Pordenone/ Facebook e amici. Saana uccisa perchè voleva integrarsi
Uccisa per il suo sogno d’integrarsi. Sanaa Dafani voleva appartenere al mondo nel quale viveva. Voleva farlo nel modo migliore, lavorando e accettando la normalità della vita di quel Friuli che l’aveva accolta dopo la partenza dal sobborgo di Casablanca, dove era nata. Le coltellate che ieri sera le hanno strappato la vita, in un bosco di Montereale Valcelllina (Pordenone), hanno ucciso anche quel sogno che lei coltivava con l’entusiasmo dei suoi 18 anni, proprio come fanno altre migliaia di giovani immigrati che sono nati o vivono in Italia. E' prevista per le prossime ore l'autopsia sul suo corpo. Per l'omicidio è in carcere il padre della giovane, El Ketawi Dafani, 45 anni, che non avrebbe accettato il desiderio d'integrazione della figlia ed il suo rapporto con un italiano. La macchina dell'uomo sarebbe stata vista allontanarsi dal luogo del delitto da un supertestimone. 
Il padre della ragazza non ha pienamente confessato l'omicidio ma diverse prove ormai lo stanno incastrando. Riscontri sul delitto sono stati forniti ai Carabinieri dal testimone che ha telefonato al 112 indicando lettere e numeri della targa dell'auto del presunto assassino di Sanaa. L'uomo, che si chiama Marco, ha detto di essere andato sulla strada dopo aver sentito urla e invocazioni di aiuto e di aver visto una persona, presumibilmente il padre di Sanaa, El Ketawi Dafani, che si dirigeva verso di lui con un oggetto in mano, che gli è sembrato un coltello. L'uomo - secondo questo racconto - è salito su un'automobile e si è allontanato. Il testimone ha anche fornito alcuni numeri della targa dell'auto, solo in parte però coincidenti con quelli del primo testimone e con quelli della targa di El Ketawi Dafani.
Per l’omicidio di Sanaa, nel carcere di Pordenone è rinchiuso il padre, El Ketawi Dafani, 45 anni, aiuto cuoco in un ristorante di Pordenone. È accusato dell’omicidio della figlia, un delitto che molto probabilmente ha progettato e realizzato perchè quella voglia di normalità della figlia, bella, moderna e simpatica a tutti, a lui, proprio non andava giù. C’era poi la relazione che la ragazza aveva avviato con Massimo De Biasio, 31 anni, socio del ristorante Spia di Montereale Valcellina, dove la figlia lavorava. Anche quella relazione a El Ketawi Dafani e alla sua famiglia (moglie e altre due figlie, di quattro e dieci anni) non piaceva per niente: troppa differenza di età, troppe diversità di cultura, una religione troppo lontana dall’Islam. E c’era anche la decisione di Sanaa che da alcune settimane non viveva più a casa: era da un’amica a Fontanafredda (Pordenone), secondo il racconto della mamma; a casa di Massimo, secondo le testimonianze di alcuni amici. Alla fine per El Ketawi Dafani, forse anche un pò stressato dai digiuni del Ramadam, è diventato tutto eccessivo.
Ieri sera - secondo la ricostruzione dei Carabinieri - ha atteso la coppia sulla strada che portava al ristorante Spia; ha bloccato l’auto in una zona boscosa; ha accoltellato la figlia, l’ha inseguita nel bosco e l’ha colpita anche alla gola; ha ferito il fidanzato ed è poi fuggito. I Carabinieri della Compagnia di Sacile (Pordenone) non hanno impiegato molto a risalire a lui. Un testimone ha visto una Ford Fiesta rossa allontanarsi dal luogo del delitto; ha dato ai Carabinieri alcuni numeri di targa che coincidono proprio con la Ford Fiesta rossa di El Ketawi Dafani. In casa sua, a Piezzo di Azzano Decimo (Pordenone), sono stati trovati degli abiti messi in ammollo, forse per cancellare le tracce di sangue. Un negoziante di Montereale Valcellina ha detto che ieri mattina El Ketawi Dafani aveva acquistato un grosso coltello da cucina, che i Carabinieri non hanno trovato, proprio come l’arma del delitto. E poi, Massimo, ancora sanguinante, accanto a Sanaa morente, al primo soccorritore che è arrivato l’ha detto chiaramente: «È stato il papà di Sanaa». Il padre stesso avrebbe cominciato a parlare e a raccontare l'accaduto agli inquirenti.
Dalla tragedia di Sanaa è venuto anche il monito per la politica. «È un delitto orribile, disumano, inconcepibile, frutto di una assurda guerra di religione che è arrivata fin dentro le nostre case», ha detto il ministro per le pari opportunità, Mara Carfagna, che come la Regione Friuli Venezia Giulia si costituirà parte civile nel processo. «Casi terribili come questi - ha aggiunto - ci inducono a proseguire la strada del ’modello italianò nell’integrazione degli immigrati: ciascuno, in Italia, deve avere il diritto di professare la propria fede come crede, ma - ha concluso - il Paese può accettarlo soltanto se questa è rispettosa dei diritti umani, compreso quelli delle donne, e delle leggi dello Stato».



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