Olindo e Rosa raccontano il loro amore nelle lettere dal carcere. Il libro

Sabato, 6 novembre 2010 - 15:10:00

Di Benedetta Sangirardi

olindo rosa erba
Olindo Romano e Rosa Bazzi
"Da quando ci hanno separati, vediamo il tempo passare, la vita riaffiora ogni quindici giorni per tre ore. Tre ore per cui vale la pena di vivere". Vale la pena di vivere per Olindo Romano solo per la sua amata Rosa Bazzi perché "non a tutti e concesso" di incontrare una cosa così meravigliosa. Una corrispondenza che dura da oltre un anno racconta un volto inedito di Olindo e Rosa, i protagonisti della strage di Erba, in cui furono barbaramente uccise quattro persone.

Condannati in appello all'ergastolo raccontano la loro verità e i loro stati d'animo alla giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno, Cristiana Cimmino, che ha raccolto le lettere nel libro 'Finchè morte non ci separi", in uscita in libreria. Affaritaliani.it l'ha intervistata.

"Quando arrivo lì - scrive Olindo in una delle lettere - la prima cosa che vedo sono i suoi occhietti vispi, a volte tristi, allegri, curiosi. Parliamo dei nostri problemi in carcere, delle notizie che arrivano da fuori". Pochi i riferimenti alla strage dell'11 dicembre 2006: "Quella notte - dice lui - tante vite sono cambiate, la cosa peggiore è che dopo un mese ce ne hanno data un'altra in cambio, la nostra vita è rimasta lì, aspetta".

Quando Olindo rende conto delle sue giornate scandisce i tempi, sebbene - spiega - siano tutte uguali, in attesa di poter incontrare la moglie. L'unica preoccupazione è quella di poter stare insieme: il desiderio più grande di Olindo sarebbe quello di tornare "nel posto più bello d'Italia, vorremmo solo tornare a casa nostra". Rosa, invece, si lamenta per la sua condizione e si mostra sempre in apprensione per la salute del marito, soprattutto da quando, nel gennaio di quest'anno, ha avuto problemi di cuore. Anche quando lei riceve dei soldi - 300 euro, racconta in una delle lettere - dice di non poterli tenere: meglio darli a Olindo, "perché lui ci deve comprare le sigarette". Anche se farebbero comodo anche lei: vorrebbe comprare qualcosa da mangiare perché in carcere soffre la fame, come da bambina.

"Quando non ho niente da mangiare - dice - piango, come da piccola. Mia madre non mi dava da mangiare e mi accontentavo del pane secco" e "se chiedevo qualcosa erano botte, si arrabbiava sempre con me e mi spaccava le ossa". Nelle ultime lettere Olindo dà segni di maggiore inquietudine: "Quell'invisibile preoccupazione sembra ogni tanto lasciarci ma è sempre presente". "Dopo tanto tempo passato in isolamento per non impazzire si pensa a tutto o a niente", ma - chiarisce - con questo "mica ho detto che voglio morire, anzi, e poi non posso lasciare da sola la mia Pesciolina".

L'INTERVISTA ALL'AUTRICE

Una giornalista della Gazzetta del Mezzogiorno segue e si appassiona di un delitto avvenuto in Lombardia. Come mai?
"Ho sognato per tanto tempo di scrivere un libro che avesse qualcosa in comune, senza fare grossi paragoni, con il libro A Sangue Freddo di Truman Capote. Me ne sono innamorata da ragazzina, e ho sempre pensato che un giorno avrei trovato un fatto di sangue che mi avrebbe aiutato a scrivere un libro di questo tipo"

E quali sono le somiglianza con la strage di Erba?
"Il delitto è avvenuto in un paesino molto piccolo, isolato, esattamente come è avvenuta la strage raccontata da Capote nel piccolo centro del Mid West. E l'autore parlava di persona con i due detenuti ricostruendo il fatto di cronaca nera attraverso i racconti. Io parlo per lettera con Olindo e Rosa Bazzi. Anche nel delitto americano c'erano quattro vittime, come in questo caso. Appena ho saputo della strage di Erba mi sono detta: ecco, è arrivato, scriverò un libro su questo delitto".

E' vero tu lavori a Bari e che hai pagato di tasca tua le "trasferte" per seguire il processo a Como?
"Sì, è vero. Dopo aver capito che era il fatto di cronaca giusto, sono partita".

Che cosa ti ha colpito in questo lungo scambio di lettere con i due protagonisti?
"Il grande rapporto che c'è tra Olindo e Rosa. La loro grande simbiosi. Il libro non vuole ripercorrere la strage, ma parlare di queste due persone, di come sono, del loro rapporto. Il delitto fa solo da sfondo. Ho conquistato la loro fiducia ed è per questo che loro hanno deciso di parlare con una giornalista".

Quando è iniziata la corrispondenza?
"Subito dopo il processo d'Appello, nel settembre 2009. E dura ancora, ci scriviamo spesso".

Chi sono Olindo e Rosa, che da tutti vengono visti come due mostri?
"Io non so dire se sono colpevoli o innocenti, non sono un giudice o un avvocato. Dalle lettere emergono due persone tra le più miti, le più dolci, le più gentili che io abbia mai conosciuto. Ma credo che leggendo il libro tutti possano avere questa impressione".

