Non c'è più il pane di una volta
Di Giuseppe Morello
I panificatori si lamentano: sempre meno gente compra il pane, i cui consumi sono calati drasticamente. Colpa della crisi, certo, e colpa anche di chi lo vende visto che di recente un filone di pane costa come un lingotto d’oro. Ma non è solo questo. Il cambio di abitudini e di gusti sul consumo di pane è uno di quei fatti che condensano un cambiamento antropologico e culturale.
Una volta il pane era il fulcro attorno a cui ruotava il pasto di una famiglia, il perno dell’alimentazione occidentale, e per questo aveva un’aura di sacralità che oggi sembra smarrita: non lo si buttava mai, era l’ultimo cibo ad essere tolto dalla tavola ed era l’alimento che più di tutti sembrava legato per la semplicità degli ingredienti alla natura e ai cicli stagionali del suo genitore (il grano). Per non parlare dei numerosi passi biblici in cui si parla del pane e della sua potenza evocativa per i cristiani, anche se nell’Ultima Cena Gesù spezza pane azzimo (già un surrogato!).
Ora questa centralità, attorno alla quale Enzo Bianchi ha scritto “Il pane di ieri” (Einaudi), sembra irrimediabilmente perduta. Al posto del buon vecchio pane - tra l’altro per nulla facile da trovare in città dove ti vendono degli oggetti che sembrano pane ma si induriscono appena esci dal negozio e se provi a tagliarlo a casa esplodono in mille durissime briciole – oggi gli italiani mangiano di tutto: i crostini, il pane bianco, il pan carrè, i cracker, le gallette, le friselle, i grissini, le piadine, le fette biscottate integrali, le focacce. Tutto tranne la gloriosa pagnotta.
Chissà se è un sintomo poco rassicurante dei tempi che viviamo?



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