Paese depresso, ma non "di merda"

Martedì, 6 settembre 2011 - 12:27:00

Di Giovanni M. Ruggiero (Medico Chirurgo, specialista in Psichiatria e in Psicoterapia Cognitiva)

"Vado via da questo paese di merda!" ha detto Berlusconi al telefono. Lo hanno intercettato qualche giorno fa, e la notizia è ancora fresca. Sentire queste parole da Berlusconi è straniante. L'uomo ha già mostrato molteplici cadute e difetti ma finora sembrava lontano dal querulo rimuginare contro il proprio paese che affligge la conversazione di molti  di noi italiani.

L'effetto è straniante per due ragioni. La prima è che Berlusconi, come si sa, è il cantore dell'ottimismo e del sole in tasca. La leggenda racconta che glielo insegnò il padre a portarsi il sole in tasca e a regalarlo a tutti. Ma questo ottimismo mal si accorda con il rancoroso maledire il proprio paese, con il fantasticare fughe in luoghi lontani, magari per ritrovarsi in compagnia di coloro che , a suo tempo, altrettanto nervosamente dichiararono di voler fuggire lontano da un paese che eleggeva Berlusconi suo presidente del consiglio. A rischio di ritrovarsi insieme, lontano dall'Italia, Berlusconi e chi fuggì da lui, in questo beato luogo immaginario.

La seconda ragione è che ormai questo tipo di imprecazione contro il proprio paese è in ribasso. È un'impressione personale, ma a me pare che fino a qualche anno fa questo tipo di conversazione fosse più diffusa, più facile da incontrare. Ci si intratteneva al bar o alla sera con gli amici e inevitabilmente c'era colui (o anche colei) che sbottava uno o due delicati improperi su quel che non va in questo nostro paese, o quel che non va negli abitanti di questo nostro paese. Non è necessario qui elencare i difetti e problemi più spesso invocati dalla gente come tipici dell'Italia. È una sapienza diffusa e inutile.

Ora però il paese è veramente depresso. Da dieci anni si cresce poco, lo sappiamo. E questo non ci fa bene. Un misto di impotenza e di timore del futuro ci inquina l'anima. Le cifre del PIL che non si schiodano dallo zero virgola da oltre un decennio. Esse sono il punteggio di una corsa che ci vede affannati rispetto agli altri paesi d'occidente, per non parlare delle tigri d'oriente. E se questa corsa dei PIL a volte può sembrare un gioco stucchevole (le nostre umili vite sono davvero toccate da un PIL che cresce poco?), altre volte invece ci minaccia come l'annuncio di una futura povertà. E poi, anche se fosse un gioco, non per questo sarebbe meno serio. La vita di un paese non è fatta solo di pane, ma anche di segni, segni di vita o di morte, segni che sono la vita. E in questa foresta di segni il PIL ha assunto un valore che ha sostituito quello che un tempo era chiamato senso di appartenenza o perfino orgoglio di sé.

Però questa palude di impotenza e depressione in cui annaspiamo da oltre un decennio ha portato qualcosa che io -da psicologo- apprezzo. Un particolare stato d'animo serio e melanconico che sembra distendersi sempre più sulla vita sociale del paese. Meno facili lagne condivise sul pressapochismo che pure ci tormenta, meno lagne piagnucolose su come tutto sia sempre imperfetto, impreciso, mal fatto. E meno lagne impotenti perfino sulla corruzione e sui tanti altri indegni guai che ci fanno arrossire davanti a noi stessi.

E forse questo è un segnale. Un magro segnale di speranza. Un riconoscere che forse tutta la rancorosa retorica anti-italiana è stata spesso una deteriore forma di autocritica ben poco efficace. Non ha mai funzionato molto, e anche la su storia letteraria non è poi sempre nobile, da Pasquino al pur geniale Longanesi. Carciofini sott'odio incapaci di fiorire il frutto del vero cambiamento.

La retorica anti-italiana si è nutrita spesso non di sincero spirito auto-critico, quanto piuttosto di frustrazione, delusione per sogni di gloria eccessiva rimasti inappagati. Fin da quando raggiunse l'unità, l'Italia ha dovuto fare i conti con un passato irripetibile che ha pesato sulle classi dirigenti, facendole sempre passare per inadeguate. E così non abbiamo saputo stimare i pregi di un Giolitti o un De Gasperi, poiché sfiguravano al confronto di Cesare. E, poiché il meglio è nemico del bene, abbiamo preparato così il terreno al peggio che è seguito ai piccoli successi di quei due statisti.

Se è vero che oggi si è meno propensi alla facile indignazione esplicita, forse questo accade perché nessuno più si illude che i difetti del paese siano imputabili solo a una sua parte, una porzione facilmente amputabile. Il che significa che forse finalmente stiamo apprendendo che l'indignazione deve essere un fatto prima interiore che esteriore, e che va esercitata col viso grave e vergognoso di chi riconosce di aver partecipato al disastro piuttosto che con il chiasso del bambino che cerca di sfilarsi dicendo: "non ho cominciato io!"

Indignarsi è ovviamente necessario, ma a patto che non sia fatto per cercare una facile complicità con l'interlocutore. Niente di più sterile di un'indignazione vaga e condivisa. Occorre invece iniziare a trovare il coraggio di interrogare e stessi e il prossimo sul rispetto qui e ora delle regole, che vanno dal cedere la precedenza al pedone che attraversa le strisce al rispetto degli spazi pubblici fino al rifiuto della complicità dei pagamenti in nero. Questo tipo di indignazione costa in termini sociali, genera frizioni con gli altri, momenti sgradevoli. E certamente non genera la facile complicità dell'indignazione condivisa.

Indubbiamente la melanconia, la depressione, gli stati d'animo negativi, i pensieri negativi, in un parola tutto ciò che in gergo tecnico si chiama neuroticismo sono una brutta bestia. Ma a volte vanno accettati e compresi per poterli veramente superare. Speriamo che la depressione che appesantisce il cuore del paese sia, a suo modo, fruttuosa. Prendersela con L'Italia, come ha fatto Berlusconi, è in fondo troppo facile. E non è originale.

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