Sono innocenti fino a sentenza definitiva. Ma anche in Appello sono stati condannati all'ergastolo...
"E infatti si può trarre la conclusione che hanno senza dubbio una doppia personalità, se sono stati loro. Ma ci tengo a dire che non ho alcuna certezza sulla loro colpevolezza. Ho seguito parecchio le indagini, anche se non ho voluto scrivere un libro sul caso, per contestualizzare le personalità di Olindo e Rosa".

Che cosa si scrivono tra di loro, e che cosa hanno scritto a te?
"Tra di loro non si scrivono. Rosa non sa scrivere, né leggere. E' stata violentata da bambina, e a 5 anni non l'hanno mandata più a scuola. Io e Rosa ci scriviamo due o tre lettere al mese, che lei detta alle sue compagne di cella, con cui ha un ottimo rapporto. Tra di loro, visto che sono messaggi intimi, si scambiano messaggini tipo pizzini. Ma non ci sono lettere tra di loro".

Ma non si legge mai un pentimento, almeno tra le righe, nelle lettere tra te e loro?
"No, loro assolutamente convinti della propria innocenza. A mie domande dirette rispondono parlano espressamente sia di Castagna, sia di Frigerio, di Azouz, di quella notte. E sono arrabbiati, sostengono che Frigerio (unico sopravvissuto alla strage e testimone oculare nel processo, ndr), è una vittima come loro. E' stato influenzato malamente, avendo riconosciuto Olindo dopo 13 giorni. Prima aveva parlato di un extracomunitario. Su questo è difficile dare loro completamente torto".

Allora sei innocentista...
"Ho dei dubbi. Io credo che prima di rinchiudere in prigione e buttare la chiave, bisogna avere escluso tutte le altre possibilità".

Per esempio?
"Un'altra pista c'era e molto forte. Era la vendetta trasversale nei confronti di Aozuz Marzouk, seguita solo inizialmente. Ma poi era stata fatta una tale brutta figura nei confronti di Azouz accusandolo immediatamente quando invece il ragazzo era in Tunisia, che l'hanno lasciato in pace. Ma gli inquirenti stessi allora, e io ne ho avuto conferme, pensavano che Azouz si era fatto in carcere nemici di grosso calibro, killer della mafia, della Sacra Corona Unita. Faceva a cazzotti con tutti. E poi le vittime sono state uccise con il coltello, che per i musulmani (la religione di Azouz, ndr) è il simbolo di disprezzo con cui si uccide il maiale. Chi li ha uccisi voleva lasciare un segno. Ma ripeto, questa è solo un'ipotesi, ma si poteva abbattere. Ci sono stati testimoni non ascoltati. Non sono innocentista, ma ho una mia idea. Bisognava approfondire e, prima di sbatterli in galera, essere sicuri al di là di ogni ragionevole dubbio".

Torniamo al filo conduttore del libro, il legame tra Olindo e Rosa. Qual è la loro maggiore sofferenza dietro le sbarre?
"La lontananza, il non poter stare insieme. Lui stesso al processo ha detto: 'Fate di noi quello che volete, ma fateci stare insieme'. Loro hanno bisogno, e questa è la particolarità di queste due persone, solo l'uno dell'altro, sono in simbiosi".

Rosa ti scrive della sua infanzia. La sua mamma le dava le botte fino a spaccarle le ossa.
"Sì, per lei quello delle violenze subite è un argomento molto delicato. Non ne vuole parlare, parlare della madre è qualcosa che la terrorizza. Trema, piange, si trasforma in una bambina. E' stata lei, spontaneamente, a parlarmi della sua infanzia".

Tra i due chi ti ha colpito di più?
"Olindo, per la sua dolcezza e la sua ingenuità. Lui viene da una famiglia borghese, con cui ha qualche contatto telefonico. Nessuno dei familiari, né di Olindo, né di Rosa che ha due sorelle, sono mai andati in carcere a trovarlo. Nè loro hanno mai chiesto dei parenti".

Insomma, vivevano e vivono in un mondo tutto loro.
"Sì, anzi direi che vivono fuori dal mondo. Io sono entrata nella mente e nel cuore di queste persone e l'ho capito"

E' vero che Olindo è sempre stato solo in cella?
"Sì, mi scrive anche che quando va in cortile, i secondini non permettono a nessuno di andargli vicino. Rosa invece è sempre stata con altre detenute".

Perché Rosa e Olindo hanno confessato la strage?
"Me lo spiegano bene entrambi. Olindo è stato lasciato per quattro ore solo con i carabinieri. La prima confessione la fa ai militari, e in America una confessione del genere sarebbe stata stracciata subito. Poi i carabinieri hanno chiamato i magistrati che a loro volta hanno raccolto la confessione. Olindo ha parlato perché gli hanno fatto credere che confessando lui avrebbe fatto qualche anno, e lei sarebbe stata libera. A quel punto anche Rosa ha deciso di confessare l'uccisione del piccolo. Nessuno certo ci avrebbe creduto, ma stiamo parlando di due persone non stupide, ma che vivono fuori dal mondo".

E la confessione di Rosa?
"Prima che Rosa confessasse le è stata fatta ascoltare la confessione del marito".

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