriti in gruppi di lavoro, in cui erano affiancati e coordinati dai colleghi più esperti e più anziani, sotto la supervisione del capo dell'ufficio.
Quel nuovo divieto così rigido non sembra quindi improntato a criteri di ragionevolezza. E in questi due anni, forti sono state le istanze del mondo della magistratura per la abrogazione o parziale modifica della norma o quanto meno per la sua temporanea sospensione, di fronte alla sopravvenuta emergenza straordinaria. Ma la attuale maggioranza di governo si è sempre dimostrata intransigente nel volere mantenere in vita quel limite, ricorrendo talvolta ad argomenti speciosi, spesso anche caratterizzati da spirito polemico. Come le recenti dichiarazioni del ministro Alfano, secondo cui la magistratura non vorrebbe altro che il ritorno al "nonnismo giudiziario", con ciò dimenticando che spesso sono stati proprio i cosiddetti "giudici ragazzini" a scrivere le pagine più gloriose della storia della magistratura italiana. La barbara uccisione del giovanissimo Rosario Livatino, a opera della mafia, ne è stata la migliore testimonianza.

 

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