Figli, l'ovulo è mio e lo congelo io. Le trentenni posticipano la maternità
| |
Hanno fra i trenta e i quarant'anni, una carriera appena avviata o, al contrario, un lavoro ancora precario. Non hanno un marito né un fidanzato o, se ce l'hanno, non è l'uomo della loro vita. Sono culturalmente elevate, abituate a viaggiare, hanno una mentalità aperta. In comune, la certezza che ancora per un bel po' di anni non riusciranno ad avere figli. Perché la tabella di pianificazione della loro vita non prevede la casella "bebè" fin verso gli anta. Ma allora, si sa, la fertilità sarà in caduta libera. E così, per prevenire la penuria futura di ovuli, meglio farsene congelare qualcuno in anticipo, da tirare fuori prontamente al momento giusto.
Social egg freezing, si chiama. Congelamento sociale degli embrioni. Una pratica, in rapida diffusione negli Stati Uniti, che s'affaccia anche in Italia, nonostante nel nostro Paese il tema della fecondazione sia quasi un tabù. Ad Affaritaliani.it ne parlano Alberto Revelli, docente di Biotecnologie della Riproduzione Umana all'Università di Torino e direttore del Centro di fecondazione in vitro del Sant'Anna di Torino, e Andrea Borini, responsabile clinico-scientifico del centro Tecnobios Procreazione di Bologna e presidente della Società italiana di preservazione della fertilità.
"Per congelare la fertilità è necessario sottoporsi a un ciclo di stimolazione ormonale - spiega Borini - della durata di un paio di settimane, che serve a far sviluppare un maggior numero di follicoli. Al termine del trattamento, in day hospital, alla donna vengono prelevati gli ovociti destinati alla crioconservazione". Di solito si congelano una quindicina di ovuli, che venrranno conservati in azoto liquido per almeno quindici anni. Quando la donna e il suo partner saranno pronti per concepire, gli ovuli saranno scongelati e si procederà con la fecondazione in vitro. Il prelievo degli ovociti e la loro conservazione per un periodo iniziale, all'incirca un paio d'anni, costa qualche migliaio di euro (3.000), poi si prosegue con un canone annuale (100-150 euro).
Il fenomeno in Italia ha ancora numeri esigui. Al centro Tecnobios Procreazione di Bologna sono una decina le donne che hanno chiesto di poter congelare i propri ovociti, la maggior parte delle quali americane e israeliane, che hanno scelto il centro italiano anziché uno estero per l'alto livello di tecnica garantita. "Senza contare, però, il numero di donne che hanno già congelato ovuli per sottoporsi a fecondazione assistita e che decidono di mantenere il congelamento per un eventuale figlio futuro", spiega Borini. Anche al Centro di fecondazione in vitro del Sant'Anna di Torino le richieste ricevute negli ultimi due anni sono state una decina. "Poche, per un'equipe che fa 900 fecondazioni in vitro all'anno. D'altronde su questo tema è difficile fare informazione, considerate le polemiche che subito nascono in Italia appena si parla di fecondazione", aggiunge Revelli.
"Ma c'è da aspettarsi che il fenomeno si possa diffondere in futuro, sull'onda di quello che sta avvenendo degli Stati Uniti, che di solito anticipano sempre i fenomeni sociali e culturali - prosegue Revelli -. Probabilmente saranno le italiane abituate a viaggiare a importare questo costume nel nostro Paese, vedendo come si comportano le colleghe americane o europee". Legislativamente non ci sono problemi, perché la legge italiana non ha mai posto restrizioni sul congelamento di uova non fertilizzate. La prima donna a chiedere il congelamento degli ovociti al Sant'Anna nel 2008 è stata una 34enne in carriera, con prospettiva di trasferimento all'estero per qualche anno, non fidanzata: "Abbiamo visto che la sua riserva ormonale non era abbondantissima e così abbiamo pensato al congelamento".
Più diffuso è il criocongelamento per ragioni di salute anziché sociali, suggerito dagli oncologi e, in questo caso, non a carico del privato: in questo modo le donne, ma anche le bambine che si devono sottoporre a cure mediche che potrebbero compromettere la loro capacità riproduttiva si tutelano dal rischio di infertilità. "Siamo il secondo centro in Italia ad avere istituito questo tipo di programma e al momento contiamo un centinaio di casi di ovuli o frammenti di ovaio congelati", dice Revelli. Il congelamento degli spermatozi è molto diffuso tra i pazienti maschi, perché questa tecnica esisteva già negli Anni Sessanta: "Per le donne, invece, c'è ancora una sorta di retaggio culturale da abbattere, anche perché questa possibilità si è avuta solo da metà Anni Novanta".
"In ogni caso - avverte Revelli - attenzione a riporre troppe speranze nel social egg freezing, perché non dà assolutamente la garanzia di mantenere la fertilità al 100 per cento". La resa degli ovociti congelati è comunque modesta: se con la normale fecondazione in vitro su 15 ovuli utilizzati la probabilità del successo è del 70 per cento, con lo stesso numero di ovociti congelati si scende al 30-35 per cento. "Il congelamento va considerato una scialuppa di salvataggio in determinate situazioni di vita. Ma sempre meglio fare figli da giovani e in modo tradizionale".
Maria Carla Rota



Affaritaliani, prima di pubblicare foto, video o testi da internet, compie tutte le opportune verifiche al fine di accertarne il libero regime di circolazione e non violare i diritti di autore o altri diritti esclusivi di terzi. Per segnalare alla redazione eventuali errori nell'uso del materiale riservato, scriveteci a segnalafoto@affaritaliani.it: provvederemo prontamente alla rimozione del materiale lesivo di diritti di terzi.


















